Stefano Grazioli
Gorky Park
27 Marzo Mar 2015 1535 27 marzo 2015

La guerra degli oligarchi

Con il conflitto del Donbass segnato da nuove e sempre più frequenti violazioni della tregua, la guerra aperta tra gli oligarchi sta diventando un altro elemento destabilizzante per l’ex repubblica sovietica. Lo scontro in corso ormai da mesi tra il presidente Petro Poroshenko e il governatore di Dnipropetrovsk Igor Kolomosky si è concluso – temporaneamente – oggi con le dimissioni forzate di quest’ultimo. Ma dietro il braccio di ferro per ora interrotto si celano altri rischi.

Davanti alle telecamere della televisione ucraina il capo dello Stato ha congedato il suo principale rivale, salito alla ribalta lo scorso anno come uno dei principali finanziatori prima delle proteste contro Viktor Yanukovich e poi di diversi battaglioni di volontari che combattono ancora oggi nel Sud-Est. E in diretta televisiva, durante una riunione di governo, sono stati arrestati con l’accusa di corruzione due alti funzionari del Servizio statale per emergenze. In maniera altrettanto esemplare come Poroshenko nelle prime ore del mattino, così il premier Arseni Yatseniuk nel primo pomeriggio si è appellato alla trasparenza e alla necessità di agire nei confronti chi opera contro la legge e l’interesse dello Stato. Sebbene i due episodi non siano strettamente collegati è evidente la tensione all’interno dell’establishment al potere, imprigionato tra il conflitto congelato nel Donbass, il baratro economico e gli ingranaggi di un sistema corrotto sino al midollo.

Il caso Ukranfta

Il passo indietro a livello istituzionale di Kolomoisky non assicura che il duello con Poroshenko sia risolto definitivamente, visto che i gruppi di potere che fanno riferimento ai due oligarchi più in vista del Paese giocano le loro carte non solo sul tavolo della politica, sia a Kiev che nelle regioni, ma da dietro le quinte, tirando le fila dell’economia di tutta l’Ucraina. La goccia che ha fatto traboccare il vaso e ha portato all’escalation tra presidente e governatore è stata la vicenda di Ukrnafta e Ukrtransnafta, due compagnie energetiche statali controllate di fatto però da Kolomoisky, la prima attraverso una quota di minoranza del 43% e la seconda direttamente, tramite il suo fedelissimo Olexandr Lazorko.

La scintilla per lo scontro aperto è stata la recente svolta del governo con l’approvazione della legge per limitare l’influenza degli azionisti privati sulle società, facendo scendere il quorum per le decisioni nel consiglio di amministrazione dal 60% al 51%, sottraendo così a Kolomoisky la possibilità di bloccare qualsiasi provvedimento a suo sfavore. Con la sostituzione di Lazorko da parte di Yury Miroshnyk, vicino a Poroshenko, Kolomoisky è passato dagli attacchi verbali a quelli veri e propri e la scorsa settimana ha fatto occupare dalle sue milizie la sede di Ukrtransnafta in pieno centro a Kiev. Il presidente, che già lunedì aveva affermato che in Ucraina non c’è posto per “eserciti in formato tascabile”, non ha aspettato molto per costringere il governatore a fare le valige, facendo capire, anche resto del Paese e dell’oligarchia, chi, almeno sulla carta, ha il coltello dalla parte del manico.

Lotte di potere

L’episodio è solo la punta dell’iceberg nel quadro gli scontri tra gli oligarchi che hanno preso il via dopo la cacciata di Yanukovich. Poroshenko, presidente eletto nel maggio dello scorso anno e sesto uomo più ricco del paese (secondo Forbes il suo patrimonio ammontava 1,3 miliardi di dollari nel 2014) e Igor Kolomoisky, quarto uomo più ricco d’Ucraina (1,8 miliardi di dollari) sono solo gli attori principali di una battaglia che vede più o meno coinvolti tutti gli altri tycoon del paese, da Henadiy Boholyubov, socio di Kolomoisky al terzo posto della classifica di Forbes e meno esposto mediaticamente, a chi invece negli ultimi dodici mesi ha dovuto soffrire, come i più filorussi Dmitri Firtash e soprattutto Rinat Akhmetov (primo della lista e nonostante le perdite ancora l’uomo più ricco in Ucraina con 11,2 miliardi di dollari nel 2014). Le dimissioni del governatore di Dnipropetrosvk, alleggeriscono la pressione su altri gruppi che nello scorso anno nella regione sono stati messi ai margini dall’espansionismo di Kolomoisky, da quello di Victor Pinchuk a quello di Yulia Tymoshenko. In bilico è ora il governatore di Odessa, Igor Palitsa, alleato di Kolomoisky e oligarca di media stazza.

Vizi del passato

Che l’Ucraina sia bloccata in meccanismi pericolosi e non riesca a liberarsi dagli schemi del passato è confermato dal fatto che Poroshenko ha sostituito Kolomosky con un suo uomo, Valentin Resnichenko, ex manager del gruppo Ukraine Media Holding, di proprietà dell’oligarca Boris Loshkin, capo attuale dell’amministrazione presidenziale. Così come dopo la cacciata di Yanukovich l’allora presidente ad interim Olexandr Turchynov aveva cambiato tutti i governatori delle regioni del sudest, così Poroshenko negli ultimi mesi ha riavviato la girandola di poltrone che ha coinvolto però non solo gli oblast orientali e meridionali, ma anche quelli dell’ovest e del centro, da Leopoli a Vinnitsia.

Alcuni deputati del Blocco Poroshenko hanno inoltre abbandonato nei giorni scorsi la frazione presidenziali schierandosi con Kolomoisky. La già eterogenea maggioranza governativa, appoggiata da cinque partiti, è sottoposta così a nuove pressioni che rischiano di metterne in pericolo la stabilità. Anche il fragile equilibrio tra Poroshenko e Yatseniuk, quest’ultimo spinto in alto da Kolomoisky, ha retto sino ad ora più che altro di fronte alla necessità di affrontare insieme i problemi più impellenti, primo su tutti quello di reperire gli aiuti internazionali per evitare il collasso del paese, ma è sempre più in pericolo.

RASSEGNAEST.COM/ASKANEWS

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