Andrea Cinalli
Serialità ignorata
23 Giugno Giu 2015 0959 23 giugno 2015

"Happyish", dov'è la felicità nel tran-tran quotidiano?

Sei intrappolato in una vita monotona. Ogni appuntamento è fissato. Ogni incontro figura sul calendario dello smartphone sempre a portata di mano, dove sono evidenziate giornate cruciali per l'attività lavorativa o un appuntamento dal medico mancare al quale ne comporterebbe lo spostamento di sei mesi. Niente viene lasciato al caso. Neppure quella minuta fetta di tempo in cui, ciondolando per casa, si potrebbero scandagliare gioie e dolori dei cari, negli attimi postprandiali. O tuffarsi nelle pagine fitte di scrittura di un buon romanzo, che in grovigli narrativi ci catapultano in una dimensione remota, dove il chiacchiericcio in ufficio e il trillo della notifica Facebook sono diafane memorie.

Perché diviene il momento da consacrare alle faccende domestiche. Tutte quelle incombenze che, transitando nella cucina pullulante di piatti sozzi o chiazze oleose assiepantesi attorno ai fornelli, abbiamo posposto, perché - pungolati da impegni di lavoro - non era proprio il caso di intridersi d'acqua e sapone tempestando di macchie gli indumenti accuratamente selezionati davanti all'armadio.

Ma in tutta questa baraonda, in una cacofonia di suoni che non si spegne neppure nottetempo, manifestandosi addirittura nei sogni, sotto forma di visi anonimi e smunti, che fine ha fatto la felicità, quella che si suppone inseguiamo, buttandoci oltre la sponda del letto e calzando un paio di scarpe?

E' il quesito che martella Thom Payne (Steve Coogan), protagonista di "Happyish", la nuova comedy Showtime. Tagliato il traguardo della mezz'età, si ritrova un ragazzo ventenne a impartirgli ordini. Ma non comandi che sono il precipitato di un'analisi scrupolosa di possibilità, al termine della quale, flagellato da emicrania e astenia, il capo novello - forte delle comprovate abilità di stratega - dimostri come le sue considerazioni svettino su quelle proferite dai sottoposti. No. Da ventenne sbarbato, presumibilmente piazzato al vertice dell'organizzazione da amici facoltosi, intenzionati a sbarazzarsi di un'organizzazione che esala gli ultimi rochi respiri, non si pregia di un solido bagaglio di conoscenze. Non come quello miscellaneo e multiforme del protagonista. Costretto suo malgrado a fare incetta di idiozie con la testa che pencola impercettibilmente a manifestare un dissenso che solo in un paio di occasioni può dichiarare a gran voce.

Un capo - il suo - che inoltre ben incarna lo stereotipo del ventenne scaltro, che impiega il cellulare come prolungamento del braccio e ripete come un automa, in qualunque occasione interloquisca, "che viviamo in una società dai ritmi frenetici, che la comunicazione è 'fast', che si vive di momenti, attimi; questi sono la nuova frontiera del marketing". Un'asserzione che risalta la rilevanza dei social network nell'insidioso mondo della pubblicità. E guai a ignorarli. Pena: l'immediata uscita dal mercato e la perdita di tutti i clienti. Coi cellulari già in pugno per affidarsi alle cure dei competitor. 

Ma è giusto immolare la stratificazione, la densità di contenuti dei discorsi? E' davvero un bene, occhieggiando ai sempre più presenti strafalcioni grammaticali, la nuova tendenza della comunicazione social?

Per l'ideatore della serie, Shalom Auslander, che si esprime attraverso il suo alter-ego telefilmico, no. Perché si finisce crivellati di frasi fatte e stereotipi che rendono indigesta una comunicazione oculatamente orchestrata, punteggiata di lemmi aulici, e che, come ha sottolineato il semiologo Barthes, finiscono per intaccare i processi mentali, depauperandoli della moltitudine di connessioni che si può instaurare fra due pensieri distinti, rintuzzando l'illuminazione ("Eureka!") che può scaturire da un semplice esame di coscienza. Disinnescando la complessità del mondo soffocante in un empio grigiore. Condannandoci a una ricorsa mentale di vocaboli attinti dalle caduche interazioni quotidiane, che vanno a popolare un dizionario personale sempre più scarno.

Due ideologie stridenti, che guerreggiano nei trenta minuti episodici e si concedono una tregua - che ha solo lo scopo di irrobustirle - negli apparenti, succitati, svaghi casalinghi. Affiancando una moglie che mentre lava i piatti si smarrisce nel racconto della giornata lavorativa, pure la sua piagata da noie affini. Due ideologie, due cozzanti modi di concepire la vita e i rapporti interpersonali, cui fortunosamente non è attribuito lo stesso peso. Alla fine, come regola autoriale impone, finiamo per tifare per il protagonista. Sperando trovi la felicità.

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