Serena Cappelli
Non aprite quelle porte
9 Luglio Lug 2015 1243 09 luglio 2015

Uccisa da una username

DISCLAIMER
Questo post estivo è (1) un grido di protesta contro la username (o lo username, chi lo sa) che mi è stata affibbiata ormai più di tre anni fa qui su Linkiesta, un’infelice combinazione di nome e cognome che ogni volta mi fa morire un po’, e (2) una sorta di coming out, perché non si può sempre vivere nella vergogna.
Essendo nato come racconto per un corso di scrittura, i contenuti sono piuttosto espliciti (spesso volgari) e quindi poco adatti a un pubblico di seri benpensanti e anime sensibili, ma c’è comunque una morale: ciò che non ti uccide ti fortifica, ma ciò che ti uccide a volte può essere una banale username.
Ecco le prove.

Ibis Moscow Paveletskaya

Sono morta il 12 giugno 2012 a Mosca, una decina di minuti dopo aver varcato la soglia dell’Ibis Moscow Paveletskaya, che sarà anche un hotel rispettabile, ma non è certo il Ritz. Peccato, perché dopo essere sopravvissuta a una perquisizione in stile massaggio romantico all’aeroporto di Vienna, a un ristorante azero di dubbia fama a San Pietroburgo, alla passione per le code interminabili della mia amica Sara e alla cacca di piccione come regalo di benvenuto sul suolo moscovita, pensavo che avrei avuto diritto a un finale col botto. Che so, un cecchino che mi spara mentre allungo le mani sul gigantesco cannone del Cremlino, un boccone di filetto alla Stroganoff che mi soffoca mentre discuto di filosofia al Café Pushkin, una matrioska che all’improvviso prende vita e mi fredda in piena Piazza Rossa.
Invece no. Io sono morta all’Ibis. All’Ibis! Una catena qualunque, come fossi a Milano Centrale; una catena anonima, per rendere ancora più anonimo il mio trapasso. Che smacco. Morire in sordina e senza apparente motivo è quanto di più deprecabile esista al mondo: tutti a fare ipotesi per due giorni e poi puff! nel dimenticatoio.
«Aveva solo 36 anni, poverina» li ho sentiti bisbigliare al funerale, mentre segnavo da quassù le presenze e, soprattutto, le assenze. «Un infarto così giovane, che strano. Sarà stata mica overdose? Sai, queste acque chete… I genitori avranno usato l’infarto per coprire il marcio. Forse si prostituiva anche, ed era in Russia per un corso di aggiornamento. Sai, le donne dell’est…»
Droga e prostituzione. Sigh! La fiera delle banalità. Prego signori, ci sono offerte per l’abuso di steroidi, le cattive compagnie e l’erba del vicino che è sempre più verde?
Non riesco a darmi pace. La mia morte, infatti, anche se nessuno lo saprà mai, è stata una signora morte, non una cosetta qualunque; una morte tragica, ricca di pathos e di tormento. Già, perché subito dopo aver varcato la soglia dell’Ibis Moscow Paveletskaya, davanti a me si sono spalancate le porte dell’inferno invece di quelle di una confortevole camera doppia.

Fino alla registrazione, tutto bene: l’impiegato ha preso il nostro voucher, i nostri passaporti, la nostra assicurazione medica e ha annotato tutto per benino sul registro dell’albergo. Ci ha sorriso, ci ha parlato in inglese fluente, ci ha spiegato che la colazione non era compresa mentre il wi-fi sì. Tutto normale. Poi ci ha consegnato le chiavi e noi ci siamo incamminate felici verso la nostra stanza al sesto piano.
A quel punto, il dramma.
L’impiegato deve aver avuto un ripensamento perché, nel silenzio della hall, è risuonato uno stentoreo: «Miss Cappelli?»
Miscappelli?
Dio mio no, non poteva essere vero.
Di fronte a me si è materializzata a caratteri cubitali la scritta MI SCAPPELLI, con tanto di lucine di contorno in stile vecchia Hollywood.
MI
SCAPPELLI
S.Cappelli
Serena Cappelli
No, no, no!
Mi sono pietrificata.
Trentasei anni nell’ignoranza. Quante cose, in trentasei anni, avevo chiamato, firmato, siglato, vergato con SCappelli? Quante? Davanti ai miei occhi, lì nella hall dell’Ibis Moscow Paveletskaya, hanno cominciato a sfilare al ralenti: ricevute di fax lasciate sulla scrivania, SCAPPELLI, file inviati ai collaboratori, SCappelli, relazioni consegnate al direttore, SCappelli, articoli scientifici con la magra consolazione di un punto in mezzo, S.Cappelli, username e nickname, scappelli.

Mezzo mondo. Io, che non avevo mai nemmeno pronunciato la parola cappella ad alta voce se non nell’intimità dell’alcova, avevo scappellato mezzo mondo. Mentre la mia amica Sara tentava di scuotermi dal mio torpore, mi è venuto in mente un mio vecchio fidanzato circonciso e mi è uscita una risatina isterica.
Miscappelli? Volentieri, ma non posso.
Quanti uomini mi avevano associato al loro pisello? Quanti sogghigni si erano dipinti sui loro volti nel leggere tutti i miei scappelli? Quanti ludo63, fabriziorossini, mambo3 erano diventati ferventi fan della mia rubrica online solo per via di ciò che scappelli suggeriva al loro subconscio?
E soprattutto, perché quell’impiegatucolo da strapazzo, unico straniero al mondo, sapeva pronunciare in maniera impeccabile le doppie?
Miscappelli?
«Ma ti scappello cosa? Cosa?» avrei voluto urlargli, ma dalla mia bocca non è uscito nessun suono. Ho sentito salire le parole dal cuore, dalla pancia, dai piedi, ma si sono fermate tutte in gola. Prima una, poi un'altra, poi un’altra ancora. Tante parole che in realtà erano una sola; un grumo di scappelli che piano piano mi ha riempito il collo e tolto il fiato.
Il mio ultimo pensiero, prima di cadere morta stecchita sulla moquette dell’Ibis Moscow Paveletskaya, è stato per mia mamma. Un ringraziamento per non essere stata, negli anni settanta, una femminista di ferro e per non aver insistito affinché io avessi un doppio cognome, che comprendesse anche il suo: Mazza.
Miscappellimazza?

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook