Raja Elfani
Gloβ
9 Maggio Mag 2015 0803 09 maggio 2015

56° Biennale di Venezia: con Enwezor l'arte globale è ancora indefinita

Il curatore della 56° Biennale di Venezia risponde a tutte le domande, anche le più polemiche. Molti hanno creduto di metterlo in difficoltà con domande su Marx o sul socialismo, ma l’unica domanda alla quale Enwezor davvero non vuole rispondere è sul futuro, totale tabù. Molti ormai e da tutto il mondo esprimono l’urgenza di una linea culturale chiara, ma Enwezor alla presentazione della Biennale aveva la risposta pronta: “niente prognosi, solo diagnosi”. Eppure la parola “futuro” è nel titolo della sua biennale All The World’s Futures anche se da un curatore nessuno si aspetta una risposta sul futuro del mondo, bensì una risposta sul futuro dell’arte.

È la domanda più legittima, quella a cui dovrebbe rispondere ogni curatore che ha la responsabilità di influire sulla ricerca, sugli artisti e sul mercato a livello internazionale: quali sono gli obiettivi e i nuovi ideali dell’arte oggi? Quale rotta ha preso l’arte dall’ultima volta che è stata dichiarata una direzione? Da mezzo secolo, dai fatidici anni Settanta dai quali Enwezor fa ripartire la sua mostra, questa grande nave-crociera che è l’arte contemporanea internazionale è salpata per una meta non pervenuta, o peggio: ha levato l’àncora con l’intenzione di non approdare mai a nessun porto, per rimanere comodamente al largo, indeterminata, volontariamente lontana da ogni sponda. La prendereste voi una nave così?

A credere Enwezor, sembra che non è ancora il momento di fare previsioni. Il consenso intanto è sul fare ordine, includere tutta l’arte del mondo, aprire il più possibile, all’Africa, agli Arabi, ai Cinesi e quest’anno perfino ai Comunisti. Ora nessun artista avrà più il lussuoso pretesto di sentirsi una voce fuori dal coro. Se non altro, questa biennale segna la fine dell’arte dissidente, tanto che nemmeno il lungo tunnel buio di Tania Bruguera fa più paura: i visitatori devono addentrarsi a tastoni verso un punto luminoso (uno schermo lontano), ma non viene voglia di percorrere il tunnel per intero: sappiamo come andrà a finire, ormai il suo rilascio a Cuba è solo questione di tempo.

Nessuna effigie di Marx, ma solo una di Lenin nella sala dei piccoli dipinti macchiaioli dell’artista attivista egiziana Inji Efflatoun imprigionata da Nasser. Negli spazi adiacenti, altri due artisti arabi, giovani, originari dal Libano: Mounira Al Solh e Walead Beshty. Separato invece dal Medioriente all’onore nel Padiglione Centrale, bisogna spostarsi all’Arsenale per sentire il polso artistico del Nord Africa con un plastico del centro di Tunisi - cuore nevralgico della rivolta globale - e i disegni molto accademici sulla protesta del 2011 del giovane Tunisino Nidhal Chamekh figlio di un attivista, ora sotto la protezione del potente mecenate (e banchiere) Lazaar.

Nordafricani anche, ma dello show biz parigino, gli Algerini Abdelssemed e Parreno, il primo ancora arcaico con i suoi mucchi di coltelli colorati, il secondo furbamente concettuale con i suoi lampioni verticali con accensione a tempo, sparsi in tutto l’Arsenale. E infine, sempre all’Arsenale, tempio del tema del disordine, anche un po’ di Emirati con il collettivo Gulf Labor che ha fatto molto parlare di sé prima e durante della Biennale con il flash mob al Guggenheim di New York la settimana scorsa e ieri al Guggenheim di Venezia: sono senz'altro i vincitori morali di questa biennale, per aver applicato alla lettera il tema di Enwezor.   

Stessa divisione rigorosa e diplomatica per l’Asia: il Giappone all’onore con i grandi dipinti figurativi di Tetsuya Ishida nel Padiglione Centrale, e la Cina all’Arsenale con sospese fuori - vicino a un vivacissimo Padiglione Cinese animato tra le altre cose dalla performance tra acqua e musica di Tan Dun - le fenici monumentali di Xu Bing, e dentro i video di Cao Fei.

