Alessandro Da Rold
Portineria Milano
22 Luglio Lug 2015 1637 22 luglio 2015

Morire per una pastiglia di ecstasy: è più utile l'informazione che la repressione

La morte di un ragazzo di 16 anni nella discoteca Cocoricò di Riccione dopo aver assunto ecstasy dovrebbe aprire un dibattito importante in Italia in tema di prevenzione e di riduzione del danno per l’uso di droghe. Non accadrà, perché se il nostro Paese fa ancora fatica a recepire quanto dichiarato dalla Dda sul fallimento della repressione allo spaccio e all’uso di marijuana, figuriamoci se potrà mai affrontare un tema spinoso come quello di droghe di certo più pesanti. L’ipocrisia dilaga. Eppure basterebbe davvero poco per evitare casi come quello del ragazzo di Perugia morto disidratato su una pista da ballo. E l’unica risposta non è la repressione, come al solito rivelatasi inutile anche se il locale ha spiegato di aver investito in questi anni ingenti somme sul tema sicurezza, bensì «cultura», ovvero informazione sui rischi e sulle modalità in cui si assumono sostanze di questo tipo.

A parlarne in questi giorni è stato, sentito dall’agenzia Dire, Salvatore Giancane, medico tossicologo, professore a contratto della Scuola di specializzazione in psichiatria. E le sue parole dovrebbero far riflettere o comunque smuovere la politica italiana: «Perché nessuno prende in considerazione che il ragazzo sia morto per ipertermia maligna? Perché tutti si limitano a dare la colpa all’ecstasy? Io credo sia morto per il modo in cui ha assunto la sostanza». E poi: «I ragazzi, oggi, assumono ecstasy per ballare tutta la notte. Ballando, producono calore: la temperatura corporea aumenta fino a causare insufficienza renale. Intanto, l’ecstasy agisce direttamente sul sistema termoregolatore, che arriva a impazzire: la temperatura sale fino a 42, 43 gradi. A quel punto, non è più compatibile con la vita: si può solo provare a immergere la persona in una vasca di acqua e ghiaccio. Se si assume droga, quindi, «è indispensabile bere molta acqua, fare qualche pausa dal ballo, per controllare la temperatura corporea. Immagino che il ragazzo non ci abbia pensato, che nessuno gliel’abbia detto, cosa ben più grave. Il caldo di questi giorni ha fatto il resto».

Ma soprattutto aggiunge una questione non da poco il dottore: «Non intendo assolvere l’ecstasy, ma serve dare un’informazione completa. E nessuno, sin qui, l’ha fatto: serve indagare sulle concause. Ecco perché la domanda corretta da porsi non è ‘chi è il pusher’, ma se ‘c’era acqua in discoteca’, se ‘c’erano degli operatori per informare su questi rischi’, se ‘c’era qualcuno che tenesse d’occhio la pista e portasse acqua a chi ballava da troppo tempo’». E qui si aggiunge un dettaglio di non poco conto. Perché in Italia mancano spesso, nelle discoteche, i banchetti dove si possono testare le sostanze? Negli altri paesi europei è una realtà da molto tempo. Almeno dal 2001. Quando l’ Osservatorio europeo sulle droghe di Lisbona (Emcdda), che è finanziato dall' Unione Europea, giudicò positiva questa forma di prevenzione in cui l' ecstasy è assolutamente vietata e illegale. La questione è semplice e riguarda «il controllo sulla pericolosità delle pasticche di ecstasy, realizzato in modo informale direttamente nelle discoteche, ai concerti o nei rave party, inizia a essere considerato un metodo efficace per ridurre almeno il pericolo di morte».

Questo metodo è stato lanciato inizialmente in Olanda, si è poi esteso al Belgio, all' Austria, alla Francia, alla Germania, alla Spagna e alla Svizzera, dove viene applicato in modo informale e in regime di «tolleranza» da parte delle autorità locali. «In genere sono i volontari delle organizzazioni per il recupero dei tossicodipendenti che installano dei banchetti nelle discoteche o nei luoghi dove i giovani vengono convogliati per rave party e spettacoli musicali. A volte gli stessi gestori dei ritrovi notturni favoriscono questa forma di prevenzione, perché le «morti per ecstasy» possono significare «danni d' immagine» per il loro locale se non addirittura la chiusura». Scriveva il Corriere nel lontano 2001». Perché non farlo pure in Italia? 

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