Loris Guzzetti
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19 Giugno Giu 2015 0852 19 giugno 2015

L’ITALIA E LA PROPRIA (IM)MATURITA’

di Loris Guzzetti
La fatidica prima prova di Italiano che, come ogni anno, apre l’esame di maturità, è ormai un ricordo per quei tanti studenti, attualmente impegnati a varcare un importante traguardo per la loro carriera scolastica e, in generale, per la loro vita futura. Le aspettative e le preoccupazioni sono state affievolite via, via che quelle temibili e intralcianti tracce, direttamente preparate dal Ministero dell’Istruzione e sulle quali si sono scaricate per giorni e giorni litanie ansiogene e speranzose, sono divenute note. 
Un testo di Italo Calvino, un po’ di Resistenza giusto per ripercorrerne la memoria in occasione del 70° anniversario, temi più strettamente collegabili alla realtà odierna, come il diritto all’Istruzione nel celebre caso di Malala, le vicende relative ai movimenti migratori e le nuove tecnologie e modalità di comunicazione, si sono dimostrati spunti di riflessione potenzialmente molto validi, certamente ottime occasioni per dimostrare la preparazione di persone pronte a varcare la soglia dell’età della Ragione. Tuttavia, non si può giudicare altrettanto positivamente la scelta complessiva effettuata dagli studenti, per il sostenimento della prova. 
Scegliere quale traccia svolgere in sede di maturità aiuta, in un certo senso, a definire quali sono gli orientamenti e gli interessi che animano gli adulti dell’immediato futuro, oltre che a comprendere il loro livello di capacità critica e di intrattenimento. Constatare, quindi, come il 50,7% dei maturandi (con un picco addirittura del 61,9% negli Istituti Professionali, come riportato anche dal Corriere della Sera) abbia preferito trattare il banale tema dei social network e delle nuove frontiere comunicative, desta indiscutibilmente diffuso sgomento e preoccupazione, se non addirittura timore e allarme. Senza nulla togliere all’evoluzione tecnologica, quello sui social risulta essere un tema davvero povero in creatività ed originalità nel momento in cui esso diventa il maturo contributo di una generazione giunta al completamento di un percorso scolastico durato parecchi anni.
Gli aspetti negativi di una simile preferenza si possono riassumere facendo riferimento al pericolo di una diffusa incapacità di argomentazione critica per ciò che concerne questioni sicuramente più importanti per la vita di una collettività, nonché per il singolo individuo in qualità di cittadino o, ancora meglio, di Uomo vivo, cioè creatore di pensiero e di stimoli all’interno della propria comunità. La responsabilità di un simile vuoto è attribuibile anche ad un sistema scolastico sempre meno meritocratico e non in grado, per mancanza di strumenti, risorse o volontà, di insistere sulla trasmissione di un alto livello di cultura civica ed intellettuale. E sicuramente si va delineando la responsabilità di una classe politica e dirigente distratta, lacunosa di competenza e troppo distaccata da coloro che, invece, dovrebbero rappresentare e indirizzare.
Anche Matteo Renzi e il suo governo continuano ad ignorare il pericolo di questo allontanamento dal nucleo della società democratica, che è appunto il Demos, il popolo. Una distanza confermata anche dalle spaventosi percentuali di astensionismo che sembrano però non toccare la sensibilità di chi detiene le redini politiche del Paese. Urge, quindi, la necessità che la “buona scuola” almeno formalmente appena avviata, sia culla di generazioni forti nelle abilità e nella conoscenza, specchio di maturandi in grado di andare oltre sempliciotti e sciocchi contenuti. Urge la consapevolezza che una eccellente istruzione e una esemplare cultura sono essenziali per garantire all’Italia un futuro dignitoso e di costruttiva intraprendenza.
Anche perchè, come affermato da Umberto Eco pochi giorni fa, i social molto spesso "hanno dato diritto di parola (soltanto) a legioni di imbecilli".

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