Fabio Brinchi Giusti
Parlare con i limoni
19 Giugno Giu 2015 1526 19 giugno 2015

Roma città depressa

Esiste un’app che ogni giorno manda sullo smartphone una foto della vecchia Roma. Immagini in bianco e nero di vicoli pieni di vita, bimbi che si tuffano nel Tevere, auto d’epoca parcheggiate a Piazza Navona, i bianchi palazzi dell’Eur e di Cinecittà appena inaugurati. Pare abbia avuto un certo successo, oggi giorno migliaia di romani si guardano nel passato. Interesse storico, curiosità, nostalgia. Tanta nostalgia.

La Roma di MafiaCapitale è una città stanca, depressa, delusa. Dalla fine della seconda guerra mondiale mai Roma aveva attraversato un periodo così buio. Tutto sembra marcio, sporco, zozzo. Non c’è pace, non c’è nulla di cui andare orgogliosi, tutto è in declino, tutto sembra andare a male. La città è una donna stanca che ha perso la voglia di vivere. Non investe in nulla, non vede l’indomani. La Città Eterna è invecchiata, perseguitata dalla sfortuna e dai suoi difetti che non ha voluto correggere. Per duemila anni ha insegnato al mondo la civiltà, è stato il fato dei popoli e ora è lei che si aggira smarrita in cerca di un esempio o di un insegnamento.

“Possis nihil urbe Roma visere maius” diceva il poeta Orazio. “Non vedrai nessuna cosa al mondo più grande di Roma” e i romani ci hanno creduto per secoli. Poi qualcosa si è rotto. La scoperta che al mondo in realtà è piena di cose più grandi di Roma. Il terremoto di Mafia Capitale è stato solo un segnale. La depressione sociale ha radici molto più profonde.

Roma è depressa e come tutti i depressi non si ama. È stanca dei suoi monumenti, dei suoi punti di forza (che pure esistono) e preferisce fotografare i porci che sgrufano nei cassonetti o i barboni che defecano alla stazione. Lo chiamano civismo ma il civismo in realtà è qualcosa che oltre la giusta denuncia, propone. Ma a Roma nessuno propone soluzioni, Roma non vuole soluzioni. Roma vuole esasperare i suoi difetti, raccontarsi in guerra, assediata, decadente, abbandonata, sfatta, mostrarsi malata e arrabbiata con un mondo che ha continuato ad adularla anche quando aveva smesso di meritarlo.

Roma si sente messa ai margini pur essendo la Capitale. Ospita i palazzi del potere ma fra i suoi inquilini da anni non c’è più un romano. Nessun romano è mai stato presidente della Repubblica, l’ultimo romano a Palazzo Chigi era Giulio Andreotti nel 1992, un secolo fa e neanche un precedente di cui vantarsi troppo. Per non parlare dell’altro potere, il Vaticano, che non vede un romano dai tempi di Pio XII e probabilmente non lo vedrà più per tanti anni. Una volta alla tv o al cinema si parlava solo romano, oggi non ci sono più romani per parlarlo. A volte passano macchiette che strisciano le vocali e raddoppiano le b ma dove sono gli eredi di Sordi o di Carlo Verdone? Nell’anno dell’Expo, poi il confronto con l’eterna rivale Milano –capitale del mondo– è impietoso.

Roma sa che non morirà perché è la Città Eterna. Anche questa, volendo, è una maledizione. Nessuna rigenerazione, solo un’infinita linea di continuità, da Romolo in poi. Roma aspetta, rassegnata, un nuovo Augusto che trovò la capitale in mattoni e la ricoprì d’oro. Ma si accontenterebbe anche di un Rutelli e stavolta forse affiderà le sue speranze a un cinque stelle, così tanto pe cambià. Grillo vince sempre laddove c’è disperazione e sfiducia e a Roma comprensibilmente la sfiducia è ovunque, è persino palpabile. Ignazio Marino è onesto ma è anche impopolare. È il chirurgo che rimuove il cancro ma ignora completamente le emozioni, le sensazioni del suo paziente. Non sa parlare alla sua città, non sa trascinarla, non sa farla reagire. Propone i suoi sogni alla metropoli più disillusa del pianeta. E Roma reagisce con l'indifferenza. D'altronde che se ne fa un depresso di sogni e illusioni?
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