Daniele Marini
Palomar
21 Aprile Apr 2015 1026 21 aprile 2015

EXPO 2015: evento fieristico o infrastruttura per lo sviluppo?

Mancano una manciata di giorni all’inaugurazione della manifestazione internazionale EXPO 2015 a Milano. Ci arriviamo – come spesso accade nel nostro Paese quando dobbiamo realizzare delle intraprese – avendo scoperto truffe e corruzioni, accumulato ritardi e rimpallato responsabilità, con prese di posizioni del Governo per accelerare i lavori e con manifestazioni di contrarietà al progetto. Insomma, seguendo il classico copione all’italiana: sparpagliati. Al netto di ciò, e di tutte le difficoltà, la manifestazione internazionale costituisce un’occasione importante e fondamentale, in particolare ora che primi segnali di un cambiamento nelle tendenze economiche dell’Italia stanno facendo capolino. In questo senso, l’EXPO è un’occasione che deve diventare un’opportunità. Soprattutto pensando alle ricadute e alle conseguenze che da un simile evento possono scaturire una volta terminata l’esposizione universale. Dobbiamo necessariamente preoccuparci della sua piena realizzazione e riuscita, ma il vero successo sarà costituito da quanto saprà gemmare successivamente alla conclusione: centri di ricerca, know-how nei diversi settori economici, nuovi posti di lavoro, infrastrutture e logistica, attività imprenditoriali e così via. L’EXPO è sia un elemento di attrazione, che di propulsione, non solo per i diversi settori produttivi, ma per l’immagine, il brand Italia nel mondo. Sono oltre 130 Paesi che saranno ospitati nei diversi padiglioni a Milano, dunque l’Italia diventerà una vera e propria vetrina che attirerà turisti, operatori economici e culturali. Ma non possiamo dimenticare le molteplici iniziative che reticolarmente si stanno predisponendo nel resto della nazione: un brulicare di attività che si richiamano a quell’evento e stanno mobilitando energie, inventive e risorse, in campo economico e culturale.

