Linda Finardi
Think it out
29 Aprile Apr 2015 0757 29 aprile 2015

Buona scuola, buona università, buoni dirigenti pubblici.

Intervista al sociologo valutatore Mauro Palumbo*

Si parla dei premi che ricevono i dirigenti pubblici, come nell’ultimo servizio tv della Gabanelli di qualche giorno fa; di migliorare la qualità della scuola e la si sottopone alle pressioni dell’iper-riformismo che non le dà tregua; compariamo le nostre università ai nostri vicini europei cadendo nel ridicolo di fronte ai ranking in cui occupiamo sempre il fondo della lista, senza capire come e perché i nostri laureati siano così apprezzati e ricercati all’estero. Ma non sembra ancora chiaro con quali strumenti si stiano affrontando effettivamente tutte queste questioni e come tali strumenti vengano usati; perché quando si parla di valutazione si ha la sensazione che sia un mondo lontano, esotico, oppure forse dato troppo per scontato. Eppure il 2015 è l’anno internazionale della Valutazione: EvalPartners, il movimento globale per rafforzare le capacità di valutazione, ha lanciato questa iniziativa per far sapere come le politiche e i programmi pubblici cambiano le istituzioni e insieme modellano la nostra vita e quella delle generazioni future.E per questo sia necessario valutarle, cioè capire se funzionano. Scuola, università, pubblica amministrazione, tutto è sottoposto a valutazione e a molta sperimentazione al riguardo. Di fronte al timore della valutazione o alla mancanza di consapevolezza sulle sue evidenze, complicazioni e conseguenze, abbiamo chiesto a uno dei massimi esperti di valutazione in Italia, Mauro Palumbo, di guidarci per capire quali sono i punti critici da affrontare per connettere la dimensione valutativa ad una reale meritocrazia e democrazia.

Professor Palumbo, da Brunetta alla Gelmini le riforme si rincorrono e ci rincorrono, ma come si fa a capire se le politiche pubbliche cui siamo sottoposti hanno davvero un senso per la collettività?

“Bisognerebbe valutarle. La valutazione è una forma di riflessività della società su se stessa e quindi dovrebbe rendere consapevoli le persone delle attività che svolgono e dei risultati raggiunti al fine di raggiungere un miglioramento. Poi valutazione significa anche permettere ai cittadini di giudicare la qualità e l’efficacia dei servizi che ricevono dal pubblico. Questo è un punto critico perché è più facile che le informazioni sugli effetti delle politiche siano utilizzate dal centro, per accrescerne il controllo sulle autonomie, piuttosto che per rafforzare le competenze dei cittadini; inoltre, allo stesso tempo, bisogna fare attenzione che una maggior consapevolezza dei cittadini non si limiti a produrre un antagonismo fine a se stesso nei confronti delle istituzioni pubbliche. Affrontare questa questione richiede una sensibilità che le istituzioni non sempre hanno. Far capire alle istituzioni che l’utente può essere un loro alleato è una sfida ancora da vincere, come anche quella di diffondere presso l’opinione pubblica l’idea che la valutazione è un’opportunità di miglioramento. Mentre questi usi punitivi della valutazione creano diffidenza e preoccupazione”.

Quelli introdotti da Brunetta e dalla Gelmini?

“La logica brunettiana è una logica di performance, di efficientismo, che corre il rischio di rimanere fine a se stesso. Formalmente il riferimento è quello del mercato per cui anche l’efficientizzazione delle pubbliche amministrazioni si misura dalla loro capacità di produrre profitti, ma i servizi pubblici hanno una natura diversa e rimane ancora da  capire se stiamo usando bene le risorse comuni”.

Ma ci stanno facendo credere che il tutto è fatto per premiare il merito: meritocrazia è una delle parole chiave nei discorsi del Presidente del Consiglio e rischiamo di credergli perché abbiamo capito che nessuna organizzazione è in grado di funzionare bene se non premia il qualche modo chi è più meritevole. In Italia sembra ci sia da lavorare molto in questo senso. Cosa ne pensa?

