Carmine Zaccaro
IoVoglioTornare
5 Luglio Lug 2015 1107 05 luglio 2015

Valore legale della laurea? E chi va piu’ all’universita’

Il valore legale della laurea è tornato argomento caldo del dibattito culturale italiano, ma ad essere in pericolo non è il titolo di studio quanto piuttosto l’istruzione e la qualità della formazione. In Italia ci sono sempre meno immatricolati e la causa potrebbe dipendere dalle scarse risorse destinate al diritto allo studio

All’università non ci va più nessuno, anche se in questi giorni, l’UNIVERSITA, è al centro del dibattito culturale italiano. Giovedì scorso la Commissione Affari Costituzionali della Camera ha approvato un emendamento dell’On. Marco Meloni, inserito nel DDL della Pubblica Amministrazione, in cui si è messo in dubbio, di nuovo, il valore legale della laurea. Nell’emendamento si legge della necessità del «superamento del mero voto minimo di laurea quale requisito per l’accesso ai concorsi e possibilità di valutarlo in rapporto a fattori inerenti all’istituzione che lo ha assegnato e al voto medio di classi omogenee di studenti, ferma restando la possibilità di indicare il conseguimento della laurea come requisito necessario per l’ammissione al concorso». In altri termini, per accedere ad un concorso pubblico non basterà solo il voto di laurea, ma anche un coefficiente che valuta la media dei risultati dell’ateneo di provenienza.

I candidati provenienti da università con la media di voti più alti potrebbero essere avvantaggiati, rispetto ad altre con la media di voti più bassi, questo comporterebbe uno scenario svilente per la formazione. I maturandi infatti, sarebbero spinti ad una scelta poco oculata, iscriversi ad università che dispensano voti più alti, escludendo quelle più selettive e meno “larghe di voti”, per avere qualche vantaggio in più nei concorsi pubblici. A destare critiche e preoccupazione c’è anche la disparità che questo emendamento potrebbe aprire tra università pubbliche e private, gli studenti con possibilità economiche sarebbero spinti verso atenei “più prestigiosi”, aumentando la considerazione negativa verso università pubbliche, che per cultura italiota sono sempre state ritenute di serie B. L’emendamento ha destato polemiche e levate di scudi da tutti i fronti, dalla politica al mondo della scuola. Alberto Campailla, portavoce di Link, Coordinamento universitario, ha espresso preoccupazione per la disparità che questo provvedimento potrebbe causare tra gli studenti, «l'emendamento approvato è allucinante, infatti si crea una disparità nella partecipazione ai concorsi pubblici tra gli studenti in base al loro ateneo di provenienza»; aggiunge poi che con questa norma si mette in discussione il diritto allo studio, in relazione alle possibilità economiche di tutti gli studenti di frequentare altri istituti “più virtuosi”. Infine, c’è un attacco diretto verso una norma classista e antidemocratica, in quanto la decisione di inserimento nel DDL non è stato discusso con il mondo della scuola «inserire una norma di questo tipo, come emendamento al DDL sulla PA, senza alcun confronto con il sistema universitario e con le rappresentanze coinvolte è l’ennesimo atto antidemocratico», conclude Campailla.

Superando la polemica, a far riflettere non è tanto la laurea e il suo valore legale, quanto l’Istruzione. In discussione non c’è il “pezzo di carta” tanto decantato, ma il sistema scolastico che perde di valore e svilisce anno dopo anno. A mostrarlo non sono le sterili discussioni intellettuali ma i dati, amari, eppure sempre veri. L’istruzione perde colpi, il dato più sconfortanti è il calo delle immatricolazioni e la ragione può  rintracciarsi nel mancato interesse verso il welfare studentesco.

Il Miur nelle scorse settimane ha diffuso i dati del nuovo focus relativo alle immatricolazioni nell’anno accademico 2014/2015; seppur nel rapporto emerga « un lieve calo rispetto all’anno accademico precedente, tale dato induce a ritenere che il trend decrescente degli anni passati possa essere ormai superato», Sta di fatto però che dal 2003/04 ad oggi le iscrizioni all’università sono diminuite, e non di poco. Nel 2003/2004 gli immatricolati infatti, furono 338.306, mentre nel 2013/2014 sono stati 265.565.

