Andrea Cinalli
Serialità ignorata
13 Maggio Mag 2015 1116 13 maggio 2015

“Wayward Pines”, mistero fra i pini

Una piccola comunità di provincia. Grumi di case malandate. Vecchi decrepiti che arrancano abbarbicati sui loro bastoni, gli occhi infossati e vacui di chi nel corso degli anni si è visto infiacchire i sogni fino all’annichilimento. Un’orda di bimbi che schiamazza nel parco cittadino attorniato da uno stuolo di mamme sgomente che le tentano tutte pur di sedarli. Le auto che rombano solcando strade dissestate e lasciando dietro di sé pennacchi di fumo che si dissolvono sotto un sole che non scalda più. Negozianti che dietro i banconi scrutano le vie nella speranza di intercettare lo sguardo dei viandanti e imporgli con la forza del pensiero di fare acquisti nel negozietto sull’orlo del fallimento. Casalinghe che con le buste traboccanti di vivande stritolate al petto osservano in cagnesco chiunque si frapponga tra loro e quel metro di marciapiede che, se guadagnato, rafforza la sensazione di essere più vicina a casa ed ergo al compimento del dovere quotidiano.

Scenette familiari a tutti noi. Nulla che accenderebbe espressioni di stupore. Ma che accadrebbe se al nostro passaggio realizzassimo che tutti gli sguardi ci si appuntano addosso? Molti con nonchalance rimirerebbero la punta delle scarpe, scalerebbero la robusta corporatura fino alle ginocchia. A questo punto, strizzerebbero gli occhi per localizzare chiazze che dopo le abluzioni mattutine, dinanzi allo specchio, ci siano sfuggite. Non scorgendo nulla, gli occhi si aggrapperebbero alle pieghe della maglia in cerca di forellini che suscitino riso e coreografia di teste scrollanti. Ma senza registrare niente, proseguiremmo con aria circospetta già pregustando il momento di rintracciare il posteggio, infilarci nell’abitacolo dell’auto e girare la chiave nel cruscotto col ruggito molesto del motore che in quel frangente ci suonerebbe come la più carezzevole delle melodie.

C’è chi purtroppo non gode della stessa fortuna. C’è chi è condannato a girovagare nei dedali di vicoli, sondando le ragioni di cotanto interesse. È quanto accaduto all’agente speciale Ethan Burke (Matt Dillon). Col partner, perlustra la fitta boscaglia. Aggrottano le sopracciglia, studiano con meticolosità l’ambiente attenti a non farsi sfuggire elementi che illuminino nuove piste nelle indagini sulla scomparsa dei colleghi. Si rallenta, si riflette se sia il caso di accostare, poi si procede ad andatura sostenuta, finché non si va a cozzare contro un mastodontico tir materializzatosi nella foschia. Poco dopo, Burke schiude gli occhi, la luce asettica della sala d’ospedale non gli dona la calma necessaria per le rituali congetture post-ridestamento. Osserva guardingo l’ambiente, finché una compita infermiera non sopraggiunge a somministrare sedativo e scampoli di informazioni sulla cittadina, Wayword Pines, a ridosso della quale si sarebbe consumato l’incidente. Burke reclama gli effetti personali, ma con una scusa vacillante – che tuttavia perfora e sconquassa le sue resistenze – viene quietato senza che possa allarmare famigliari e colleghi. Ma le scusanti si ammonticchiano in una mole spropositata che emana l’olezzo della menzogna e Burke, addestrato a fiutare l’inganno, arpiona gli indumenti e sguscia via. Zoppicante, si butta fra le stradine, incurante dei passanti che scartano di lato e lo guardano in cagnesco, gli occhi luccicanti di sordidi propositi. Guadagna l’ingresso dell’ufficio dello sceriffo, ma vi trova un ammasso lardoso camuffato da pettegola che fra le labbra tumide si rigira chuwing-gum e pettegolezzi. Chiede di essere accolto dal capo e quando questi acconsente si ritrova al cospetto di un fighetto strappato dal mondo del rap e trapiantato in una plumbea realtà provinciale, con la punta della lingua che tormenta forsennatamente un cono gelato semi-disciolto. Alla richiesta di riottenere gli oggetti smarriti, viene mitragliato di domande sulla fatalità culminata in cumuli di lamiere fumanti e due corpi spogliati di vita, neanche avesse messo a segno una carneficina. Col tanfo dell’inganno che si è fatta puzza insostenibile, Burke monta a bordo di un’auto lasciata incustodita e avvia la sua fuga dalla cittadina stramba e grottesca. Ma quando la via imboccata conduce al lato opposto, il poliziotto capisce di essere in trappola. Nessuna via di scampo. Nessuna possibilità di contatto col mondo esterno. Solo il fievole supporto di una vecchia fiamma, ingabbiata nella parte di devota mogliettina assegnatale da chissà chi. E una barista che subito gli si accosta come adiuvante, chiarendogli che una volta in città ti appioppano una nuova identità e ti sorvegliano affinché preservi la condotta impartita.

