Andrea Cinalli
Serialità ignorata
3 Luglio Lug 2015 1046 03 luglio 2015

"UnREAL", dietro le quinte del reality

Una ragazza acqua e sapone che si aggira fra cavi e macchine da presa. Che guardinga osserva i gruppuscoli di tizi in ghingheri pronti per andare in scena. Pronti a sfoggiare sorrisi e sperare che ansie e noie non traspaiano dalle maschere di studiata giovialità.

La ragazza si chiede se siano effettivamente pronti alla mise en scene, se qualcuno non venga pungolato dal pur vago sentore che la fiacchezza possa avere il sopravvento e - complice la pressione di una mdp onnipresente, che nulla si lascia sfuggire - svenga in diretta televisiva.

Poi borbotta qualcosa. Sembra farfugli fra sé e sé. Come una mentecatta che sia irrotta nei teatri di posa. In realtà risponde alle direttive ricevute dalla control room, gli occhi che febbricitanti si smarriscono nei computi per l'esecuzione del nuovo incarico.

E' dura la vita di chi lavora nel mondo dei reality. Rachel (Shiri Appleby), protagonista del nuovo drama Lifetime "UnReal", ne è perfettamente conscia. Ma per niente al mondo, pregiata da ineguagliabile talento per le macchinazioni, mollerebbe il posto. Seppure la morsa di una coscienza intermittente la indurrebbe al licenziamento.

Vaga per il set dispensando consigli di abbigliamento. In sala regia incassa i complimenti dello staff per la sapiente orchestrazione degli intermezzi amorosi. Fra i cavi che si ammonticchiano ai margini del salone suscita le invidie delle colleghe: nessuna è in grado di far capitolare il ragazzo protagonista e il fascinoso attrezzista come lei; per emulare il suo appeal dovrebbero sommergersi sotto robusti strati di trucco, e non è detto che il risultato alla fine sarebbe entusiasmante.

L'errore di Rachel - irrompere sul set durante le riprese che suggellavano la conclusione dell'edizione, l'anno addietro - è un ricordo pallido. Di quelli che si dissolvono ogni giorno di più, ottenebrato dalla souplesse e dalla leggiadria con le quali volteggia fra i macchinari, senza guardarsi attorno con l'espressione contrita di chi vorrebbe essere altrove. Chessò, rinunciando a parte dei guadagni per un orario rigido che consenta di pianificare il tempo libero.

Qualcuno ancora le serba rancore. Ma l'inflessibile boss - ammaliata dalle abilità di ingannatrice - la spalleggia finché non fiuta guai nell'aria. A costo di battagliare con il co-produttore fedifrago, che vorrebbe rintuzzare anche solo la possibilità di una replica del disastro, pretende Rachel al suo fianco. Perché senza di lei - senza la sua capacità di profanare le menti dei concorrenti, spingendoli a esporsi al pubblico ludibrio; senza la sua abilità di conciliare gli impegni che fioccano sul set, gravarsi dei quali comporta un dispendio di tempo che nessun altro è esercitato a sobbarcarsi - la produzione avrebbe un altro sapore. Amaro. Come i caffè che l'impacciata stagista - gambe malferme e l'espressione colpevole di chi abbia perpetrato il più efferato dei crimini - distribuisce allo staff tecnico.

Non una di quelle storie poco frequentate dai teleschermi, questo "UnReal". Il lato arcigno e perverso dei reality, dissimulato da regia superba e un commento fuori campo che allacci tutte le sequenze altrimenti sprovviste di una connessione, è cosa arcinota. E' risaputo che il reality sia 'unreal'.

Allora Marti Noxon e Sarah Gertrude Shapiro - le ideatrici - privilegiano un punto di vista inascoltato. Non la reduce piagata dall'umiliazione dell'esclusione che riversa lo sfogo lacrimevole in qualche programma rivale. E neppure l'autore che, in virtù di idee stravaganti, l'aria saccente di chi è attorniato da pivelli convinti che sulla tv pubblica ci sia ancora spazio per la creatività, emigri sulla tv cavo, per un più salubre impiego di inventiva.

No. A parlare - e a inviperirsi, a smuovere gli animi - è un'assistente di produzione fattasi le ossa in dieci anni di tv. Che attanagliata da sofferenze amorose - il fidanzato con cui stava ora gira a braccetto con una collega - si trascina dal box adibito a dormitorio per spargere ordini, imperativi e consigli, frutto di una cervellotica rielaborazione di quanto ordito in sala regia.

Medesimo spirito battagliero manifestato dalle penne autoriali e da chi si avvicenda alla cinepresa. Quella autentica. "UnREAL" ci catapulta in un microcosmo brulicante di fatui figuri senza meta che, barcamenandosi fra intrighi amorosi e bizze, si ritagliano un posto nel cuore del tele-pubblico che, una volta eclissata la avventura, lo osanni offrendogli posti di lavoro e sfavillante vita sociale. E' una vacuità d'animo, quella racchiusa nei fisici statuari e corpi flessuosi, che viene esacerbata dalla detail shot di un sorriso sghembo, prossimo alla piega dello sconforto, o dalle vorticose campiture sceniche che radunano frammenti variopinti del vivere cotidie dei regular con uno straniante sfondo musicale di impronta indie-rock.

Ma l'aridità mentale - che non risparmia nessuno sul set - si denota anche attraverso il conflitto via via più aspro fra protagonista e boss. Salpando dai lidi dell'amicizia che ammanta il legame discepola/maestra, si precipita verso lo scontro acceso. Due attanti così asincroni il cui rapporto ambiguo, saldato da scambi di talento-denaro, finisce a poco a poco illuminato dalla scrittura della Noxon, che non vibra di sdegno per il materiale visivo-narrativo, ma, pur aggrappata a una ferrea impersonalità, non lesina il commento dell'umbra futurorum (sotto le sembianze di fugaci inquadrature disvelatrici) dell'approdo della relazione.

Un mix intenso e robusto che piace. Sebbene 'unreal'.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook