Ernesto Gallo e Giovanni Biava
Giovine Europa now
23 Maggio Mag 2015 1110 23 maggio 2015

David Cameron ed il Regno (Dis-) unito

Prima delle elezioni in Regno Unito del 7 maggio, i media britannici e internazionali si aspettavano un risultato estremamente incerto. La vittoria del Partito Conservatore di David Cameron, seppur di stretta misura, è stata dunque una sorpresa per molti. Ne e’ seguito un gran parlare di ‘trionfo conservatore’, ‘momento di gloria di David Cameron’ e chi piu’ ne ha, piu’ ne metta. Ma i Conservatori hanno davvero vinto? E se sì, in quale misura? Inoltre, che cosa suggeriscono queste elezioni sullo stato della democrazia in Regno Unito e in Occidente in generale?

Il punto di partenza è che i Conservatori hanno vinto 331 seggi su 650, novantanove più dei Laburisti, il secondo partito più grande e loro principali avversari. La percentuale di voti Tories e’ stata 36.9 contro 30.4 per il Labour. E’ un risultato notevole dopo cinque anni in cui i Conservatori sono stati al governo in coalizione con i Liberal-Democratici. Ma alcune semplici osservazioni su aspetti quantitativi aiutano a capire di più su questa vittoria apparentemente netta. Tre aspetti meritano particolare attenzione.

Primo, i Liberal-Democratici sono quasi scomparsi come forza parlamentare - e in un certo senso sono stati ‘inghiottiti’ dal loro piu’ forte coalition partner. Hanno mantenuto solo 8 dei loro 56 seggi; ne hanno persi 26 a favore dei Conservatori. È vero che i sondaggi avevano previsto una sconfitta ‘Lib-Dem’, ma il partito di Nick Clegg sperava di ottenere circa venti-trenta seggi; la realtà si è rivelata molto più difficile, e in ventiquattr’ore il partito si e’ trovato a passare da 6 ministri a... 8 parlamentari. È probabile che molti ex elettori Lib-Dem abbiano percepito le loro politiche come troppo vicine alla piattaforma dei Conservatori e siano quindi direttamente passati a votare ‘Tory’. Certamente, il fallimento di Clegg nel mantenere le promesse su tasse universitarie ed Europa  non e’ passato inosservato e il suo partito ha perso colpi su tutti i fronti.

Secondo, Il Labour e’ rimasto con un solo misero seggio in Scozia, travolto (come previsto) dallo Scottish National Party (SNP). Il partito di Ed Miliband si e’ cosi’ improvvisamente trovato senza quaranta seggi, compresi quelli del ministro degli esteri ombra Douglas Alexander e del leader laburista della Scozia, Jim Murphy. Questo significa che la vittoria decisiva di Cameron e’ stata chiaramente facilitata dagli autonomisti (o indipendentisti?) scozzesi, rappresentanti di una nazione che tradizionalmente ha sempre votato Labour piu’ che Tory.

Terzo, la somma di seggi Tory e Lib-Dem nel 2015 è 339, meno di cinque anni fa (363). Queste cifre dicono che l'elezione non e’ stata affatto un successo per la coalizione nel suo complesso; ma anche che la Gran Bretagna rimane molto divisa, con i voti di opposizione finiti allo SNP, al Labour, allo UKIP - che ha ottenuto il 12,6% del totale - e parecchi partiti piu’ piccoli, tra cui i Verdi. Lo UKIP di Nigel Farage ha ottenuto un solo seggio a causa del sistema maggioritario, ma i suoi quasi 4 milioni di voti non possono essere ignorati.

Questo breve esercizio di aritmetica politica si conclude con la considerazione preoccupante che i  Conservatori possono contare su una maggioranza ridottissima - appena cinque seggi. E le prossime sfide mettono paura - dalla Scozia al referendum ‘in-out’ sull'Unione europea – mentre il Regno Unito politicamente rimane piuttosto dis-Unito.