Trama bella arzigogolata, quella di “Wayword Pines”, partorita da Blake Crouch. Il giovane romanziere, che ne ha sviluppato una trilogia letteraria prima di meditare su una trasposizione televisiva, passeggiava per le vie di una località della Columbia cinta da vette innevate, le mani allacciate dietro la schiena e la quiete notturna rotta solo dal rantolo di qualche solingo cagnetto e lo scalpiccio di un bimbo che per ravvivare una grigia quotidianità deturpava il giardino dinanzi casa scatenando le ire paterne, quando è fioccato il primo barlume di idea. “Cosa accadrebbe se restassi bloccato qui, se non potessi tornare a casa?”, una di quelle domande che molti obliano in un cantuccio della testolina liquidandola come il timore infondato di un vacanziero abituato alle ansie del tran-tran. Ma lui – da scrittore – ci ha ricamato su. Se l’è masticata fino ad assaporarne quel retrogusto di storia non immediatamente percettibile a un palato cui la letteratura mystery è indigesta. L’ha assaporata finché ad ogni aroma non è riuscito ad attribuire un volto e un background culturale, subito cristallizzati in una cittadina dalla quale non si può fuggire.

La trilogia ha macinato vendite da capogiro: circa 700mila le copie acquistate negli States. L’italico popolo, che di letture – almeno secondo l’immaginario collettivo – non dovrebbe mai essere satollo, ha potuto pasteggiare con l’opulenza di trame solo a partire dal 5 maggio, quando la traduzione italiana è sbarcata in libreria per conto di Sperling & Kupfer. Ad affiancare Burke nell’adattamento televisivo è uno che aveva l’etichetta del genietto – abituato a costruzioni cervellotiche – appiccicata in fronte sin dai tempi dell’università: Chad Hodge, che ha stilato la series bible, ha inanellato lavoretti nel settore durante i primi passi claudicanti fra i banchi accademici. Fu lui a scoprire, per conto della casa di produzione presso la quale era stato assoldato, lo script di “American Beauty”, poi baciato dal successo critico suggellato dalla vittoria agli Oscar. Un romanzo cinematografico che gli instillato una passione per la scrittura che davvero non sapeva gli bruciasse dentro: è stato subito dopo la fine del lavoretto che, penna in pugno, ha bazzicato le aule di scrittura, assimilando trucchi ed espedienti narrativi da riversare nelle sue risme di carta. Tra stille di sudore e la fiacchezza d’obbligo per lo studente lavoratore che non vede traguardo, riceve un’occasione d’oro: un incontro coi capoccia della Nbc. Fa sfoggio delle conoscenze acquisite, lascia frusciare i fogli di qualche script spiegazzato con la ferma convinzione che quelli non possano mica capitolare per uno come lui. Poi i mesi si susseguono febbrilmente, gli esami si concludono con esito positivo e la meta della laurea è finalmente raggiunta. Quando ogni speranza si è ormai dissolta, la mano scatta meccanicamente al trillo del cellulare, una risposta preconfezionata – al pensiero che all’altro capo della linea stazioni la madre apprensiva – che già sale alle labbra. Invece – con grande stupore – a salutarlo è la cordialità contenuta di un alto dirigente Nbc. Che gli avanza una proposta allettante: la riscrittura del pilota di una sit-com, a fronte delle sue capacità creative. Hodge accetta di buon grado, pronto a balzare verso le vette del successo cine-televisivo. Alla guida della crew di “Wayword Pines” arriva dopo un filotto di incarichi analoghi in “Veritas”, “Tru Calling”, “Runaway – In Fuga” e “The Playboy Club”. Tutti lavori grazie a cui ha maturato un solido bagaglio culturale da rovesciare nella nuova esperienza.

“Wayword Pines”, a dispetto dei paragoni con “Twin Peaks”, non è sorretta dalla stessa cura per attanti e ambientazione. L’intenzione di edificare un impianto narrativo che imitasse le impalcature da prodotto cable è subito evidente, a partire dall’ordine di una midseason di 10 episodi, che non inneschi l’effetto sbadiglio da broadcast tv con una maestosa stagione di 22 ore. Anche il modo con cui le varie sequenze si incastonano lungo il fluire narrativo fa il verso alla tessitura cable: secondo le regole di una narrazione a incastro, che non stramazzi nelle ovvietà, ogni sequenza che accenna a un passato remoto e nebuloso si succede a uno spezzone della turbolenta vicenda sulla via dell’innesco. Tra figuri bislacchi e leitmotiv musicali che si baloccano con la tensione scenica senza tuttavia sedimentarsi nelle menti degli spettatori, “Wayword Pines” manifesta la voglia di ergersi a cult, di dominare l’olimpo delle grandi serie e rilucere di costruzioni narrative che appena si intravvedono nel pilot. Per ora sembra alta la possibilità che la serie – dopo appena una stagione – venga offuscata dalla variegata offerta televisiva elargita in estate. E che passi via come la brezza che scuote i pini attorno alla città.

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