Andrea Cinalli
Serialità ignorata
27 Marzo Mar 2015 1234 27 marzo 2015

"iZombie", il morto che cammina e indaga

Hai una ventina d’anni, sei sostenuta da un lavoro che ti assicura un gruzzolo cospicuo. Hai un fidanzato avvenente che, sebbene crivellato di avances, non ha occhi che per te. Rincasando, alla sera, la mamma ti investe di premure e con la sorella il rapporto non naufraga mai tra bisticci e alterchi. Un quadretto idilliaco, di quelli che pochi possono vantare nella collezione domestica. Poi fiocca l’invito al party. Il fidanzato ti molla un buffetto affettuoso, ti istiga ad accettare perché i benefici di una serata di bagordi non possono che riverberarsi su una quotidianità lastricata di impegni spossanti. Così ti incastri nel vestitino che giudichi perfetto per l’occasione. Lì incroci qualche volto amico, indirizzi parole di saluto al tizio che dall’altra parte dello yatch – sì, un party con amici facoltosi – ti scaglia i dardi infuocati di un interesse libidinoso. Mordicchi il labbro a rimembrare il visetto da tutte bramato che ti mostra fedeltà, e ti prometti di tenere le gambe serrate. Poi l’atmosfera gaudente si dirada. Le luci che saettano fra i corpi dimenantisi in pista si arrestano. La tavola traboccante di vivande viene tranciata da un plotone di imbucati piombato dal nulla. Guance cascanti e occhi iniettati di sangue, non occorre pregiarsi di una fervida fantasia per bollarli come zombie. Creature che spalancano la bocca per trangugiare quanti più festanti radunano nell’abbraccio mortifero.

Vicenda stramba, quella che si incunea nella vita di Olivia Moore (Rose McIver). Un giorno è un medico di successo, fa incetta di complimenti per le performance professionali, il giorno successivo si ridesta nel sacco mortuario scoprendosi defunta. O meglio, non-defunta. Perché sfuggita alle bocche dei ‘walkers’, Liv reca solo graffi. Quanto basta per trasformarsi e rivoluzionare le abitudini alimentari. A dissimulare la nuova natura non ha difficoltà: dimenticate gli zombie di “The Walking Dead”, quelli che costellati di squarci purulenti bramano carne umana; gli zombie nel microcosmo di Liv sfoderano charme e carisma. Piagati da pelle irrimediabilmente diafana, possono però agghindarsi innescando appetiti sessuali. Parlano un inglese fluente che non inciampa in un ammasso vocalico disarticolato, tutto è perfettamente intellegibile. Olivia ritiene che la mossa giusta per preservare gli equilibri famigliari e adeguarsi alla nuova condizione sia compiere un balzo verso un ambito lavorativo affine: farsi assumere in obitorio. Perché deve pur assecondare gli appetiti, e banchettando con rigogliose cervella rintuzzerebbe ogni sospetto affiori negli sguardi dei cari. Ma proprio quando una nuova routine è collaudata, un’altra sorpresa infilza la caduca quotidianità: cibandosi di materia grigia assimila le memorie dei defunti, un’abilità che non passa inosservata all’investigatore assegnato a un caso d’omicidio che bazzica da quelle parti. E così, la nostra “Liv” viene assoldata sotto le mentite spoglie di chiromante, col beneplacito del superiore.

Stuzzica, il plot di “iZombie”, nuovo serial a firma di Rob Thomas e Diane Ruggiero. Magari non accende un desiderio inestinguibile di conoscere gli sviluppi, come per qualsiasi serial di impronta plot-driven che furoreggia alla ribalta delle attenzioni mediali, ma senz’altro desta quel palpito di interesse tale da accordargli una visione. E una volta approcciatisi al mondo della serie non è da escludersi che le braccia di una caratterizzazione volta alla riuscita dell’effetto comico non ti ghermiscano per lasciarti sbranare dai dati Nielsen via via più pingui. Perché l’anima del prodotto alberga in un pugno di personaggi sfaccettati, ognuno con le proprie idiosincrasie, i propri vezzi. Vi sfruculia la possibilità che si tratti di una novella Veronica Mars? Ebbene, è così: il vertice del settore produttivo della Warner Bros ha tampinato Thomas, munito di bibbia di serie, perché assentisse alla realizzazione in chiave teen-comedy-mystery. Un sottogenere che lui ha abbondantemente esplorato e proprio in quei giorni ne dava nuova prova al cinema col film tratto dalla serie.

Thomas ha tentennato. Ha cacciato di bocca il mugugno di chi, oberato di impegni, agogna solo a cavarsi d’impiccio per qualche intermezzo di riposo. Con un fermo diniego: “No, sono già a lavoro su due script.” Ma Susan Rovner – la dirigente – che è anima impermeabile ai rifiuti, non ha demorso. Puntualmente si è manifestata nell’ufficio dello scrittore. Gli ha cucito addosso elogi sperticati, gli ha allungato le carezze di un boss che vuole farsi passare per amico e in ogni modo ha cercato di strappare quegli occhi febbrili dal faldone di script per traghettarli alla proposta di serie. “Vogliamo un’eroina femminile. Vogliamo che sia la nuova Buffy. La nuova Veronica Mars. Solo tu puoi farlo.” Una supplica, a corredo della graphic novel da cui il progetto sarebbe stato trasposto, che ha fatto breccia. Barlumi di interesse che sono tracimati in robusti bagliori alla concessione di fare di testa propria, “basta anche non leggerla, la graphic novel, basta guardare la copertina.”

Ma Thomas, la cui dedizione al lavoro non si smussa neppure nella fatica quando decide di avventurarsi in un nuovo progetto, si è sobbarcato tutti gli oneri. E l’idea di come progredire, edificando un saldo impianto narrativo, lo ha spinto ad accostarsi alla compagna di scrittura, Diane Ruggiero, appassionata di zombie stories. Insieme, rivangando i ritmi della celeberrima mini-detective, hanno optato per una struttura a “serie serializzata”: ‘freaks of the week’ assicurati alla giustizia a fine puntata e una linea orizzontale che non si tinge di giallo, ma che verte sulla natura zombie, le ripercussioni sul fronte sentimentale e le ricadute sulla vita professionale, con una mitologia che ingolla una razione via via più generosa dei quaranta minuti.

Il risultato è un pastrocchio semi-comedy che sa di parodia. Una tessitura seriale che dileggia i generi più gettonati, il poliziesco e il survival drama, con la zombie-“chiromante” che davanti alla matita sfregata sul bloc-notes per individuare il numero telefonico tracciato dal sospetto esclama “Ah, funziona davvero!” e un detective che sebbene ricalchi i cliché gravanti sull’archetipo narrativo, di tanto in tanto, devia a rinsaldare il basamento comedy. Stesso meccanismo che ha fatto la fortuna dei meme di Facebook: si intercettano le tendenze diffuse fra gli utenti sublimandole a bersaglio di sghignazzi. Qui l’effetto comico non è esacerbato dalle risate in scatola. Come i rivoli sarcastici di “Veronica Mars”, la risata – un risolino flebile – è posta al culmine scenico, aggirando il brusco arresto del fluire investigativo. Tutti gli ingredienti giusti per una visione nutriente.

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