La battaglia scozzese per l’autonomia testimonia del declino degli Stati nazionali, un processo che sta andando avanti in Europa da lungo tempo. A breve termine, il successo dello SNP ha beneficiato i Conservatori, ma il nuovo governo dovrà affrontare la sfida di mantenere il Regno solidamente ‘Unito’. In caso contrario, potrebbe seguirne maggiore frammentazione, iniziando con il Galles e proseguendo con le richieste di autonomia dell’Inghilterra del Nord.

Per quanto riguarda l'UE, è chiaro che parti importanti della Gran Bretagna vedono Bruxelles come un inutile (o peggio, odioso) onere burocratico e normativo; esse puntano il dito alle costanti lotte tra  Europei, ai problemi fiscali dell'Europa meridionale e all’incerto futuro dell'Eurozona. La tentazione del Regno Unito e’ di cercare una certa equidistanza geopolitica tra Europa, Stati Uniti, Asia orientale (con le sue prospere ex colonie come Hong Kong e Singapore), Medio Oriente e altri paesi del Commonwealth (come l'India), che continuano a crescere economicamente e per peso politico.

La Gran Bretagna pero’ deve stare attenta. Quanto sarebbe ‘forte’ nei confronti di Cina, o addirittura India e Arabia Saudita - tutti Stati che stanno resistendo anche alle pressioni degli Stati Uniti? Il Regno Unito sarebbe accettato come ‘pari’ a Pechino o New Delhi? Sembra piuttosto che questi ultimi continuino a organizzare per conto proprio nuovi centri finanziari (ad esempio Shanghai-Hong Kong e Mumbai), banche di sviluppo globale, nuove agenzie di rating, nuove vie commerciali e così via. In altre parole, lasciare l'UE potrebbe portare benefici, ma i costi, soprattutto a lungo termine, sono difficili da valutare.

Che cosa suggerisce poi l’elezione del 7 maggio in merito all'evoluzione della democrazia? Un aspetto è chiaramente positivo: l'affluenza complessiva e’ stata buona (per gli standard inglesi), con un notevole 66,1%, il dato più alto dalla prima vittoria di Blair nel 1997. In Scozia e’ stata ancora superiore, con un 71%. In molti altri aspetti, pero’, la democrazia non sembra in buona forma. Molti cittadini hanno perso fiducia nei partiti tradizionali, una tendenza che si verifica in tutta l'UE. La crescita delle forze locali, regionali e populiste è un'altra espressione della disillusione per i quadri politici esistenti. La ‘conquista’ scozzese dello SNP e il successo di voto UKIP rappresentano segnali forti, specialmente in un paese che ha incarna per definizione una bipolare stabilità democratica e ha avuto una crescita economica accettabile a partire dal 2012 (a differenza della maggior parte dell'area dell'Euro).

La Gran Bretagna non è dunque immune dal malessere politico dell'Occidente, e la chiara (ma limitata) maggioranza di Cameron in parlamento non può nascondere i suoi problemi. Uno importante è la disuguaglianza economica. Il Regno Unito è in qualche misura l'unico paese del G7 che ha sperimentato crescenti disuguaglianze nel periodo 2000-14. La produttività britannica è anche la seconda piu’ bassa tra gli Stati del G7 e la stagnazione dei salari ha allarmato i commentatori di tutte  le fedi politiche. Il Regno Unito e’ forse sulla via americana di un permanente dualismo sul mercato del lavoro (uno per i lavori altamente qualificati, un altro per tutto il resto)? Continueranno a proliferare  ‘contratti a zero ore’ e ‘mini lavori’? Come reagirà la società britannica a potenzialmente gravi tagli del settore pubblico?

David Cameron ha vinto, ma lo attende un compito difficile. I Paesi occidentali in generale non possono trascurare il fatto che uno degli Stati più ricchi e più stabili ha evitato di poco un imbarazzante hung parliament e sta affrontando una crisi difficile da anni. Cosa accadrà al centro dell'area dell'Euro, dove il destino di interi Stati sembra dipendere dalle decisioni di Mario Draghi sui tassi di interesse?

* Una versione in inglese dell'articolo e' apparsa su Open Democracy: https://www.opendemocracy.net/ernesto-gallo/cameron%E2%80%99s-victory-in...

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