Andrea Cinalli
Serialità ignorata
17 Aprile Apr 2015 1845 17 aprile 2015

“Weird Loners”, la solitudine fa ridere

Finire soli. Senza un volto amico che ti separi dal divano e ti trascini per feste a mescolarti fra ciurme di corpi saettanti in pista. Senza un famigliare che invochi la tua presenza dinanzi al piatto fumante di spaghetti. Senza un impiego lavorativo che ti spinga a varcare la soglia di casa e vellichi brame di guadagno per acquistare chissà quali beni. Storia triste, nevvero? Di quelle che gonfiano gli occhi di lacrime, di quelle che ti spogliano di ogni fremito vitale sempre più proiettato in un baratro di sconforto. Come riemergere? Come tornare radiosi, a godere delle amenità che s’affastellano nel quotidiano ma che ombreggiate dalle angosce non siamo più in grado di apprezzare? Chi ha fatto di scetticismo virtù, senza il basamento di una solida opinione critica e appigliato al comun sentire, ha già confezionato il consiglio: una capatina dalla psicologa, che estirpa tutti i mali. Oppure: cingersi di conoscenti benché incapaci di penetrare le afflizioni laceranti l’animo. Perché, a detta di costoro, buttarsi in una cacofonia di suoni, non può che risollevarti.

Poi arriva il consiglio dello sceneggiatore, che in sordina, sulla Fox americana, propone la sua ricetta: la risata. Una semplice, salubre risata, con chi davvero ti suscita l’ilarità, senza spremersi un divertimento artificioso giusto per abbellire una facciata che sostenga l’ultimo palpito di dignità prima dell’oblio. Un consiglio che ha la forma di una serie televisiva, in 6 puntate. Titolo: “Weird Loners” (“Strani solitari”). È una sensazione angosciante, quella di essere soli, che ti serra le viscere e ti confina in piagnistei senza tregua, uscire dai quali pare impresa ardua. Una sensazione che come ogni scrittore che impasta testi imbevuti delle emozioni che meglio ha setacciato nella vita Michael J. Weithorn descrive in modo chiaro, senza i tentennamenti di chi non ha ancora rischiarato gli angoli bui di un’emozione indefinita: “Tutti ci sentiamo soli nella ricerca dell’amore e della serenità. Non sopporto la concezione imperante nella società odierna di 35enni che devono essere già accasati e aver sfornato una mandria di frugoletti.”

La paura della solitudine non lo ha abbandonato mai, sin dall’infanzia, quando a scuola è stato difficile destreggiarsi nelle relazioni fra compagnucci. Sulle pagine di VeryAware.com si dipinge come un ragazzino problematico, di quelli fonte di patemi per genitori alle prese con impieghi totalizzanti. Un primigenio senso di straniamento, su cui, avendolo condotto mano nella mano alle soglie della vita adulta, ha deciso di incardinare un film: “A Little Help”, una pellicola che verte precipuamente su altre tematiche – l’azzimata mater familias amante della perfezione che fa i conti con la scomparsa del marito – ma per la quale ha imbastito un sub-plot che affondasse nel suo vissuto, con quella manciata di riferimenti che accendesse il ricordo dei conoscenti. Sempre all’interno dell’intervista, datata 2011, sosteneva che mai dopo “The King of Queens” (sit-com in onda dal '98 al 2007), sarebbe balzato sullo small screen con un nuovo prodotto. Perché l’ordito narrativo delle serie comiche era puntellato da risate in scatola che non contagiano più, perché i temi proposti dai broadcaster orbitavano attorno a ultraventenni squattrinati che amareggiati tornano nel nido domestico.

Se oggi è tornato sui suoi passi è perché negli ultimi quattro anni anche il genere comico – complici le commedie infiocchettate dalle cable tv (“Girls”, “Shameless”) – ha puntato ai palati più fini, squarciando una tradizione produttiva arenatasi negli interni e rispettosa di pause sceniche che si piegavano alla comprensibilità di un pubblico facilmente destabilizzabile. Il ritorno alle origini gli ha permesso anche di riesplorare i bagliori di una creatività genuina, cui sempre attingeva alle prese con la risata. Roba che aveva obliato a contatto col grande schermo: come racconta su Deadline.com, il segreto di una comedy funzionante è il focus sulle emozioni comuni. Un segreto semplice, magari sfarfallante nella mente di tutti, per il quale si storce la bocca con l’aria di chi viene turlupinato dal pennivendolo che soffia aria fritta.

E invece no. Perché a Hollywood, come è accaduto nei recenti TCA Press Tour, c’è chi crede che il problema principe sia la regia: adombrando il ruolo della scrittura, si disquisisce sulla povertà visiva della single-cam e sull’opulenza narrativa della multi-cam. Tutti discorsi asfittici, a detta del caposcrittore, che invece ribadisce la rilevanza di descrivere in maniera originale, da prospettive poco battute, emozioni che irrorano le giornate del pubblico di riferimento. E Weithorn certe emozioni – con la solitudine preponderante – le ha sfoggiate attraverso i volti di quattro tizi: Stosh (Zachary Knighton), il tombeur de femmes che a suon di sveltine finisce per alienarsi ogni membro del gentil sesso; Eric (Nate Torrance), il cugino imbolsito che rotola nella disperazione da una stanza all’altra dell’appartamento che condivideva col padre defunto; Caryn (Becki Newton), una dentista insicura su cui incombe lo spettro del volere materno che la condanna al grembiulino della brava domestica; e Zara (Meera Rohit Kumbhani) una giovane indiana stanca delle relazioni granitiche che naufragano in una vacua routine.

Divenendo dirimpettai – lapalissiana eco di “Friends” – i quattro apprenderanno i reciproci difetti e, a forza di battagliare e carezzarsi, sonderanno l’inconscio poco perlustrato per scoprire risorse di cui davvero non si credevano equipaggiati. E con le quali uscire dall’incubo della solitudine. Tutto con le risate in sottofondo. Ma quelle dei protagonisti e di chi segue.

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