1. L’EXPO (ig)noto

Se la manifestazione dell’EXPO è nota negli ambienti istituzionali ed economici, in che misura lo è presso la popolazione? E quali sono i valori, gli obiettivi strategici che tale evento dovrà perseguire? Community Media Research, in collaborazione con Intesa Sanpaolo, ha sondato queste dimensioni, nell’idea che un evento di tale portata non possa non essere patrimonio dell’intera nazione. Non è un caso, infatti, che proprio in queste settimane si stiano moltiplicando le comunicazioni istituzionali e le pubblicità dell’iniziativa: per renderlo un evento non solo per addetti ai lavori, ma opportunità di crescita diffusa. Ed effettivamente, pare vi sia bisogno di comunicarlo. La popolazione che, a poche settimane dall’inaugurazione, dichiara di avere seguito con attenzione e possedere una conoscenza approfondita di EXPO 2015 non raggiunge un quarto fra gli interpellati (23,2%). Non si tratta certo di una quota marginale, ma in ogni caso non appare ancora un evento avvertito in modo esteso. Per la maggioranza degli italiani (56,4%), invece, la manifestazione è nota, ma in modo superficiale, avendo appreso solo qualche notizia dai mezzi di comunicazione. Infine, nel complesso circa un quinto (20,4%) non ha proprio avuto modo di seguire o non sa di cosa si tratti. Al fine di testare il grado di effettiva conoscenza, sono stati proposti agli interpellati alcuni slogan identificativi della manifestazione. Il 64,9% ritiene correttamente che il motto di EXPO sia “Nutrire il Pianeta, Energie per la Vita”, il restante 35,1% sceglie opzioni errate. Se sommiamo quanti dichiarano, in modo approfondito o superficiale, di essere al corrente della manifestazione (79,6%), possiamo osservare come lo slogan caratterizzante sia noto in misura ancora inferiore (64,9%). Sommando le due risposte, è possibile creare un profilo di conoscenza dell’EXPO, da cui emergono tre tipologie. La prima raffigura gli “EXPOnenti” (16,9%) e raccoglie quanti hanno seguito con attenzione il progetto e individuano lo slogan corretto. In questo gruppo s’incontra più facilmente la componente maschile, i più adulti (55-64 anni), gli imprenditori e chi possiede una laurea. Il gruppo più cospicuo è il secondo (45,8%): gli “EXPOsti”, che hanno una conoscenza superficiale dell’evento e riconoscono correttamente lo slogan. In questo caso, troviamo soprattutto le persone in età attiva (25-54 anni), i disoccupati e le casalinghe, i laureati e i residenti a Nord Ovest. Il terzo gruppo, anch’esso cospicuo, è quello dei “SottoEXPOsti” (37,3%) e raccoglie quanti non hanno una conoscenza adeguata (o non ne hanno alcuna) e non sanno identificare neppure lo slogan. La componente femminile, i più giovani (meno di 24 anni) e i senior (oltre 65 anni), i pensionati e le casalinghe, chi ha un basso titolo di studio caratterizzano maggiormente il gruppo. Indubbiamente, le preoccupazioni degli italiani sono concentrate su altri e ben più pressanti versanti. Ciò non di meno, uno sforzo maggiore di comunicazione dovrebbe essere realizzato identificando i target oggi più distanti dall’EXPO (donne, giovani e senior, lavoratori, chi non risiede nel Nord Ovest), facendo leva anche sulle ricadute che un evento mondiale avrà sulle nostre vite. La manifestazione dell’EXPO ha identificato, nel suo manifesto programmatico, alcuni obiettivi strategici da perseguire. Anche su questi aspetti è stata sondata l’opinione degli italiani e ne sono scaturiti alcuni elementi che mettono in luce gli orientamenti di valore in tema di sviluppo. Due sono gli obiettivi che, su tutti, emergono come prioritari. Da un lato, l’EXPO dovrebbe contribuire a far sì che tutti abbiano cibo e acqua a sufficienza per vivere (58,2%), rinviando così a un’ideale di equità globale. A questo si aggiunge l’altra priorità ovvero l’utilizzo delle nuove tecnologie al fine di trovare un corretto equilibrio fra disponibilità di cibo e consumo delle risorse del pianeta (56,2%). In altri termini, emerge il valore della sostenibilità e del rispetto di una corrispondenza fra consumi e sfruttamento della terra. Più sullo sfondo, troviamo l’attenzione alla salvaguardia delle biodiversità (33,5%) e l’assicurare la salubrità e la qualità dell’alimentazione (30,0%). Mentre, meno considerati sono gli aspetti di natura culturale (valorizzazione delle tradizioni alimentari: 15,2%) e medico (educare alla prevenzione: 6,8%). Dunque, maggiore equità globale e sostenibilità sono i due obiettivi principali che gli italiani attendono dall’imminente EXPO. Va da sé che la sola manifestazione non potrà raggiungere simili traguardi. Ma l’auspicio è che l’EXPO da un’occasione diventi un’opportunità perché questi percorsi siano un tassello per una nuova cultura dello sviluppo.