“Quando sentiamo parlare di meritocrazia dobbiamo tener presente che il senso si basa su alcuni precisi assunti. Uno di questie è che le persone agiscono secondo una logica utilitaristica e quindi che il sistema premi e punizioni sia il sistema giusto. In più i premi sono essenzialmente di tipo economico, ma sappiamo che le ricompense possono avere natura diversa; non solo denaro, ma anche stima, fiducia, rispetto. La seconda idea diffusa è che la concorrenza per ottenere i premi stimoli tutti a migliorare. Ma guardiamo alle scuole: obiettivi troppo sfidanti scoraggiano gli studenti che pensando che non ce la potranno mai fare non si impegnano neanche quel minimo. Il terzo assunto della meritocrazia brunettiana rivisitata da Renzi è che il lavoro sia sempre svolto a titolo individuale. Il sistema premiale attuale presuppone che le performance siano individuali e non tiene conto della dimensione di lavoro in équipe. Invece, tanti bravi solisti non fanno un’orchestra. E molte prestazioni pubbliche sono realizzate da orchestre. Basti pensare a un corso di laurea o a un intervento chirurgico. E poi bisogna tener conto anche dei valori portanti di certe organizzazioni, perché in contesti fortemente solidaristici un sistema premiale individuale può generare anche degli effetti non voluti, disincentivando la cooperazione. Se poi si premia chi lavora molto c’è anche il rischio che quelli che lavorano poco, in situazioni dove non è possibile licenziare, smettano di fare anche quel poco e paradossalmente la produttività media scenda. Bisogna stare attenti a come si mescolano i principi etici e i principi funzionali. La valutazione non è per apprendisti stregoni”.

Nell’ultima puntata di Report si è parlato appunto di premialità ai dirigenti pubblici. Dall’inchiesta è emerso che i dirigenti italiani si pongono obiettivi talmente modesti da far sì che il premio sia diventato praticamente un’integrazione fissa allo stipendio di quasi tutti i dirigenti italiani. In altri paesi invece, come l’Inghilterra per esempio, ottiene il premio un dirigente su quattro. Siamo davvero più bravi?

“I dirigenti si pongono soprattutto obiettivi legati al funzionamento ordinario, ai compiti di routine. Questo deriva dal fatto che c’è un atteggiamento molto difensivo e dall’altro si pensa che la retribuzione ti spetti per il solo fatto che tu stai al mondo. Cioè il concetto di retribuzione premiale, aggiuntiva o di risultato è un concetto molto debole in Italia. Ho visto tanti dirigenti porsi come obiettivo presentare il piano di riparto entro una determinata data, ma poi se questo non è un piano di qualità, non è equo e viene criticato cosa abbiamo migliorato? Per iniziare a vedere la qualità di quello che si produce e a fare piani che modifichino realmente le criticità che si sono evidenziate occorre collegare gli obiettivi interni all’organizzazione a quelli esterni, ai miglioramenti nella condizione dei cittadini o degli utenti che vogliamo raggiungere”

Un tema sempre caldo e a cui Renzi ha dato maggior peso nella sua attività politica, o per lo meno ha reso centrale nei sui discorsi, è la scuola. Esistono delle ricerche che stanno monitorando e valutando continuamente la scuola a livello nazionale e internazionale, come quelle dell’Invalsi per l’Italia e le OCSE-PISA per la comparazione fra paesi europei. Che Italia esce da queste valutazioni?

“Il sistema nazionale di valutazione delle scuole attuale tiene conto del fatto che la scuola è inserita in un contesto e quindi il confronto è fra scuole analoghe, cioè il confronto avviene tra l’istituto tecnico di Scampia con quello del quartiere Zen di Palermo, non con il liceo classico migliore della città. Questo non esclude il rischio che prevalga una logica centralistica di controllo, che fa temere che lo Stato possa conoscere quali scuole vanno male per sanzionarle invece che per migliorarle. Un’altra logica sottostante è quella del quasi-mercato, favorita dalla diffusione dei risultati degli allievi, per cui le famiglie, sapendo quali sono le scuole migliori e quelle peggiori, possono scegliere con più oculatezza, che è la logica sviluppata dall’Ofsted in Inghilterra, che poi si è rivelata fallimentare perché non tutte le famiglie hanno capacità di analizzare i dati e quindi paradossalmente aumentano le diseguaglianze sociali, tra chi sa scegliere una buona scuola e chi no. Queste due logiche, lo Stato o le famiglie identificano le scuole “cattive”, hanno un problema in comune: cosa faccio con le scuole che vanno male? Le chiudo? Bisogna invece favorire un meccanismo che consenta alle scuole che vanno male di migliorare, l’idea è quella quindi di applicare un modello partecipato tra insegnanti, dirigenti, esperti esterni in cui la scuola ha un ruolo attivo, anche se questo si lega al problema del grado di autonomia del dirigente scolastico e della scuola, che non è ancora chiaro e che deve essere affrontato per arrivare a fare dei veri piani di miglioramento, praticabili, che non siano pro-forma. Anche perché nelle indagini Ocse PISA, che comparano il livello di apprendimento degli studenti quindicenni dei paesi europei, siamo sotto la media. La scuola italiana sembra riprodurre le differenze sociali piuttosto che colmarle, appiattire verso il centro, la mediocrità, non sviluppa le eccellenze e lascia la gente indietro, evidenzia grandi differenze tra aree geografiche e tra tipi diversi di scuole”.

Per le università invece abbiamo delle valutazioni internazionali i cui risultati, che ci vengono forniti sotto forma di ranking, dimostrerebbero che l’Italia con le sue università è fra le più scarse al mondo. Ma perché allora sono molto richiesti i nostri laureati all’estero e la ricerca si pone ai vertici mondiali secondo le ricerche del CNRS? Di cosa tengono conto questi ranking?

“Le valutazioni internazionali per le università sono molto discusse e discutibili. Ci sono 15 ranking internazionali che usano indicatori non diversificati e tendono a premiare le università più grandi e di lingua inglese. Times ad esempio va a vedere quanti premi Nobel sono usciti da un’università: chiaro che più un’università è grande e più è alta la probabilità che ne esca un Nobel. Poi considerano solo le pubblicazioni in lingua inglese e quindi privilegiano il mondo anglosassone, non solo a danno dell’italiano ma anche del francese o del tedesco, ad esempio; così l’Europa ha sviluppato un costoso progetto che tiene conto di un più vasto numero di indicatori, cioè ciò che noi andiamo a misurare, che permette di osservare e studiare le università in maniera più approfondita. Il progetto si chiama U-Multirank e permette di personalizzare le graduatorie a seconda delle priorità dell’utilizzatore: ad esempio i criteri che segue una famiglia per scegliere un Ateneo non sono gli stessi che segue un’azienda per finanziare una ricerca. Nel caso italiano le classifiche sono costruite dall’ANVUR ma anche queste sono discutibili, essenzialmente perché manca un dibattito pubblico su quali debbano essere le funzioni dell’Università e come vada ripartito il peso tra ricerca, didattica e connessioni con lo sviluppo del territorio, la cosiddetta terza missione dell’università. Qui, a differenza che per la scuola, viene adottato il principio “punire per migliorare”, do meno soldi a quelle che vanno peggio senza sapere perché vanno peggio e tanto meno senza intervenire sulle cause”.

Infine, salutandola, pensa che l’equità sociale sia una sfida che la valutazione è in grado di affrontare?

“Come diceva Amartya Sen e prima di lui Don Milani, se io voglio l’uguaglianza rispetto ad una cosa genero necessariamente differenze rispetto ad un’altra; dare parti uguali a chi ha esigenze diverse può essere iniquo. L’equità è sempre una parola pericolosa, uno si deve sempre chiedere equità rispetto a che cosa. Qualunque visione semplificata del mondo, e della valutazione, rischia di produrre danni, ma la valutazione è in grado di dire in che termini una politica è equa o meno e per chi”.

*Mauro Palumbo è Professore Ordinario di Sociologia presso l’Università di Genova. E’ stato Direttore del Dipartimento di Scienze Antropologiche, Presidente dell’Associazione Italiana di Valutazione e Presidente del Centro di Ateneo per l’apprendimento permanente (PERFORM). Fondatore e Vice Presidente della Rete delle Università Italiane per l’Apprendimento Permanente (RIUAP). Attualmente ricopre il ruolo di delegato del Rettore per l'Apprendimento Permanente. Si occupa prevalentemente di valutazione delle politiche pubbliche, disuguaglianze sociali e dei sistemi educativi. E’ membro del Comitato Editoriale di diverse riviste sociologiche e Direttore della Collana “Valutazione” edita da FrancoAngeli ed è autore di oltre 160 pubblicazioni, tra cui “Per una istruzione e formazione professionale di eccellenza. Nuovi percorsi formativi per la riforma del sistema educativo” (Milano, FrancoAngeli, 2005), Il processo di valutazione, Milano, Angeli 2001), “Valutare per migliorare: il contributo della valutazione alla scuola” (in M. Faggioli, Migliorare la Scuola. Autovalutazione, valutazione e miglioramento per lo sviluppo della qualità, Junior-Spaggiari, Bergamo, 2014), “La valutazione delle politiche dell’unione europea” (Studi di Sociologia, XLIII, 3, 2005), “Le ragioni delle regole per la valutazione dell’Università: per un’etica della pratica accademica” (Studi di Sociologia, XLIX, 1, 2011).

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