Dal focus inoltre emerge che il tasso di passaggio dalle scuole superiori all’università subito dopo il diploma riguarda solo il 49,1% dei diplomati, in calo rispetto al 2010/2011 quando era il 54,4% a iscriversi.

Inoltre, anche chi si iscrive all’università, non resta tra i corridoi della facoltà fino alla fine, nell’aa 2010/2011 è stato l’11,2% degli studenti ad aver abbandonato il corso di studi, soltanto dopo un anno dall’immatricolazione.

Se le iscrizioni sono in calo il motivo si può rintracciare nella carenza dei sussidi economici per il diritto allo studio. Nel nostro paese la borsa di studio rappresenta la forma più usata per il sostegno alla formazione, tuttavia è quella maggiormente soggetta ai tagli, ed inoltre la forma di sussidio più bassa in termini economici rispetto a quelli forniti negli altri paesi europei.

Tra le ultime vicende di attacco al diritto allo studio c’è stata quella denunciata da Link, Coordinamento universitario,nei giorni scorsi ha diffuso l’allarme sulla riduzione delle borse di studio in Lombardia, nella regione infatti si potrebbe registrare un calo delle assegnazioni delle borse di studio pari all’11%, che in termini assoluti significherebbe oltre 1600 studenti privati del sussidio monetario. La vicenda in Lombardia è solo la punta dell’iceberg di un problema ben più grave. Dall’inizio del 2015 infatti si è presentato all’orizzonte un nuovo problema: una differente metodologia per il calcolo dell’ISEE. Lo scenario più preoccupante sarà quello di una riduzione degli idonei ai benefici, in quanto il nuovo ISEE potrebbe calcolare come reddito gli aiuti monetari percepiti dagli studenti lo scorso anno. Inoltre il Miur, secondo quanto riferiscono le fonti studentesche è in ritardo di 4 mesi, sulla definizione della soglia massima per l’accesso alla borsa di studio; tutto ciò causerà problemi nella presentazione delle domande, e un crescente numero di figure escluse dai sussidi

L’Italia costituzionalmente difende il diritto allo studio, nell’articolo 34 è sancito che il nostro paese deve garantire la possibilità di istruzione a tutti senza differenze. Tra i maggiori interventi per il sostegno allo studio c’è la borsa di studio. Ma è sufficiente? Con un occhio all’Europa si può vedere come l’Italia sia indietro anche nell’assegnazione delle borse, infatti nell'ultimo “Rapporto sullo stato del sistema universitario e della ricerca” pubblicato dall’Anvur, Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca, si legge «Dal rapporto emerge come in Italia prevalga lo strumento della borsa di studio, mentre in molti paesi queste si affiancano a prestiti o altre tipologie di intervento [...] considerando i livelli relativamente bassi della spesa pubblica complessiva in istruzione terziaria, il livello della spesa per studente in interventi di sostegno al diritto allo studio ci collocano al di sotto della media».

L’Italia non ha a cuore l’istruzione e lo si può comprendere sempre leggendo il rapporto dell’Anvur. I dati sul diritto allo studio e sui finanziamenti all’università non sono proprio edificanti. Il nostro Paese come al solito fa la differenzia con l’Europa, in negativo, «nel 2010 la spesa per studente in Italia è stata di 9.579,76 dollari in termini di parità di potere d’acquisto (PPA), il 30% in meno rispetto alla media dei paesi OCSE, circa il 40% in meno di paesi come Francia, Belgio e Regno Unito e il 50% in meno dei paesi del Nord Europa e degli Stati Uniti». Insomma, spendiamo solo una piccola parte per finanziare l’istruzione, e per questo ci piazziamo ben al di sotto della media europea.

In Italia il 90% delle entrate per gli atenei proviene dal Fondo di finanziamento europeo, ma anche in questo caso i fondi negli anni hanno subito delle notevoli diminuzioni. «La riduzione dei finanziamenti è stata del 18,7% per i fondi destinati al finanziamento del sistema e del 15,8% per i fondi a sostegno di studenti e diritto allo studio».

Carmine Zaccaro

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