2. Le ricadute attese dell’EXPO

Gli italiani hanno una sindrome allergica alle grandi opere. Le vivono perlopiù con un’aria di sospetto e di disincanto. Prima ancora che considerarne l’utilità, la funzionalità, le opportunità che possono aprire, scatta un meccanismo pavloviano: il dubbio che dietro a un progetto si celi sempre qualcos’altro. Qualcuno che ruba, la raccomandazione, la speculazione, il danno ambientale: insomma, qualcosa oscura sempre la finalità ultima, appannandone gli obiettivi. Va detto che un simile sentimento trova ampia alimentazione nelle cronache quasi quotidiane. Dai reportage giornalistici ai telegiornali satirici, dagli articoli ai blog siamo sommersi da notizie che mettono in luce scorrettezze, ruberie, lievitazione dei costi. E tutto a danno dei contribuenti. Insomma, i furbetti del quartierino sono sempre dietro l’angolo. Com’è noto, anche l’esposizione universale EXPO 2015 è stata toccata da episodi di corruzione, che vanno denunciati e perseguiti. Nello stesso tempo, però, non va dimenticato ciò che l’EXPO 2015 di Milano può rappresentare: non solo un evento, ma una infrastruttura volano per la nostra economia. In una fase in cui alcuni fattori di miglioramento si stanno palesando, l’esposizione costituisce un’opportunità per una parte consistente del sistema produttivo italiano. Molti consumatori dei Paesi in crescita guardano al nostro Made in Italy come un valore aggiunto importante. Di questo gli imprenditori sono consapevoli e non è un caso che siano anche i più attivi e attenti all’evoluzione della manifestazione. Il cibo e l’alimentazione, temi al centro dell’evento, costituiscono uno degli asset principali dell’Italia a livello globale e funzionano da traino anche per tutti gli altri settori produttivi. Ma l’EXPO non è solo un evento: va considerato al pari di una infrastruttura. E opportunamente il Ministro Delrio, fin dall’assunzione del suo incarico, l’ha posto fra le grandi opere. Perché come altre esperienze hanno dimostrato (Genova, Torino) queste iniziative devono essere considerate anche un’occasione per rivisitare lo sviluppo di un territorio e di un’economia. Proponendo alla popolazione una lista di possibili ricadute che l’esposizione internazionale potrebbe avere, prevale un orientamento di ambivalenza, venato in particolare da un orientamento negativo. Al primo posto, quasi inevitabilmente, gli italiani collocano una preoccupazione: l’infiltrazione di criminalità e l’alimentarsi di fenomeni legati alla corruzione (62,6%), in particolare fra i residenti nel Nord. Al secondo posto, invece, troviamo la speranza che la manifestazione possa generare una maggiore attenzione alla qualità dei prodotti e alla sicurezza dei consumatori (56,8%), con una netta prevalenza fra gli abitanti del Centro e del Nord Est. Si tratta di due opzioni dal segno opposto: la prima è un’apprensione, la seconda un auspicio. Che però convivono. La classifica prosegue evidenziando posizioni che mettono in luce valutazioni preoccupate: non sono maggioritarie, tuttavia sono assai diffuse. Il 43,3% ritiene che una volta terminato l’evento, l’EXPO non avrà ricadute positive, ma sarà stato un semplice episodio. Una quota analoga (43,3%) pensa che i costi per sostenere l’esposizione universale siano eccessivi per un paese come l’Italia ancora in grande sofferenza economica. I due quinti (40,7%) temono un eccesso di cementificazione e presumono un impatto negativo sull’ambiente. Dall’altro lato, gli aspetti positivi rivestono un minor grado di accordo. Se i due quinti (41,9%) prevedono che l’EXPO creerà nuovi posti di lavoro, solo il 38,4% degli italiani immagina la possibilità che vengano avviati nuovi centri di ricerca e sviluppo. E una quota simile (35,8%) intravede nell’esposizione universale un contributo al rilancio della nostra economia. Sommando le risposte ottenute dagli italiani è possibile costruire un profilo di sintesi delle aspettative verso l’EXPO. Il profilo prevalente è costituito da quanti sono incerti, oscillano equamente fra aspetti positivi e negativi, in un gioco a somma zero: gli “EXPOboh”. Sono il 43,8% degli italiani, in particolare fra le donne, le generazioni più giovani, gli studenti, i residenti nel Nord Est, chi possiede una laurea e ha una conoscenza dell’evento appena sufficiente. Il secondo profilo è composto da quanti prevedono esclusivamente ricadute negative: i “noEXPO”. Sono il 31,2% degli interpellati e soprattutto si trovano fra i 25-34enni, i disoccupati, i diplomati e hanno però una scarsa conoscenza su l’EXPO. Il profilo minoritario, benché non marginale, è di quanti immaginano effetti positivi dell’esposizione universale: gli “EXPOfan” (25,0%). In questo gruppo annoveriamo soprattutto i maschi, gli ultraquarantenni, gli imprenditori e le casalinghe, i residenti nel Mezzogiorno e quanti hanno seguito attentamente il progetto dell’EXPO. Solo una manciata di giorni e poi, finalmente, si taglierà il fatidico nastro dell’esposizione universale. Inevitabilmente scatteranno subito le valutazioni sull’EXPO. Ma gli effetti sostanziali si potranno misurare solo successivamente, una volta chiusa la manifestazione. Se l’EXPO sarà stato progettato anche come una infrastruttura (immateriale) per un nuovo sviluppo, allora ne potremmo toccare con mano i risultati. E, una volta tanto, avremo trovato un rimedio all’allergia degli italiani verso le grandi opere.

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