Giulia Valsecchi
Cineteatrora
27 Marzo Mar 2015 1025 27 marzo 2015

La condanna delle madri

Ci si vergogna a correnti alterne, le temperature sono regolate da quanto è stato messo in campo, spartito e scambiato nella saliva delle memorie o nella chiusura di una comunità che accoglie a stento chi ha abbattuto i cardini del vincolo generazionale. Può essere autentica rottura scatenata dal crimine o disperato mutismo zeppo di segreti. Nel ruolo delle madri tragiche, protagoniste della vulnerabilità più deragliata, si perpetua l’opposizione tra l’ossessione dolce dei ricordi e l’atrocità della morte commessa. Come tra il profilo del figlio annegato nella furia omicida e l’umano troppo umano del non aver saputo reggerne l’esistenza.

La scrittura di Grazia Verasani, che tesse la tela di Maternity blues dal copione originale From Medea, non si appella a caso alle radici di un sentimento urtante e atavico: l’appartenenza di sangue esplosa nell’abbandono cieco all’assassinio. In scena resistono quattro attrici portatrici sane di un obnubilamento che non fa mai dichiarare l’orrore, ma ne accoglie i contorni afferrando l’enigma e il suo grido.

Eloisa, Vincenza, Marga e Rina occupano la stanza di un ospedale psichiatrico giudiziario che le accomuna per sofferenze reiterate, tradimenti coniugali o sfruttamenti che non deviano nel vittimismo, accusando per prima una volontà folle a calare il sipario dell’abbrutimento sulla fine della creatura più incolpevole. Elena Arvigo, che interpreta con rara e giusta crudezza la voce più prepotente e ironica di Eloisa, cura anche la regia di questa partitura a quattro voci in uno scenario volutamente scomposto di brande e suppellettili, fissazioni morbose e cenci.

L’arrivo di Marga (Elodie Treccani), detta “la sposa felice”, basta a sconvolgere un equilibrio quasi impossibile, dove l’una accoglie e insieme accusa l’altra specchiandosi nelle medesime rabbie e insonnie da incubo. Ed è così che Vincenza, un’intensa Amanda Sandrelli, fa da controcanto rassegnato alla violenza di Eloisa, alla danza adolescenziale di Rina (Xhilda Lapardhaja), giovane madre del paese delle aquile, ma anche alle paure e domande continue di Marga che nulla ricorda di sé, se non una normalità oppressiva e inappagante.

Le sequenze del racconto - evidentemente dettato da una pratica scenica che ha smosso in improvvisazione molte delle gestualità e degli sguardi ritirati, dei rancori riflessi e del bisogno di unirsi almeno per un’occasione di felicità imposta come il Natale - restituiscono ombre e invocazioni nell’incastro di una miseria riconosciuta. La regia a volte sceglie immagini liriche, altre le disperde in ritratti più didascalici (la quarta parete da cui ognuna delle madri osserva il racconto di sé per voce delle altre o la danza solitaria di Rina alle spalle di un motivo musicale talvolta insistente) che tuttavia non scardinano una materia affatto agevole e affrontata come solco dannato che lo spettatore non può e non deve rimandare.

Gli specchi con cui Vincenza riempie un diario in presunta eredità ai figli rimasti sono il manifesto di un coinvolgimento collettivo che ha sì il respiro della catarsi tragica, ma soprattutto l’urgenza di un’autopunizione che non tarda a manifestarsi. Non se ne prova stupore tra donne stufe delle donne, corteggiatori estranei attratti dalle loro ombre, gelosie e vendette come scherzi reiterati del destino di chi prova a chiedersi cosa sia l’amore a confronto con l’istinto, ma può solo ammettere: «bambini e animali muoiono nello stesso modo, senza esserne sorpresi».

L’innocenza della vittima è la lama più affilata dentro la vergogna e il grido che fa correre a chiedere aiuto o piangere dopo un’istantanea di leggerezza natalizia o una confessione senza cronaca spezza una volta in più la risalita tra pianticelle da coltivare e ricami del recupero collettivo. Proibito isolarsi: come in scena, così nelle vite, la restituzione delle storie alimenta l’osmosi delle correnti alterne in cui la parola scorre dietro tormenti silenziosi. Gli occhi e le mani cedono se non stretti gli uni alle altre, e il vizio d’essere mostri banditi dalla società può solo concedersi un passo a due prima di decretare la propria condanna.

Fino al 29 marzo – Teatro Out Off Milano

MATERNITY BLUES (FROM MEDEA)

di Grazia Verasani

regia Elena Arvigo

con  Amanda Sandrelli, Elodie Treccani , Xhilda Lapardhaja, Elena Arvigo

Musiche Giuseppe Fraccaro

Voice Off Alessandra Salamida 

Ideazione Scenografie Lorenza Indovina

Costumi Elena Arvigo

Assistente alla regia Tommaso Spinelli e Valeria Spada

Foto Marcello Norberth 

https://www.youtube.com/watch?v=JMkGcb4DcjQ&feature=youtu.be

http://www.teatrooutoff.it/OUTOFF/OUTOFF-In_scena.html

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