Fabio Brinchi Giusti
Parlare con i limoni
23 Luglio Lug 2015 1327 23 luglio 2015

Viaggio a L'Aquila, sei anni dopo il terremoto

Ad un alieno che atterrasse oggi, la periferia de L’Aquila sembrerebbe perfino perfetta. Alla periferia de L’Aquila le case sono tutte belle. Tutte  nuove, tutte appena fatte. Le facciate pitturare di fresco con colori vivaci, i tetti a punta pronti per la neve invernale, rotonde –tante rotonde– e centri commerciali. Tutto fresco, tutto nuovo. Il naturale scorrere del tempo che si osserva in qualsiasi città, che si misura dalle crepe, dai colori che sbiadiscono, dai segni che lascia l’usura alla periferia de L’Aquila non esiste. Ilnaturale scorrere del tempo, appunto. E per questo che, alla fine, quelle case tutte nuove, tutte pitturate di fresco, quest’assenza del tempo rende la periferia innaturale. È tutto straniante e surreale. Dov’è finito il tempo?


Un cortile nel centro storico de L'Aquila

Come tutti sanno, a L’Aquila il tempo si è spezzato nella notte del 6 aprile del 2009. La terra trema, magnitudo 6, la città viene giù. Si contano 304 morti, mille feriti, migliaia di sfollati. Fosse avvenuto di giorno, con le scuole e gli uffici aperti, il bilancio sarebbe stato ancora più tragico. Un intero capoluogo di regione viene evacuato, anche i simboli dello Stato –la prefettura, il comune- crollano. Arriva la solidarietà, la speculazione, la commozione e gli scandali, i progetti, i soldi, gli arresti, la disperazione e il dolore. Aprono un sito Internet dove si raccontano le storie di quei 304: vite comuni e normali, storie d’amore, famiglie spezzate, coppie che muoiono abbracciati, anziani che avevano visto la guerra e giovani, giovanissimi, vite tutte ancora da immaginare. Alla piccola Giorgia il sisma non ha dato neanche il tempo di nascere.

A L’Aquila, spiega il mio accompagnatore, non c’è ancora un monumento che ricordi quel 6 aprile. Non c’è bisogno. Tutto a L’Aquila ancora ricorda il terremoto. Lungo le strade che solcano la conca si incrociano frazioni e quartieri rimasti impressi nella memoria: Coppito, dove si fece il G8, Bazzano, Poggio Picenze, Paganica, Onna, rasa al suolo dal disastro. I centri commerciali, diventati i nuovi luoghi d’aggregazione e le strade, certe strade come via XX Settembre dove si contò il maggior numero di caduti.

Le gru tagliano il cielo de L’Aquila man mano che ci si avvicina al centro. Come una preparazione, un avvertimento. Il mio accompagnatore mi avverte: non si fotografano le rovine. Non sta bene, agli aquilani non piace. Il centro non è stato ancora ricostruito e le rovine sono ancora visibili; la tentazione è forte e i turisti, si c’è anche qualche turista, non resistono. Se in periferia sono scomparse le tracce dello scorrere del tempo, nel centro storico è sparito proprio lo scorrere del tempo. È un mondo sospeso. I palazzi e le chiese sono come impacchettati, sigillati. È una misura tecnica per evitare ulteriori danni. Ma sembra anche un modo, consentite la licenza poetica, di cristallizzare tutto, di impedire al tempo di scorrere, di andare oltre quel 6 aprile.

Hanno detto che L’Aquila è un po’ la Pompei dei giorni nostri. Ci sono posti fermi al 2009, con le insegne di allora che si scoloriscono e la polvere che divora e ricopre ogni cosa. Ma la ricostruzione inizia ad arrivare anche qui: cantieri su cantieri si alternano lungo le strade principali, anche questa una toponomastica resa celebre dalla cronaca: i quattro cantoni, Piazza Duomo, Piazza Palazzo. Il chiacchiericcio della vita è sostituito dal martellante ritmo dei trapani. L’Aquila è una città d’arte ma è un arte che si può solo immaginare. Tutto è ancora chiuso. A volte si vedono le facciate, a volte neanche quello. A volte l’intera strada è chiusa o l’intero rione inaccessibile dai calcinacci o dalle transenne.

Ma L’Aquila è anche una città che cerca di ribellarsi, che vuole far ricominciare a scorrere il tempo. Fra i cantieri del centro hanno riaperto locali, il bar chiuso dal terremoto trasloca in un chioschetto. Anche se non c’è nulla, in qualche punto neppure i lampioni –si ricorre ai faretti– la sera le vie si animano. Sulle saracinesche abbassate dei negozi appendono volantini e manifesti di eventi recenti. Il tempo si fa scorrere anche così. La basilica di San Bernardino ha appena riaperto: i frati celebrano Messa in questa strana chiesa che non odora d’incenso ma d’intonaco. Collemaggio, dove riposa il Papa del gran rifiuto che si dice abbia ispirato Ratzinger, è ancora chiusa. Ma dalle fessure del portone si intravedono le navate. Lenta L’Aquila ricomincia a vivere, ritorna una città come le altre. La ferita si rimargina lentamente e lascerà tracce indelebili in questa generazione. Ma basta alzare gli occhi e contemplare l’immutabile Gran Sasso per capire che anche a L’Aquila verrà il tempo in cui tutto sarà passato e, per ricordare il 6 aprile, ci sarà persino bisogno di un monumento.

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