Luciana Grosso
Bodega Bay
14 Aprile Apr 2015 0019 13 aprile 2015

Del perché la storia di Marco Rubio vale il prezzo del biglietto

Allora: di Hillary si è già detto. Sono 25 anni che si dice, quindi niente di nuovo.

Di Marco Rubio invece, c’è tutto da dire.

Partiamo dai fatti: 43 anni, nato a Miami da genitori cubani scappati dalla dittatura di Batista (e non di Fidel come Marco il furbacchione aveva tentato di far credere a un certo punto) è senatore per il seggio di Miami. Bravo ragazzo, convincentissimo oratore, conservatore di destra ( fino a qualche mese fa era considerato di area Tea Party), oggi candidato alle Primarie Repubblicane per avere la nomination a candidato Presidente.

Personalmente ho sentito parlare di lui per la prima volta nel 2010. Una mattina di novembre, pioveva e io ero in coda in macchina. Brutta roba, lo so. La radio andava e lo speaker, direi Oscar Giannino ma non ne sono certa, tesseva le lodi di Rubio, sorpresa delle Elezioni di Mid Term (vinte dai Repubblicani, per altro).

Cos’era successo per generare tanto entusiamo? Era successo che quel seggio, quello che adesso era stato vinto da Rubio, era il seggio che apparteneva di quasi diritto a Charlie Crist, azzimato e navigato politico Repubblicano (oggi Democratico) che, all’epoca, era governatore della Florida e che correva anche per il Senato, sicuro di vincere.

A rovinargli i piani, però, ci si mise Marco: giovane, scuro di pelle, con un acccento strano e i tratti latini: Marco era cubano, sì, ma era soprattutto un cocciuto lavoratore. Di quelli duri, di quelli che non si stancano mai, di quelli che solo i poveri a cui viene data una possibilità riescono a essere. 

Rubio gli rosicchiò la vittoria alle primarie per il Senato un voto alla volta, un discorso alla volta, un dibattito alla volta. E non solo lo buttò fuori dalle primarie, ma, di fatto, lo cacciò anche dal partito nel quale aveva militato per anni e che Crist lasciò sdegnato prima di correre, comunque, come indipendente, per il Senato.

E, ovviamente, perdere contro Marco Rubio.

Non ditemi, dunque, che questa non è una storia.

Non ditemi che il cubano figlio di esuli che fa a pezzi il mammasantissima della politica non è una storia.

Non ditemi che il cubano figlio di esuli che milita nel lato più conservatore e ‘cattivo’ del partito Repubblicano, non è una storia.

Non ditemi che il cubano figlio di esuli che si prepara a correre per la Casa Bianca non è una storia.

Secondo me sì. E pure tanto. Quindi, a Marco Rubio, il mio affetto, da quella mattina di pioggia di novembre, non lo leva nessuno.

Davvero.

Solo quello però. Perché per il resto mi viene l’orticaria quando leggo che è un pro-life (in merito all'idiozia della definizione 'pro-life' suggerisco una geniale frase di, appunto, Hillary Clinton che, richiesta su un’opinione in merito alle interruzioni di gravidanza rispose: ‘Non esistono i pro aborto’), che gli piacciono le pistole e i pistoleri, che ha votato contro il rinnovo del fondo anti violenza sulle donne e che trova risibili le teorie su inquinamento e cambiamento climatico. 

Insomma, caro Marco, non ti si può vedere.

Però hai un'ottima storia. 

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