Andrea Cinalli
Serialità ignorata
27 Aprile Apr 2015 1203 27 aprile 2015

"American Odyssey", gli americani rileggono Omero

Sei lontano da casa per lavoro. Cacci il cellulare di tasca per rimirare con occhi tristi i volti familiari. Magari la mente corre al momento dell’autoscatto, alle ludiche difficoltà che l’hanno preceduto con la fotocamera puntata addosso e il figlio che con l’arma del solletico si divincola. Oppure ti chiedi cosa staranno combinando a centinaia di chilometri di distanza. Magari ti interroghi sulla fedeltà del coniuge – perché promesse e giuramenti possono anche soccombere al bruciore di una nostalgica affettività – magari ti chiedi se al piccolo vengano rimboccate le coperte e venga martellato dalle stesse asfissianti premure con cui lo si tempestava in prima persona. Strizzi il pugno. Digrigni i denti. Sei consapevole che presto la trasferta si concluderà e potrai tornare al focolare domestico. È la convinzione cui ti devi aggrappare, l’unica che possa insufflarti la voglia di tirare avanti e svolgere i doveri con la disciplina e la risolutezza di sempre. Ma se un ostacolo piomba a sconquassare anche l'evanescente simulacro di speranza, a cosa fare affidamento? Da dove attingere la forza che sorregga l’agire quotidiano?

Più o meno i quesiti cui è chiamata a rispondere la protagonista di “American Odyssey”. Nel mezzo di una missione per conto del governo statunitense incappa in documenti che attesterebbero relazioni economiche fra una potente organizzazione americana e il fulcro dell’attività terroristica irachena. Proprio quando il pericoloso capo viene annientato e la missione si direbbe completata con sommo gaudio di tutti i partecipanti, una frangia del proprio esercito si insinua requisendo prove e corpi mutilati. Ma Odelle (Anna Friel) – il volto cardine – che fiuta l’inganno, salva tutta la documentazione su una penna USB che s’affretta a fagocitare nelle vesti voluminose.

L’olezzo del raggiro non si dirada neppure quando la combriccola militare viene congedata con tutti gli onori del caso, carezzando la possibilità di un vicino rimpatrio. Ma è la fortuna che spalleggia Odelle, quando appartatasi fra le sterpaglie per la minzione pre-coricamento, una bomba rade al suolo l’appezzamento di terreno sul quale il gruppo si è accampato. Da unica superstite, dovrà guardarsi le spalle, ramingare in una claustrofobica solitudine – sospettosa sia nei confronti delle forze dichiaratamente avverse, sia nei riguardi della propria nazione – per riadagiarsi sul suolo patrio e portare all’attenzione dei connazionali, schermati da un governo omertoso, la congiura ordita.

Occhieggia ad alti modelli letterari, la nuova produzione NBC. Spulciando fra le pagine omeriche si arpiona il cuore pulsante del messaggio sotteso e lo si eleva ai vivaci lucori dell’arte odierna per antonomasia: la serialità tv. Come il protagonista dell’Odissea, il cui viaggio di ritorno si rimpingua di ostacoli soverchiando i quali le forze di volontà si infiacchiscono sempre più, il calvario di Odelle è segnato da rapimenti, ruberie e minacce di sgozzamento. Traghettata dalla dimora di un terrorista all’altra, il viaggio che deve compiere è anche nei meandri dell’inconscio. Deve scavare nelle memorie spalmate nei 35 anni di vita per abbeverarsi all’inesauribile fonte dell’audacia che è sempre sgorgata in lei. Una sorsata dopo l’altra, l’incedere si fa più determinato, al riparo dal pungolo dei traumi sempre incombente. Deve realizzare quanto sia robusta la forza interiore e capire se questa basta per spuntarla, per annichilire le sordide brame di guadagno che hanno innescato tutta la vicenda, come al fondo di ogni complotto degno di attenzioni cine-letterarie.

