Silvia Parmeggiani
TrebarraA
16 Luglio Lug 2015 1549 16 luglio 2015

Fotografia Europea: le mostre da vedere

REGGIO EMILIA. Se non siete ancora capitati per Reggio Emilia avete ancora tempo fino al 26 luglio per organizzarvi per vedere le mostre di Fotografia Europea. Ecco cosa vale la pena vedere.


Olivo Barbieri_mostra ERSATZ LIGHTS_ Canton, China 1998_© Olivo Barbieri

Partiamo dai Chiostri di San Pietro dove sono esposte alcune delle mostre maggiori tra cui “Ersatz Lights. Case study #1 east west” di Olivo Barbieri. Si parla di 198 fotografie a colori, di paesaggi urbani e rurali, megalopoli d'Oriente e periferie europee che giocano sul concetto di illuminazione naturale-artificiale in cui Barbieri esaspera le luci con netti contrasti tra i soggetti rappresentati.

Non si può uscire dai Chiostri, che già di per sé valgono una visita, senza aver visto “A Noor Journal on the changing planet, 2009-2015” con gli scatti dei fotoreporter dell’agenzia Noor, con base ad Amsterdam. Per rispettare il tema del festival, Effetto Terra, in mostra ai Chiostri ci sono alcuni dei lavori più significativi di fotografi dell'agenzia che documentano gli effetti dei cambiamenti climatici nel mondo e che denunciano le condizioni in cui vivono popolazioni intere colpite da carestie, malattie, conflitti, migrazioni forzate e perdita dei mezzi di sussistenza.


©Yuri Kozyrev _NOOR_ From the series Yamal Peninsula Caption

Di popolazioni colpite dalla crisi si parla invece in “Found Photos in Detroit”, il progetto di Arianna Arcara e Luca Santese (Cesura) ai Chiostri di San Domenico sulla decadenza e l'abbandono della metropoli americana ricostruendone il percorso e le dinamiche mentre a Palazzo da Mosto vale una sosta “No Man Nature”, collettiva di quattordici artisti (Darren Almond, Enrico Bedolo, Ricardo Cases, Pierluigi Fresia, Stephen Gill, Mishka Henner, Ange Leccia e Dominique Gonzalez-Foerster, Amedeo Martegani , Richard Mosse, Thomas Ruff, Batia Suter, Carlo Valsecchi, Helmut Völter) che cercano di dare una risposta a queste domande: “come si configura la natura senza l'uomo? E quale potrebbe essere un mondo in cui l'uomo rinuncia alla natura?”.


Ricardo Cases, Untitled (muleteer), Spain 2008_© Ricardo Cases

Le mostre proseguono poi al Palazzo dei Musei con l'edizione reggiana di “Gastropoda” di Joan Fontcuberta. Si tratta di un progetto sul ciclo vitale delle immagini, sulla trasformazione e sul decadimento in cui Fontcuberta, sulle immagini, lascia lavorare le lumache. Sì, le lumache. Sono loro infatti le 'autrici' delle opere in mostra ai Musei che con la loro 'voracità' hanno creato opere originali, mangiando le carte scelte dal fotografo e ricalcando un po' quello che succede a casa di Fontcuberta, quando fa lunghe trasferte e lascia gli inviti per troppo tempo nella cassetta della posta in balia delle lumache. Un progetto particolare come lo è anche “Fauna Secreta” in cui Fontcuberta nasconde opere finte, con foto e installazioni, tra le opere reali del museo civico lasciando perplesso il suo pubblico.


Gastropoda, Joan Fontcuberta

Ancora mostre alla Galleria Parmeggiani in cui vi segnalo, al piano superiore, “Fotoscopia” di Alessandra Calò (con curatela di Irene Russo), un'indagine fotografica che racconta i primi cinquant'anni di vita dell'ospedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia trasformandolo da teatro di visite ed esami a oggetto stesso destinato a essere visitato ed esaminato dal pubblico del festival. Al piano superiore sarà possibile sfogliare l'intero libro hand made di “Fotoscopia” che racchiude molte più opere di quelle in mostra conservate in installazioni i cui significati principali vanno ricercati nelle soprapposizioni.


Alessandra Calò, Fotoscopia

La Sinagoga è invece la casa di “Unfinished Father” di Erik Kessels, progetto dedicato al padre, appassionato restauratore di Fiat 500 Topolino e colpito pochi anni fa da un ictus. Quella Topolino incompiuta diventa l'oggetto dell'esposizione, nonché il simbolo di un uomo che – come la macchina – non si è completato. L'automobile è esposta assieme alle fotografie che documentano le fasi del restauro.


Armstrong Louis Middleton Velma Milano 1959

Infine, termina il tour “E lo chiamano jazz” allo Spazio Gerra per un lavoro incentrato sul jazz. La particolarità di questa mostra è che l'obiettivo non è puntato verso l'America ma su determinato momento storico del nostro Paese, il decennio a cavallo del 1960, quando i big internazionali spopolavano nei club di Milano e fioriva una generazione di straordinari musicisti italiani. Le immagini in mostra (a cui si aggiungono video, grafiche, percorsi sonori) provengono dagli archivi di Riccardo Schwamenthal.

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