Luca Serafini
Post filosofico
1 Maggio Mag 2015 1620 01 maggio 2015

Tutto l'Italicum è noia

In un precedente articolo, che affrontava tra le altre cose il rapporto del pensiero filosofico con l’attualità, ci eravamo soffermati su una delle principali forme di concretizzazione di tale rapporto nell’odierna società dello spettacolo: il filosofo che discute di questioni politiche in televisione. Utilizzando l’odiosa pratica dell’autocitazione solo a mo’ di introduzione, riportiamo un passo di quell’articolo, in cui si esprimeva perplessità nei confronti del “filosofo-tuttologo che, spesso da un salotto televisivo, parla di questioni politiche attuali citando Marx e Adorno, ma magari ignorando anche i più banali dati economici o la serie di vicende storiche che dovrebbero costituire la base per intervenire su quelle stesse questioni. Il filosofo che, insomma, pensa di poter applicare modelli teorici onnicomprensivi alla spiegazione di fenomeni che richiederebbero ben altra pazienza di analisi e fatica interpretativa”.

Lunedì sera, a “Piazzapulita”, ecco che all’improvviso ci si para davanti agli occhi un potenziale caso di specie: la filosofa Roberta De Monticelli che discute di legge elettorale.

Proviamo ad analizzare i suoi interventi durante la trasmissione. De Monticelli chiarisce da subito la sua contrarietà all’attuale legge. Tradisce immediatamente la sua pecca di fondo, quella di ignorarne il contenuto (se non per linee molto generali), sublimando tale mancanza attraverso l’affermazione di “rappresentare il punto di vista del cittadino” (categoria forse un po’ troppo vasta per essere incarnata da un sol uomo o da una sola donna, ma passiamo oltre). Da tale privilegiato punto di osservazione, De Monticelli sostiene che appare evidente come il contenuto di questa legge elettorale non conti nulla agli occhi di chi l’ha scritta, interessato com’è solo all’atto del decidere, al mostrare i propri muscoli, la propria vigoria. Dove si palesa tale irrilevanza contenutistica? A parere di De Monticelli, in una battuta del sottosegretario alla presidenza del Consiglio durante le celebrazioni del 25 aprile, in cui si paragonava il coraggio di Renzi sull’Italicum a quello dei resistenti. Tutto qui?

In realtà gli inciampi logici del discorso di De Monticelli sembrano nascere proprio dal peccato originale di cui sopra, che però è rivendicato dalla filosofa come punto d’onore: il non voler minimamente entrare nei meccanismi specifici della legge. Con un presupposto del genere, è ovviamente impossibile motivare la presunta irrilevanza dei contenuti dell’Italicum sulla base di un’analisi di quegli stessi contenuti. Piuttosto, il j’accuse della filosofa pare potersi inquadrare in un caso di proiezione: a me non frega nulla del contenuto, quindi accuso te di fregartene allo stesso modo (ma colpevolmente, essendo tu il legislatore e io lo spaurito cittadino).

In un successivo intervento, De Monticelli chiarisce meglio il suo pensiero: quello che conta sono i valori in vista dei quali una legge, specie se collegata alla riforma costituzionale, viene elaborata. Il mondo è pieno di ingiustizie, l’Italia ancora di più. La Costituzione è il baluardo ideale contro il marciume dell’esistente. Se si fa una legge che la tocca, tale legge deve rispettarne lo spirito, i valori espressi dal patto fondativo che ne è alla base. Cosa sanno gli attuali neocostituenti di questi valori? Li rispettano o li stanno piuttosto violando?

L’intervento è aperto da una critica che la filosofia rivolge agli altri ospiti della trasmissione, quella di svolgere analisi che inquadrano solo i rapporti di forza tra i partiti politici, le mosse strategiche dell’uno e dell’altro per far approvare la legge o per farla arenare, e non le idee. Così facendo, aggiunge, l’ormai pluridecorato cittadino si annoia. L’accusa è in perfetta analogia con quella rivolta alla maggioranza di governo: pensate solo ai rapporti di forza, non alle idee.

Riportando questo intervento alla nostra problematica di fondo, quella della presenza dei filosofi in un dibattito televisivo che verte su questioni politiche, De Monticelli dice cose certamente di buon senso. Il ruolo del filosofo, in contesti del genere, dovrebbe essere infatti proprio quello di elevare la discussione dalla mera analisi del dato, del fatto, dei rapporti di forza, a quella dei valori, delle idee all’interno delle quali una specifica legge può essere letta.

Per fare questo, tuttavia, il punto di partenza non può che essere quello della padronanza dei contenuti (en passant, De Monticelli sostiene anche che la fiducia sull’Italicum violi l’articolo 72 della Costituzione, articolo che in realtà definisce i procedimenti ordinari e “speciali” di approvazione delle leggi dal punto di vista della divisione delle funzioni tra le Commissioni e l’Aula). Come posso inquadrare in un contesto di più ampio respiro concettuale qualcosa che conosco solo in maniera generica? A De Monticelli sfugge infatti che gli altri noiosi ospiti non discutevano solo di rapporti di forza, ma anche di contenuti (soglie di sbarramento, premio di maggioranza, ecc.). Un discorso teorico sulla legge elettorale può certamente contenere espressioni come “la Costituzione è l’elemento ideale contro la realtà”, ma dovrebbe anche includere termini come “maggioritario”, “proporzionale”. Concetti anche questi, solo più direttamente riferiti ai dati bruti della legge in questione.

Omettendo del tutto questo livello di analisi, in spregio a una realtà troppo noiosa per perdere tempo a scandagliarla, il platonismo costituzionale di De Monticelli non può che giungere alla conclusione che qualsiasi modifica sostanziosa della Carta (a cui anche l’Italicum indirettamente concorre) implichi necessariamente un nichilismo di fondo, una mancanza di prospettiva quale che sia, una pulsione a cambiare per il gusto di farlo.

Ora, è del tutto legittimo sostenere che il progetto politico alla base del combinato disposto Italicum/riforma costituzionale sia sbagliato. Ma, appunto, bisognerebbe spiegare perché è sbagliato, perché un maggioritario col premio alla lista non è in linea coi valori costituzionali, perché la rappresentanza è più importante della governabilità, e così via. Non si può liquidare tutto dicendo che è il progetto politico di per sé a mancare, e mantenere il ragionamento su un piano esclusivamente formale (ma eventualmente, se è il caso, firmare appelli per fermare leggi di cui non si vuole approfondire la sostanza). Questo perché, come De Monticelli da studiosa di Kant sa meglio di tutti noi, se è vero che le intuizioni senza concetti sono cieche, è anche vero che i concetti, senza intuizioni, sono vuoti.

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