“Un messaggio semplice, quello che mi ha spinto alla scrittura”, è la chiosa di Peter Horton, l’autore che finalmente, a 61 anni, ha tagliato l’ambito traguardo: realizzare un serial tv tutto suo, sebbene supportato dai fidi partner di scrittura. Quanto all’ispirazione omerica – sostiene – ha rispolverato solo il tema dell’Odissea per poi imboccare tutt’altra via. Rimodernata e più prossima alla sensibilità di un pubblico in apprensione per le vicende in Oriente. Horton non fa mistero della sbirciatina a “Homeland” e “24”. Del primo, c’è lo svisceramento dell’atmosfera che regna nei territori di guerra con l’accompagnamento dell’irriducibile umanità della protagonista. Come Carrie Mathison, che si barcamena fra i problemi di salute e la burrascosa relazione col sergente-terrorista Nicholas Brody, Odelle ha da vedersela con una famiglia che la crede morta, e il bisogno di riassaporarne l’abbraccio assurge a propellente della rocambolesca fuga. Da “24” vengono estrapolate le sferzate thriller che proprio al culmine della drammaticità scenica irrompono a smarcare la protagonista dal destino di morte per irradiare un nuovo, insperato cammino verso la salvezza. Il tutto elargendo al pubblico fiato corto e occhi dilatati. Certo, se il solo perno narrativo, dal quale si sbrogliano le 13 ore del racconto, fosse la corsa a perdifiato della protagonista, il rischio della palpebra calante sarebbe dietro l’angolo. Ma gli sceneggiatori – sotto l’egida di Horton – da scaltri affabulatori fregiatisi, a fronte del pregio narrativo, del titolo di moderni romanzieri, hanno cucito e intrecciato con la cura della sarta provetta tutte le fila narrative. Assegnando loculi più che rispettabili a personaggi secondari dal vago, ma pur accettabile, spessore. 

Vi è Peter (Peter Facinelli), il pater familias diviso fra lavoro e famiglia. Il tipo dall’aria innocente, all’oscuro di tutto, che si ritrova invischiato in un intrigo dal quale le tenta tutte pur di districarsi. Fruscii molesti di incartamenti che saettano furtivi di mano in mano, borbottii ovattati e sguardi in tralice di chi si scherma da occhi e orecchie indiscrete, il tizio realizza quanto loschi siano gli affari aziendali. E tra un indizio sciorinato al servizio giornalistico in tv e qualche soffiata di un collega in combutta con impiegati dei piani alti affresca il ritratto del complotto in cui riveste un ruolo chiave suo malgrado. Attento a coprirsi le spalle e a fugare pericoli che inficino la serenità famigliare, potrebbe venire a capo del mistero. Poi c’è Harrison (Jake Robinson), l’attivista politico con la boccuccia incorniciata dal pizzetto che non crede alla copertura imbastita dal governo e, forte delle sue abilità informatiche, scova prove che suffraghino la tesi secondo cui la protagonista è ancora viva, la sola sopravvissuta. Invaghendosi di una sedicente giornalista e sorretto dall’amicizia di un hacker, cercherà di persuaderne i connazionali. Infine, non manca la figlioletta, Suzanne (Sadie Sink). Quella il cui cuore pulsa ancora per l’amore materno. Quella che, nonostante il fermo eloquio della cronista in tv, epurato da tentennamenti e possibilità di smentita, ha sempre coltivato le speranze. Neppure il burbero babbo, tempestandola di imposizioni, riesce ad ammansirla. Sguscia via di casa, con la fluente chioma bionda che ballonzola sulle spalle si fa largo fra gruppuscoli di sconosciuti assedianti i palazzi del potere. Tutto pur di incassare una notiziola che rinvigorisca sogni e desideri.

“American Odyssey” ha tutti gli ingredienti, calibrati con la maestria del cuoco provetto, per conquistare i palati più fini. È sufficiente l’assaggio del pilot congegnato da Horton, dove l’alternanza fra paesaggi orientali e gli asfittici scorci cittadini danno origine a suggestivi conflitti cromatici, per infatuarsene e proseguire. Due mondi in eterno contrasto – come testimoniano le cronache internazionali – dove trovare la conciliazione di un accordo o una pur vaga concordanza di interessi è impresa irrealizzabile. Ma scavando con la profondità d’animo che solo la sensibilità di scrittori promette, sondando quegli arzigogoli psicologici fasciati in vesti fluttuanti o in smoking, si realizza che i bisogni sono i medesimi. E che la lingua penzola fuori di bocca alla promessa esclusiva di potere e prestigio. Il dubbio che il caposcrittore ha instillato nel pubblico concerne proprio tale battaglia: l’umanità di una protagonista caratterialmente stratificata riuscirà a surclassare mire espansionistiche e brame di arricchimento? Possibile che di fronte al denaro sonante si pieghino anche le più ferree anime pie? Scontato che per trovare risposte il pubblico debba sorbirsi l’intera stagione. Una vera odissea. 

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