Per l’Italia, questa separazione tra arte istituzionale e art system si è risolta con Fabio Mauri celebrato al Padiglione Centrale, e appena consacrato come maestro del dopoguerra, e Pino Pascali all’Arsenale con un imponente Cannone forse di una collezione austriaca, artista sfuggito alle istituzioni italiane e quindi non più Italiano nei fatti. Le due giovani Italiane di Berlino volute da Enwezor, Rosa Barba e Monica Bonvicini, equamente collocate: al Padiglione Centrale la prima, con una massiccia proiezione analogica in perfetta successione con il lavoro di Mauri, e la seconda all’Arsenale.

In fondo all’Arsenale, un irrisolto Padiglione Italia con quindici artisti italiani famosi e sconosciuti e un allestimento isolazionistico per sospendere (e rimandare) un altro po’ il giudizio. Ma anche qualche segno di evoluzione: il Padiglione Italia verrà ricordato come il luogo dove Vanessa Beecroft ha definitivamente trasformato le sue già ieratiche sexy performer in statue di marmo.

Ritroviamo un’altra Italiana nel Padiglione Belga, Elisabetta Benassi, nel Padiglione Italia in edizioni precedenti e che qui torna come interprete del tema della Colonizzazione con un chiosco di ossa più un performer declamante. Su questo tema sono molto meno retorici e spesso anche ironici gli Africani selezionati da Enwezor: dai timbri giganti di Barthélémy Toguo del Camerun ai sacchi di juta molto scenografici e un po’ alla Burri del giovane Ghanese Ibrahim Mahama all’Arsenale, alla serie di teschi dipinti dalla Sudafricana Marlene Dumas al Padiglione Centrale, con una sala intera, adiacente agli sgargianti dipinti dell’Afroamericano Kerry James Marshall. Ma in questa biennale, è Isaac Julien originario dei Caraibi, regista dell’oratorio del Capitale di Marx ad essere particolarmente sotto i riflettori.

Vento fresco di vitalità dalla Russia all’Europa dell’Est all’Arsenale: dai fantastici pannelli di vestiti, eretti a mo’ di protesta anti-Putin, della russa Gluklya, agli arazzi di grafici che femminizzano la finanza della Bosniaca Maja Bajevic, decisamente favorite ex aequo per il Leone al miglior artista emergente. Poi, non possiamo non notare la confidenza evidente di Enwezor con la Germania dovuta ad una lunga esperienza sul territorio dov’è stato anche curatore della Documenta di Kassel: qui a Venezia Enwezor va da Baselitz il De Kooning tedesco, alla moglie di Richter Isa Genzken al fotografo del capitalismo moderno Gursky. Abbiamo una Francia invece ridondante con i soliti Boltanski e Parreno insieme agli artisti contemporanei dei paesi francofoni come i Belgi Marcel Broodthaers e i suoi piacevoli giardini d’inverno, e le video-installazioni di Chantal Akerman diventate oggi un genere didattico.

L’America, dal nord al sud, è simbolicamente unita già dall’ingresso del Padiglione Centrale con grandi interventi di Glenn Ligon del Bronx e il Colombiano Oscar Murillo. All’interno si parte dalla Land Art di Robert Smithson con l’installazione del 1969 con un albero morto e specchi – molto simile ai Poveristi del Nord Italia, Pistoletto e Penone – per poi attraversare la pittura dell’Afroamericana Ellen Gallagher, e le lavagne concettuali della Adrian Piper nel Padiglione Centrale messe in linea di successione - forse in maniera un po' affrettata - con l'installazione I numeri malefici di Mauri. I neon di Bruce Nauman invece sono all’Arsenale - ancora non sono un'istituzione?

Nel cuore del Padiglione Centrale spunta infine l’Arena, chicca sperimentale di Enwezor, pensata come un’oasi in mezzo ad un percorso labirintico e faticoso, con un palco dove si sussegue tutta la programmazione orale della Biennale tra oratorio, conferenze, concerti e performance. Sorprende il concerto lirico solo apparentemente pomposo di Charles Gaines che pochi hanno percepito nella sua vena ironica, con un libretto fortemente contestatario di Stokely Carmichael - spartiti e testi che finiscono anche esposti in una spaziosa sala nonostante i contenuti non siano affatto political correct, il gesto decisamente più audace di Enwezor.

Stamattina insieme all’apertura al pubblico, ci sarà la premiazione dei tre vincitori della Biennale: miglior artista, miglior padiglione e miglior artista emergente. Con questa selezione ben misurata e riflessiva, è difficile credere che questa biennale - anche se forse è la più tollerante della storia - possa invertire la tendenza.

(Di Raja El Fani)

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