Cosimo Pacciani
La City dei Tartari
23 Giugno Giu 2015 1118 23 giugno 2015

La vista dalle Ardenne

Le strade al nord del Lussemburgo sembrano dipinte da un calligrafo giapponese, per come si snodano e si allungano sui crinali delle colline e scendono lungo valli di fiumi antichi, prima di inerpircarsi verso castelli e borghi non abbandonati ma silenziosi, nella notte europea. Sono in viaggio dentro il cuore della materia, dove ogni citta’ ha un nome di un trattato di pace, di una battaglia, un fronte di una guerra dei 30, 100 anni. Confini che si passano ad ogni curva, come quando sulle erte di Prata, prima delle radio digitali, si capiva che si era arrivati al mare non appena, dopo l’ennesima curva, la sintonia saltava ad una radio locale che esplodeva di pubblicita’ di pizzerie di Follonica o locali dancing di Vetulonia. Qui, nel lato verde del Benelux, si sconfina ad ogni passo, fra Lussemburgo, Belgio, Olanda, Germania. Ma, in fondo, si rimane sempre in Europa. Le sue strade una scrittura complessa e bizantina. Chi comprende la intima geografia dello stradario d’Europa, sa perche’ siamo quelli che siamo e dove siamo ora. La autobahn, i passi, le nuove vie dell’Oriente attraverso ferrovie che si incuneano fra Bulgaria e Romania, fino al mondo dei Paesistan, oltre gli Urali.

Notte perfetta, di luna piena, di pensieri e fogli abbandonati sul sedile, scatole e frecce e la musica di decine di stazioni radio, ognuna con una sua lingua diversa, ma dove, nell’impeto pop e rock, ogni brano comunica, nonostante lingue diverse, l’inquietudine, la voglia di non arrendersi di fronte ad amori finiti o a rischio di estinzione. La strada, ora, e’ completamente vuota, una sottile linea che si apre davanti a me, illuminata dalla luce selenica. Ai lati, campi enormi, anche essi luminescenti, circondati da foreste e, nella distanza, luci calde, di piccole cassette di marzapane, di manieri o, forse, ingressi di miniere. Ogni tanto, appaiono le luci rosse delle pale eoliche o le centinaia di lumini Bianchi di impianti industriali supermoderni.

La mia destinazione e’ da qualche parte nel buio, ma so la strada da seguire. Quando arrivo in cima ad un colle, qualcosa di strano colpisce il mio occhio, un baluginare piu’ acceso, come se la luminiscenza provocata dalla luce lunare sui campi di cereali fosse sospesa dal suolo. Fermo la macchina, in una piazzola. Come accade nei film hollywoodiani quando qualcosa di drammatico sta per accadere. Mi immagino la telecamera che riprende le ruote sul ghiaino del lato strada, un acciottolato minuto, perfetto, cesellato, come se fosse stato collocato pietra per pietra da qualche paziente stradino cistercense. E forse e’ cosi’. Ogni strada in Europa e’ nata migliaia di anni fa, seguendo le migrazioni, i sentieri della transumanza, delle truppe, i commercianti, i messi papali ed oggi i camion che si notano ai lati della strada, in piazzole super attrezzate, raccontano di come sia importante questo reticolo di connessioni, di scambi. L’Europa e’ lo spazio definito dalle sue strade. Il segreto della nostra civilizzazione e’ l’essersi trovati gia’ connessi, da sempre, senza bisogno di transiberiane, di transamazzoniche, di frontiere e di carovane. Le guerre passavano veloci come la peste, attraverso l’Europa, perche’ era facile spostarsi ed oggi, in tempo di pace, tutto si muove con la stessa agevolezza, gli studenti, i colli di cibo e i migranti.

Apro lo sportello, un vento fresco si insinua e mi fa respirare quest’aria di campagna, lo stesso odore di casa, in Toscana, quel remix di umido, ossigeno ed ozono, fiori e acque marcilente. L’odore dell’Europa rurale, delle radici. Appoggio una scarpa nera, lucida e dal fondo di cuoio, che scivola appena sul ghiaino. Mi alzo, appena incerto, per evitare di scivolare, le gambe anchilosate dalla guida e dalla giornata di lavoro. La luna sembra vicinissima, imponente e penso a tutte le persone che vorrei la vedessero ora, che illumina i colli delle Ardenne, nella distanza, dove tre, forse Quattro paesi sono racchiusi, in una totale assenza di barriere e frontiere. Se non quelle della testa. I campi in fondo valle ora sembrano davvero muoversi. Sta salendo la nebbia. Si sta formando di fronte ai miei occhi, dopo una giornata di caldo relativo. La osservo, la vedo che fumeggia, si eleva, come se qualcuno dai lati dei campi sollevasse un lembo di seta bianca, parallelamente al terreno. E cominciano a sparire le cose, prima i campi coltivati ed ordinati, poi i cespugli e gli alberi bassi. Sta salendo verso me, inesorabilmente. Mi attraversa un fremito, un momento di panico, abituato come sono a vedere nella bruma qualcosa di negativo, di cui avere paura. La nebbia nasconde i mostri, le paure, i fantasmi che abbondano nelle leggende fiamminghe e valloni. Cavalieri senza testa e monaci impazienti, lebbrosi, soldati delle guerre mondiali, treni piombati e giovani famiglie con scatole di cartone. Mentre la nebbia sale e fa scomparire luci, alberi alti, colline vicine, aumenta il mio nervosismo. E, come in un video da due lire degli anni Ottanta, la macchina del fumo naturale fa scivolare attorno a me brandelli di nuvole, cirri di umidita’ e, all’improvviso, tutto e’ avvolto da una lanuggine bianca e subito accogliente. Altri odori di umidita’ e di terra smossa. La valle ora e’ piena di nebbia ed io vorrei un caffe’ per svegliarmi da questa sensazione di oblio e di abbandono ad un non-esserci, nonostante sia nel cuore delle cose.

Come e’ arrivata, la nebbia, scompare, nel giro di pochi minuti. Il banco si sposta veloce, si allontana e la luna riappare attraverso la coltre, con una specie di arcobaleno diafano, un alone che diventa di nuovo un cielo cristallino. Ricompaiono le colline, gli alberi alti, i cespugli, le luci giallognole e rosse attorno. Riappare l’Europa, attraverso le nebbie, ed io faccio due passi nell’erba blu e verde della collina, respiro a pieni polmoni e prendo tempo. Tutto il tempo che posso espandere in cinque minuti ancora di contemplazione degli ultimi rimasugli di quella nebbia veloce e di quelle valli inondate da una luce iperreale. Le scarpe nere fanno suonare il ghiaino come la spiaggia di Cala Violina, scrocchiano e fanno venir voglia di tornare a casa a piedi. Ma ci sono gia’ a casa, dentro questo reticolo di relazioni, strade, ferrovie, persone, idee, libri presi in prestito. Appartengo qui. Risalgo in macchina, chiudo la portiera e dico una piccola preghiera, la prima che mi viene in mente, data la mia attuale disabitudine alla fede praticata, se si eccettua l’adorazione quasi animista di questo continente che vorrebbe farsi abbracciare, pur tenendo le mani avanti, a difesa.

Una notte come questa vorrei essere in un campo di olive, accanto, magari, ad un ciliegio carico di frutti, con gli amici di una vita e la mia famiglia, inclusi i fantasmi gentili dei miei nonni e bisnonni, a intonare le canzoni del Maggio fiorentino, come il Trescone e Eccolo Maggio (https://www.youtube.com/watch?v=Blxn-GPsjiE), le melodie e le storie che troppo spesso rischiamo di perdere, se non gia’ dissolte nelle nebbie del tuttosubito, canzoni strappalacrime, ironiche, oscene, di un mondo dove alla fatica dei campi si contrapponeva lo spirito indomito dei nostril antenati europei che hanno terrazzato e reso attraversabile un continente. E scritto, raccontato con dovizia di particolari ogni emozione ed ogni regola.

Una notte da lumini e rificolone, riti del fuoco, di contadini con le rughe che intonano rime in lingue semiscomparse, una notte Europea, in Italia, Lussemburgo, Olanda, Germania, Polonia, Grecia, Slovenia, Serbia, Portogallo. Grilli e canti, dentro quella parte migrante che ci rimane dentro, nonostante le mura romane, etrusche, normanne. Oggi, le nuove strade europee devono essere costruite dentro la testa delle persone, dove va abbattuto l’ultimo fottuto muro che ci impedisce di crescere e cambiare. Ancora una volta. Come cantavano i Red Zebra, nel 1980, non si puo’ vivere dentro un salotto, ma di nuovo lungo le strade. Accendo la macchina e scivolo dentro le vene di questo paese, non piu’ un continente, come un enzima, una cellula bianca, rossa, una piastrina, o, forse, un virus di cambiamento. Pazienza, diceva Schuman, ci vuole pazienza. Ma, comunque, bisogna andare.

Europe. Honi soit qui mal y pense. 

'Su ogni sedia del palazzo signorile, perlomeno nella parte visitabile al pubblico, era stata collocata una pigna, con una meticolosita' assoluta. Chiesi al guardiano, un signore allegro e rubicondo, seppure nella sua uniforme intonsa, se avesse un significato particolare. Lui mi guardo' ridendo e mi disse 'E' per impedire alle persone di sedersi. A volte, basta poco per far rispettare le regole. Le persone sono incuriosite e, regolarmente, me lo chiedono. E mi permette di far presente che non e' cosa gradita appoggiarsi su seggiole del seicento, con cortesia. Poi, forse, ha un significato secondario, ma non sta a me svelarlo' KJ Okker - Memorie di un renaio

Red Zebra – I can’t live in a living room

https://www.youtube.com/watch?v=Xvb_oRBjbcw

Red Zebra – The Art of Conversation

https://www.youtube.com/watch?v=nZobrokMkDw

The Church – Destination

https://www.youtube.com/watch?v=nidAGwtYGuA

Leggera Electrica Folk Band – Il Trescone

https://www.youtube.com/watch?v=pe5SNfdP15Q

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