Paola Bisconti
Anam
24 Luglio Lug 2015 1010 24 luglio 2015

Racconti in punta di cravatta

“Racconti in punta di cravatta” di Vincenzo Sardiello, pubblicato da MdS Editore, riporta con coraggio alcuni drammatici e sottovalutati scenari quotidiani della nostra realtà. L’autore, sociologo ed esperto d’arte, impiega i suoi studi, le sue conoscenze e le proprie passioni per la stesura di un testo che svela grandi verità. Prediligendo il racconto come modalità narrativa, decisamente più fruibile e dinamico rispetto ad un romanzo, Sardiello debutta nella letteratura suscitando provocazione e stupore.

Le sue parole ci conducono nelle vite solitarie di coloro che non sono in grado di guardare oltre se stessi ma nel momento in cui provano a farlo scoprono l’inutilità e l’inconcludenza di alcune scelte: “La sua solitudine non è una semplice espressione, ma una situazione totalizzante”.

Rinchiusi nelle gabbie del proprio egoismo, vagano nella società uomini e donne aggrappati a inconsistenti gioie. Sono madri, mogli, padri, mariti, giovani amanti. È l’effimero che padroneggia nelle esistenze vuote di quel “formicaio umano” che attende di colmarsi d’acqua sorgiva proprio come potrebbe accadere a Cristina, protagonista di uno dei racconti, che si ritrova “sospesa tra la volontà di omologazione e la via dell’indipendenza”.

Ineguagliabile è il piglio sarcastico e l’impostazione stilistica di Sardiello che dimostra grande scaltrezza nella scrittura teatrale. Una voce narrante conduce il lettore di fronte alle assurdità del mondo che trovano spiegazione in un libro audace ed esilarante, frutto del lavoro d’analisi di uno scrittore che ha colto il malessere della propria epoca.

I diciannove racconti sono seguiti da due opere teatrali: “Il Cappio e il Sorriso” e “Scacco al re” per il quale è stato conferito all’autore il terzo premio della sezione teatro nel concorso letterario nazionale Città di Mesagne 2010. Le commedie tanto quanto i racconti narrano frammenti di vite in cui si intravede in alcune in particolare, un cinismo sprezzante e beffardo: “Amo il teatro. Adoro andarci da solo. Mi preparo quasi due ore prima. Giacca, cravatta, cappotto e borsalino. Amo arrivare con molto anticipo. Trovo delizioso l’ambiente prima dello spettacolo. Sfilate di donne e uomini borghesi che non aspettano altro. Versione volgare dell’aristocrazia. Borghesi a cui l’eleganza sta come un cilindro cafone arricchito. Mi siedo al bar e mi godo le esilaranti scenette che la miseria umana ci regala. In fondo sono un cinico. Mi diverto con poco”.

Il fine ultimo di Sardiello, tuttavia, non è quello di condannare, criticare o colpevolizzare chi non è in grado di avere cura di sè (nel senso più profondo dell’espressione), ma soprattutto come ha scritto Paolo Cardoso nella prefazione, compare in lui la volontà di comprendere attraverso la pietas umana, la fragilità degli individui che si ritrovano in balìa degli stereotipi, di una cultura fortemente consumistica e dalla dittatura della tecnologia. Ad essere in repentaglio è la libertà soggettiva della variegata presenza di personaggi all’interno di un testo vergato da un autore che potremo definire un “cosmopolita della cultura”, espressione da lui stesso coniata per descrivere un protagonista di "Racconti in punta di cravatta", grazie alla sua capacità di raccogliere ed evidenziare i molteplici modi di stare al mondo.

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