Luca Barni
Banchiere di provincia
18 Aprile Apr 2015 0815 18 aprile 2015

Se le banche piangono, le aziende non ridono

QE, sempre lui sugli scudi e, ovviamente, anche le sue ricadute sul sistema economico, in questi giorni analizzate ai massimi livelli. Anche noi, dal nostro piccolo osservatorio di provincia, l’abbiamo scritto: il QE da solo non basta, urgono riforme strutturali e una vera exit stategy sul problema dei bilanci bancari. Che tradotto significa trovare una veloce soluzione al problema dei crediti deteriorati in pancia alle banche. Non lo dice soltanto il sottoscritto –ci mancherebbe–; lo afferma il Fondo Monetario Internazionale nell’outlook del Global Financial Stability Report. Nel documento, José Vinals , consulente del Fondo, loda la misura adottata da Draghi, ma aggiunge che lo slogan più corretto al momento deve esser: “QE più altre politiche”, e più specificatamente ” i legislatori nazionali dovrebbero incoraggiare le banche a gestire i prestiti cattivi e implementare framwork istituzionali e legali più efficienti per accelerare questo processo”, e poi.. nell’eurozona nel suo complesso “la qualità degli asset ha continuato a deteriorarsi”. Carta canta, perché ammontano a 900 miliardi  –dico novecento miliardi il totale dei prestiti deteriorati in Europa alla fine del 2014. Sì, in Europa, non soltanto in casa nostra; perché il problema non è a marchio made in Italy, ma ha ormai dimensione continentale, pur riconoscendo che di quei 900 miliardi, 600 sono in capo alle sole Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, Irlanda e Cipro. Vinals è stato chiaro: le colpe delle banche ci sono tutte, perché in questo decennio poco o nulla hanno fatto (a differenza di Usa e Giappone) per gestire al meglio gli asset e svalutare il debito cattivo. Ma questo è, e le ricadute sono chiare agli analisti. I crediti deteriorati riducono la disponibilità e la capacità di una banca a fornire credito perché frenano la redditività e comportano costi operativi; richiedono di essere coperti da capitali e riducono la propensione delle banche a concedere prestiti a soggetti con qualità del credito borderline. Quello stesso giorno Draghi - resistendo agli assalti sul tavolo - ha espresso soddisfazione sul primo report del QE e si è allineato a quanto detto dal FMI: la politica monetaria della BCE sta aiutando la ripresa, ma deve essere una parte della strategia. Per trasformare le “ripresina” da ciclica a strutturale servono riforme. Il governatore della BCE ha riconosciuto che è ancora debole la dinamica dei prestiti alle imprese, ma non lo ritiene un problema esclusivamente delle banche. C’è un problema delle aziende. Vinals dice che le imprese devono imparare a diversificare le fonti di finanziamento, perché oggi l’indebitamento complessivo lordo delle imprese tende a essere molto altoe quasi interamente di origine bancaria. Quindi? Mi permetto anch’io, dopo i giganti, di dire la mia: il problema del credito non è soltanto delle banche; va oltre investendo, e in pieno, le aziende e la loro capacità di stare sul mercato finanziandosi coerentemente alla loro dimensione e al loro business. Coerentemente -sottolineo- per evitare il perpetuarsi del modello aziende povere (di capitali) e imprenditori in fuoriserie. Fanno bene a Francoforte e Washington a dire queste cose, ma bastava bussare alle porte delle piccole banche che, dal loro territorio, queste cose le dicono e le vivono da un po’. Nessuna grandeur. Al contrario. Banale constatazione di chi i mercati dell’economia reale li vive quotidianamente.

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