Andrea Cinalli
Serialità ignorata
3 Aprile Apr 2015 1514 03 aprile 2015

"Bloodline", la scia di sangue attorno casa

La pecora nera in famiglia. Quella che si attira le più aspre contumelie, quella che qualunque azione compia finisce per innescare un vespaio di polemiche benché mossa dalle più nobili intenzioni. Quella che, mentre fratelli e genitori si affaccendano nell’albergo famigliare, bighellona eludendo incombenze domestiche e scolastiche. Nessuno vorrebbe attorno un tipo così. Molti lo scaccerebbero, magari fra un impropero e uno sghignazzo, raccomandandogli di non farsi vedere, altrimenti passerebbero alle maniere forti. E la black sheep in questione finisce assiepata da astio e livori. Anche quando girovaga in tutta placidità viene sempre adocchiata con lo sguardo denso di sospetti dell’investigatore fiutante colpe e crimini. E allora l’odio gli penetra nell’anima. Studiando l’immagine che lo specchio, impietoso, restituisce, inizia a guardarsi egli stesso come un combinaguai, uno che non centra mai l’obiettivo, predestinato al fallimento.

Ci si immedesima facilmente in Danny Reyburn (Ben Mendelsohn), protagonista di “Bloodline”, family drama con screziature thriller di Netflix. Perché magari, pure vestendo i panni intonsi del figliolo zelante, percepiamo una cappa di insoddisfazione e rabbia addosso. Decrittiamo il baluginio negli occhi del capo come segno di delusione, la faccia inespressiva dei cari come maschera di riprovazione. E allora digrigniamo i denti, macerati dalle incomprensioni. Ma il male provocato da Danny non è legato a un compito eseguito con svogliatezza. Nel passato punteggiato di errori, svetta un incidente che ha stravolto irrimediabilmente gli equilibri famigliari, dopo il quale gli occhi del padre, al suo passaggio, si infiammano a guisa di tizzoni ardenti. Un incidente che non viene sbrogliato adamantino dalle penne orchestranti il flusso narrativo, ma che emerge a tasselli: una scena nel teaser, poi si sorvola per tutta la puntata per elargirne un altro scorcio, suffragato da nuove prospettive, nel mezzo dell’episodio seguente. Ma non è l’unica sequenza sbrindellata. Un altro episodio sconcertante, che però concerne le sorti future della ciurma, si dipana frammento dopo frammento: una carrellata di flashforward mostra come i fratelli si sbarazzano del suo cadavere.

Già, se vi cullate nella certezza di un drama che grondi svolte da romanzo di formazione, con la progressiva accettazione dei difetti, sarete spiazzati. Si comincia con atmosfera festosa, tavole imbandite e lo sfarzo opacizzato da visi smunti che gremiscono lo sfondo. Per poi approdare alle lande del thriller. Chi negli ultimi mesi ha fatto indigestione di serialità americana correrà con la mente a “How To Get Away With Murder”, da noi ribattezzato “Le Regole del Delitto Perfetto”. E magari applicherà al pacchetto Netflix il marchio del plagio, liquidandolo senza neppure una visione. Ma le trame tessute dagli sceneggiatori – Todd A. e Glenn Kessler, fratelli, e Daniel Zelman – oltrepassano la sibillina raffigurazione del delitto scompaginato e restituito in generose sorsate dissetanti. Soprattutto, non ci sono universitari con le fantasticherie sul futuro incistate negli occhi, e neppure l’orlo di criptiche perversioni – imbastite con la patina trash che ottunde tanta broadcast tv - viene carezzato. Qui le sconcezze prendono corpo alla luce del sole, senza il finto pudore degli ambiziosi che tengono lindo il simulacro di una facciata seriosa.

Così, ecco la sorellona Meg che cornifica il fidanzato perché necessita di una passatina alle parti basse. Una giovane (interpretata da Linda Cardellini) che periclita fra il rispetto dei valori casalinghi e lo spirito altruista che la sospinge verso il fratello errabondo. Poi c’è John (Kyle Chandler), il big brother eretto a collante della brigata. A lui, il compito di stroncare battibecchi e litigi che inquinino il focolare domestico. L’animo affabile che giustifica il desidero di fugare le inquietudini striderà col piglio decisionista del killer occultante il cadavere. E infine c’è Kevin (Norbert Leo-Butz) il quarto fratello, quello scombiccherato, il cui naso adunco setaccia sempre i motori delle barche a scovare il danno, da navigato meccanico. Sua la pistola fornita al big brother per il fratricidio.

Crime drama sui generis, questo “Bloodline”, che non poteva trovare dimora più accogliente di Netflix. Come raccontano gli autori su Goldderby.com, la loro creatività s’è nutrita del costante supporto degli editor e i dirigenti, che li hanno spalleggiati nelle più audaci scelte narrative. “Qui a Netflix abbiamo trovato terreno fertile per il nostro stile di scrittura”, chiosano con la gratitudine sbrilluccicante negli occhi. Perché le loro storie non si sposano alla tv con la tensione amorosa di una coppia predestinata. No. La loro scrittura è arzigogolata, gravida di orpelli orientarsi fra i quali rinvenendo le vestigia della coerenza è impresa ardua. Sovente, come succedeva in “Damages”, altra creatura seriale del trio, non bastavano i riepiloghi d’esordio, le stringhe del dialogo dovevano rievocare vecchi accadimenti oppure il filo scenico veniva tranciato da sporadici frame. Con “Bloodline”, no. La formula Netflix gli ha permesso di concepire il prodotto alla stregua di un romanzo, consci che se l’utente meditasse di riesplorare una faccenda poco cristallina, paventando distrazioni durante la visione dei precedenti episodi, potrebbe subito riavvolgere la matassa narrativa. Niente brusche interruzioni, né voci decantanti gesta passate a inizio episodio. Solo il godimento di una scrittura leggiadra senza soverchianti imposizioni.

Qui l’inquadratura è sporca. Non il lerciume che insozza gangster movie o noir. Ma quel po’ di pattume scenico che fa bene al realismo delle vicissitudini. Quindi niente vaporose capigliature e abbigliamenti, solo figure scarmigliate che si trascinano in un'incolore quotidianità. Gli autori di “Bloodline” avrebbero potuto scegliere anche un anonimo lido nostrano, per ambientazione, piuttosto che le Florida Keys, e il fascino della confezione non ne sarebbe stato inficiato. Perché routine come quelle che intrappolano i protagonisti puntellano un po’ tutte le case. La sorpresa per il delitto che si consumerà, e il catalizzatore da cui scaturirà, si accresce dunque a ogni pacca affettuosa, a ogni parola velata di affetto. Interazioni intrise di un male impercettibile che bussa alle coscienze solo nella foga di un attimo. Concitazione per cui ci si maledice negli anni a venire, tartassati da scenari alternativi spogli di sensi di colpa.

La sigla ben metaforizza il viaggio narrativo. I colori caldi veglianti sull’oceano cedono il passo a fulmini e saette, che a loro volta lasciano il posto a un cielo terso foriero di lieti presagi, prontamente smentiti dal riaffacciarsi del nubifragio. Scontro cromatico e irruenza naturale da cui non può che sgorgare sangue. 

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