Vincenzo Maddaloni
Step by Step
27 Maggio Mag 2015 0732 27 maggio 2015

Giornalisti e giornali. Una storia inedita e molto particolare

L’anniversario - 35 anni - della morte di un amico e collega mi fa ripercorrere una storia che pur sembrando antica è  malauguratamente attuale poiché conferma quanto sia arduo per un professionista onesto fare comunicazione in Italia

Questa è la storia

Naturalmente, a chi non l’avesse conosciuto può sembrare una stranezza  l’avergli dedicato  la Ferrata del Boé sulle Dolomiti. Eppure quel ponticello sospeso fra due pareti di roccia - vi si giunge dopo aver scavalcato una cengia e percorso uno stretto canalino -  meglio di ogni altra cosa ricorda il giornalista e veneziano Cesare Piazzetta,  poiché egli per tutta la sua breve esistenza  rimase proteso da una parte sulle notizie che nascono dalle casualità della vita; e dall’altra parte  sulla sua famiglia con cinque figli e sulle necessità ad essi legate.

Tuttavia quando (autunno 1973) il direttore del Corriere della Sera Piero Ottone lo chiamò  per offrirgli il contratto di inviato, Cesare Piazzetta la sua scelta la fece.  Vi rinunciò nel timore d’ incrinare con il trasferimento obbligato a Milano, la serenità della famiglia. E così dal quotidiano  Il Gazzettino  più non si mosse.

Beninteso, egli si decise a rimanere con molta malavoglia e altrettanta abnegazione  di  padre e di consorte, benché al Gazzettino egli lavorasse  con un certo disagio dal giorno nel quale il direttore in carica  Lauro Bergamo aveva sentenziato, che alcuna cronaca dovesse apparire sulla “Festa dell’Unità” che  si sarebbe iniziata all’indomani a  Venezia  e sarebbe durata l’intera settimana.  Sicché nemmeno una parola apparve sul  Gazzettino, né tantomeno un  commento dopo il comizio di chiusura di Enrico Berlinguer del 24 giugno del 1973 durante il quale, senza nominarlo egli non risparmiò ad esso la critica pesante. «Il popolo veneziano», disse,  «ha risposto con entusiasmo e ha dato la prova di quanto sia falsa la concezione che riserva a pochi eletti l’uso ed il godimento della cultura, dello spettacolo, dell’arte, della scienza e vorrebbe propinare al popolo solo una sorta di sottocultura mercificata e involgarita».

A ripensarci, in quegli anni caratterizzati dalla guerra fredda, con Leonìd Brèžnev segretario del Pcus  e l’ anticomunismo viscerale della Democrazia cristiana che scandivano il tempo, accadde di tutto al Gazzettino  che era gestito dalla corrente dorotea  della quale era leader  il vicentino Mariano Rumor, un pezzo da novanta della Dc.  Sicché Alberto Cavallari, uno dei più prestigiosi inviati  del Corriere della Sera, il direttore (1969-1970) che mirava di fare del Gazzettino il Le Monde italiano fu licenziato e malamente per giunta, soltanto perché in sentore di sinistra. L’intera operazione di  screditamento fu  affidata - addirittura -  al segretario del Sindacato dei giornalisti del Veneto Lauro Bergamo, il quale poi subentrò sulla poltrona dalla quale Alberto Cavallari era stato estromesso. E fu questo un esempio della nuova gestione per tutti coloro che lavoravano al giornale.

Tuttavia, malgrado quella  presenza asfissiante e avvilente dei dorotei che possedevano l’egemonia politica-culturale del Veneto e quindi pure del Gazzettino, i giornalisti di spiccata onestà professionale, come Piazzetta appunto, pilotavano  i resoconti dei fatti di cronaca e le conseguenti riflessioni  tra goccia e goccia perché non s’inquinassero fino al lettore, spesso riuscendovi.

Cesare Piazzetta si maturò giornalista professionista  durante il “regno” (1960-67) di Giuseppe Longo,  sicuramente il miglior direttore che il Gazzettino abbia avuto fino ad oggi. Poiché tutti coloro che gli succedettero non riuscirono a consolidare ( o perché non vollero o perché non ne furono capaci)  quello che egli aveva iniziato. Infatti, Giuseppe Longo in ogni sua azione, «cercò soprattutto di elevare il profilo culturale della testata», così sta scritto nel Repertorio analitico della stampa periodica veneziana  voluto e realizzato dall’ Iveser, l’Istituto veneziano per la storia della Resistenza e della società contemporanea. 

Si tenga a mente che all’epoca il Gazzettino era  pubblicizzato e diffuso come il “Quotidiano delle Venezie” . Possedeva redazioni in tutti i capoluoghi di provincia del Veneto, del Trentino- Alto Adige, del Friuli-Venezia Giulia. Editava ogni giorno dodici edizioni da Verona a Trieste, da Bolzano a Rovigo. C’era  un esercito di giornalisti, di pubblicisti, di illustri collaboratori,  gli scritti dei quali erano avviati alla tipografia dopo essere stati come usa dire “impaginati” sulle rispettive edizioni,  da un agguerrito  e motivato team del quale Cesare Piazzetta era il responsabile.

Era l'epoca degli articoli dettati al telefono o appuntati sui block notes tascabili, con la biro, e pure della redazione con i giornalisti con la sigaretta in bocca nel frastuono delle macchine da scrivere. Non c'era il computer, non era in uso il “copia e incolla”, Wikipedia e l’Ipad non erano stati inventati,  il giornalista la notizia, la storia da raccontare doveva andarsela a cercare da solo.

Successivamente il Gazzettino da quotidiano delle Venezia diventerà  il quotidiano del “Nord Est” lasciando ancora oggi indefiniti i luoghi dove comincia il suo Nord e dove termina il suo Est. Quando (direttore Giorgio Lago 1984-96) quest’ennesimo cambiamento si iniziò, Cesare Piazzetta già era deceduto da quattro anni, stroncato da un virus dopo un reportage in Africa. Gli accadde il quattro di giugno del 1980; il due di agosto egli avrebbe compiuto i quarant’anni. vincenzomaddaloni.it

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook