Daniele Marini
Palomar
30 Giugno Giu 2015 1641 30 giugno 2015

Gli italiani e lo sviluppo: sostenibile

Viviamo una metamorfosi inconsapevole. Le stagioni che stiamo attraversando sono segnate da trasformazioni sociali ed economiche radicali. Ciò nonostante, fatichiamo a comprenderne fino in fondo la portata reale. Siamo immersi in una sorta di “presente continuo” generato dalle nuove tecnologie della comunicazione, che fondono il passato e il futuro in qualcosa che ci appare tutto contemporaneo. Senza rendercene conto, viviamo un cambiamento epocale e stiamo riscrivendo i paradigmi dello sviluppo. L’occasione di EXPO sotto questo profilo è emblematica. Una molteplicità di paesi espone non solo architetture o cibi, ma mediante essi le idee di progresso che li connotano. Un’evoluzione che però è diversa da quella che ha originato le nostre società, e che ancora fatichiamo a prefigurare in modo compiuto. Quel che è certo, è che non è più destinata a una crescita lineare e progressiva, ma molteplice e multidimensionale; non può più contare sull’idea di una disponibilità illimitata di risorse ambientali e deve immaginarsi più equa e sostenibile. Tutto ciò, all’interno di un quadro complicato dal fatto che alcune parti (minoritarie) del globo hanno già conosciuto lo sviluppo industriale, mentre altre (maggioritarie) si stanno affacciando in questi anni. Proprio per questi motivi, le teorie sul progresso stanno conoscendo rivisitazioni profonde. Studiosi come Senn, Attali, Latouche propongono prospettive diverse per lo sviluppo, passando dal considerare fondamentali la crescita delle capabilities individuali, fino all’idea di una decrescita felice. La stessa misura della ricchezza di una nazione, attraverso il Prodotto Interno Lordo (PIL) è da diversi anni messo in discussione e si cercano nuovi indicatori in grado di approssimare maggiormente la realtà. Di considerare come la ricchezza non sia solo frutto della produzione materiale, ma anche dello stato di salute, dell’istruzione, del benessere psico-fisico di una popolazione. Su questi temi, la ricerca di Community Media Research in collaborazione con Intesa Sanpaolo ha interpellato gli italiani per comprendere quale sia l’idea di sviluppo economico che ritengono auspicabile. Un elemento svetta in modo netto e coinvolge circa i tre quarti (72,0%) della popolazione, in particolare fra gli abitanti del Nord Est e del Centro-Sud. Non è pensabile fermare il progresso e la crescita economica, è necessario continuare a produrre e lavorare, ma mutandone il carattere: bisogna prestare attenzione soprattutto alla sostenibilità e alla qualità dello sviluppo. Dunque, è diffusa l’idea che il progresso abbia traiettorie non arginabili. Pur tuttavia, è urgente indirizzarlo all’insegna di un maggiore equilibrio con l’ambiente e nei confronti delle diverse aree del pianeta. Soprattutto, che metta al centro la dimensione della qualità della vita. All’opposto, troviamo quanti ritengono non si debba uscire dalla strada fin qui percorsa, che si debba continuare a lavorare e produrre come abbiamo fatto finora perché altrimenti rischieremmo di perdere la ricchezza costruita. Si tratta di una quota marginale presso la popolazione (5,0%) e con una particolare concentrazione nel Mezzogiorno. Fra queste posizioni, si collocano due punti di vista diversi, ma prossimi fra loro. Da un lato, quanti esprimono in modo manifesto l’idea che la qualità della vita sia determinata da una riduzione drastica dei nostri ritmi di produzione e dei consumi. Anche questo caso annovera un nucleo di persone contenuto (17,6%), ma non marginale quantitativamente e particolarmente presente nel Nord Ovest del Paese, ovvero in quelle aree dove lo sviluppo industriale di matrice fordista ha avuto la maggiore presenza. Dall’altro lato, si osserva un orientamento che si potrebbe definire difensivista. Il benessere fin qui acquisito è sufficiente e può bastare: l’importante è riuscire a difenderlo (5,4%).

Volendo offrire una misura di sintesi, abbiamo costruito il profilo degli orientamenti verso lo sviluppo economico. Il gruppo più cospicuo è formato dai “sostenibili” (72,0%) i quali mettono l’accento sull’equilibrio e la qualità del progresso. Tale posizione è particolarmente presente presso la componente maschile, dei 60enni e degli studenti. Molto distante troviamo il gruppo dei “declinisti felici” (23,0%). È una quota minoritaria, ma decisamente non esigua e che trova diffusione in particolare presso la componente femminile, i 50enni, chi possiede una laurea e abita nelle aree di più antica industrializzazione (Nord Ovest). Infine, incontriamo il gruppo dei “conservativi” (5,0%) i quali propongono di non mutare il modello di sviluppo fin qui perseguito. È una quota marginale, ma che ha un rilievo maggiore presso gli ultra 65enni, le casalinghe, quanti abitano nel Mezzogiorno e possiedono un basso titolo di studio.

Sostenibilità ambientale, equilibrio dello sviluppo globale, centralità della qualità della vita costituiscono le aspettative verso lo sviluppo economico per la grande maggioranza degli italiani. Non sono solo semplici slogan, ma rappresentano la vision del futuro, i valori cardine grazie ai quali è possibile (ri)pensare il futuro e l’evoluzione dell’Italia.

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