Andrea Cinalli
Serialità ignorata
8 Aprile Apr 2015 1224 08 aprile 2015

"Finding Carter", alla scoperta di un solido teendrama

Serata all’insegna del divertimento. Si tracanna un paio di birre, si conversa sugli affari di cuore. Poi tutti insieme, mossi dal brivido di tentare qualcosa di nuovo e possibilmente ai confini della legalità, si irrompe nel luna park. Ma la Dea Bendata non sorride raggiante col piano di fuga che si dispiega esattamente come vagheggiato. No. Sopraggiungono le forze dell’ordine che serrano le manette ai polsi traducendoli in gattabuia. Se lo si pensa come l’esito catastrofico di una serata che si preannunciava galvanizzante, bè, ci si ricrederebbe a sentire la storia di Carter Stevens (Kathryn Prescott).

Tutti gli amici vengono scortati a casa da genitori furenti che apponendo la firma sul modulo di rilascio gli scagliano sguardi intrisi di minacce. Lei, invece, se ne sta a gambe accavallate in attesa della sua, di madre furibonda. Pazienta, si mangiucchia le unghie, borbotta fra sé e sé sull’orlo della pazienza, finché lo sferragliare della porta d’accesso non segnala la presenza di qualcuno. Carter aguzza la vista. Sporge la testolina per quanto le consente l’ampiezza delle sbarre. Ma sul visetto lucido di speranza si fa largo la delusione. A venirle incontro è un agente con la pancia prominente che le rovescia addosso l’annuncio che ne ribalta certezze e valori che dalla nascita hanno funto da scricchiolanti fondamenta: Carter è la ragazzina rapita tredici anni addietro le cui sorti sono state abbrancate da un alone di mistero gettando i genitori nello sconforto. Carter scuote la testa, con decisione. Deve esserci stato uno sbaglio. L’addetto agli archivi – come cliché impone, un ciccione nullafacente che fa balzare svogliatamente le dita a salsiccia da un incartamento all’altro – avrà commesso un errore. Lei è figlia di sua madre, una giunonica quarantenne che ha esaudito ogni capriccio e appagato ogni desiderio prima ancora che si affacciasse nella testolina corvina, il sorriso perennemente dipinto sulle labbra di chi si sciacqua le colpe di dosso – un pagamento mancato per il servizio postale che ha fatto pervenire la bolletta in ritardo, un’anziana involontariamente urtata nell’angusta corsia del supermercato – con parole imbevute di cordialità. E invece è tutto vero. Il faldone che esibisce il poliziotto non lascia spazio a dubbi: la sua è la storia di una ragazzina strappata all’affetto del focolare domestico da una donna di passaggio che ha profittato di un momento di distrazione. Ad avvalorarla, i volti madidi di lacrime dei genitori veri, che aggirando le direttive degli agenti, irrompono in ufficio a strozzarla di attenzioni di cui davvero non avverte il bisogno, tanto è stravolta.

Parte così “Finding Carter”, nuovo teendrama griffato Mtv. Mtv Usa, non Italia, che a lanciarsi nelle produzioni fictional nutre qualche timore, sorretta da introiti ancora inadeguati. Il serial ha debuttato la scorsa estate suscitando l’interesse di oltre due milioni di telespettatori. Buon traguardo per una rete cable, accessibile a un pubblico danaroso che storce il naso davanti all’offerta pubblica. A breve, dovrebbe sbarcare anche sull’omonima rete italiana, già pronta a riservarle un loculo nella fascia serale. E possiamo cullarci nella certezza che anche il pubblico nostrano, affamato di cronaca nera, saprà apprezzare. Perché l’autrice, Emily Silver, pungola il pubblico con l’abbrivio cronachistico, ma poi batte altri sentieri. Piuttosto che fossilizzarsi sul giallo, alla spasmodica ricerca del colpevole, e sulla titanica ricostruzione della dinamica dei fatti, piega per il viottolo del ‘drama adolescenziale’. Sfrutta la storia di Carter per addentrarsi nel mondo dei ragazzi, e mica attinge al calderone di cliché che zavorra la generazione come fatto dagli autori de “I liceali”. No, com’è tipico in terra d’America, si punta a una raffigurazione graniticamente appigliata alla realtà. Quindi via dita plananti su tastiere di aggeggi tech, al bando commenti sull’ultima eliminazione del reality più in voga. Solo una mandria di ragazzi che cresce, incespica, si tampona le ferite emotive e guarda avanti, col barlume di speranza necessario per catapultarsi nella vita adulta.

Dimenticate i vari “90210” e “Gossip Girl”: nessuna modaiola solca i corridoi della high school ammiccando al belloccio e spargendo grugniti di disappunto all’indirizzo degli sfigati che deturpano il bel vedere della fauna scolastica. Merito della giovanissima caposcrittrice, che – fresca di gavetta – rammemora bene i tempi liceali. Una freschezza e una genuinità narrative, quelle che spalma sul teleschermo, che non possono che essere il portato di memorie vivide rievocate da una penna famelica di drammi autentici, epurati dalla patina trash che avviluppa fior di prodotti adolescenziali. La spontaneità che rifulge nell’animo della protagonista non è che lo specchio della personalità autoriale, che nell’intervista firmata da The Whedonverse Network, chiosa con la semplicità puerile della scrittrice estranea ai calcoli del rampante pennivendolo che “forse la mia scrittura non fa poi così schifo, se vagliata dallo sguardo vigile di un pezzo grosso come Alexis Denisof (Wesley in “Buffy”, ndc), questi decide di prendere parte al progetto.” Già, perché la Silver è fan di lungo corso di “Buffy L’ammazzavampiri”. È proprio con le gesta della Cacciatrice che a 13 anni si sono accese le aspirazioni cine-letterarie. All’inizio, le ha scambiate per una stolida ammirazione nei confronti della protagonista, affannandosi ad emularla a suon di corsi di taekwondo. Poi, tendendo bene le orecchie, e auscultando il prodotto col piglio analitico del critico che penna in mano è in procinto di vergare giudizi infamanti, ha realizzato che a infiammarla sono i dialoghi e le immagini così certosinamente cuciti da Joss Whedon, in bilico fra lo humour nero e il cupo realismo della vita scolastica.

Una passione, la sua, che ai tempi dell’università l’ha dirottata alla scrittura cinematografica e televisiva, assaporando persino una poderosa stretta di mano con la crew dello storico telefilm, composta da Marty Noxon e Jane Espenson. Autrici la cui conoscenza non le ha imporporato le guance dei rossori dell’imbarazzo, ma l’ha avvolta nella pacificante sensazione di una famiglia finalmente ricongiunta, oltre la barriera dello schermo tv. Un senso di calore domestico e sconfinato amore che si compatta anche in “Finding Carter”. Certo, ne occorre di tempo. Sciogliere le ritrosie di una sedicenne tirata su a suon di inganni non è impresa da poco. Ma è l’amore di una madre affranta che le tenta tutte pur di rabberciare il rapporto sbiadito ad avvincere noi e la protagonista. In un universo ignoto, brulicante di sorrisi che non ci si sente di ricambiare, si annaspa in cerca di nuovi equilibri, in cerca della salvezza sotto le fascinose sembianze di coetanei sì dall’aria svagata ma che ti penetrano l’animo cavandone dubbi e insicurezze e capaci di farli propri come nessun altro. Un desiderio di approdare alla terra ferma di legami indissolubili non dissimile dalle necessità coltivate non appena trasmigrati in una nuova dimensione lavorativa. A guardare “Finding Carter”, insomma, ci si sente subito a casa. 

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