Andrea Cinalli
Serialità ignorata
25 Luglio Lug 2015 0949 25 luglio 2015

"Halt and Catch Fire", l'unione fa la forza tecnologica

Tre persone. Ognuna con un particolare talento. Ognuna con un guazzabuglio di idee da concretare. Ognuna con una personalità ben delineata che stride con quella del collega.

Sembra impossibile che costoro possano approdare all'armonia di un lavoro collettivo in cui ognuno adduca il proprio contributo senza intaccare le idee dell'altro. Perché lo spirito pugnace del materialista soverchia l'ingegno del creativo, che tanto creativo - appigliato ai dettami professionali applicati pedantemente - non è, e questo a suo volta finisce per soffocare l'inventiva di chi, forte di uno sguardo limpido - i testi universitari macinati e filtrati attraverso le proprie ideologie - si affaccia appena al mondo del lavoro.

I protagonisti di "Halt and Catch Fire", la serie Amc ambientata negli '80s, che lo scorso giugno ha tagliato il traguardo della stagione 2, definiscono giorno per giorno un modus vivendi. Joe McMillan (Lee Pace), l'esperto di marketing, che sparge slogan come i 'buongiorno', vorrebbe ergersi a capetto. Tenere le redini delle dinamiche aziendali e dirimere conflitti qualora emergessero, salvo poi innescarli lui stesso. Gordon Clarke (Scoot McNairy) è il pater familias che conduce la piatta esistenza, incistata nei binari della ripetitività, del provincialotto borghese, una moglie cui soffiare un bacio sull'uscio di casa e una ciurma di pargoli che pigola gongolante all'uscita e al ritorno paterno. Di scompaginare i ritmi che abita da troppo tempo, aprendovi lo squarcio dell'ignoto, neanche a parlarne. Meglio continuare a claudicare verso la postazione in ufficio, lasciare che la giornata venga scandita dai bip del computer ed eseguire le operazioni impartite dal boss in ambasce, dalla soglia dell'ufficio.

Al contrario, Cameron Howe (Mackenzie Davis) è la studentessa svogliata che saetta fra i corridoi accademici in barba alle regole, pur vantando una media di tutto rispetto. La studentessa che campa di passioni viscerali e impulsi, che incunea il naso fra le pagine dei libri di ingegneria non pregustando il momento in cui, stritolata nel completino inamidato costellato di ricami floreali, il docente stira le labbra incartapecorite in un sorriso a trentadue denti dal quale promana la sinfonia di un "A+" (l'equivalente del 30 e lode). No, ma una che assimila, rimpasta i concetti e auspica di farne le fondamenta per una costruzione di propria invenzione.

Col prosieguo della serie, i tre smussano le spigolosità caratteriali, e - individuato il punto di intersezione fra le visioni divergenti (la costruzione della "machine that no one has the balls to build", del "computer che nessuno ha il coraggio di realizzare") - lo perseguono snocciolandosi aneddoti di vita e vibrando pacche sulle spalle a infondere conforto per una vita matrimoniale che di tanto in tanto - questione pure lì di idee disarmoniche e cozzanti - sembra sul punto di eclissarsi.

Una storia che ricalca le vicissitudini autoriali. Christopher Cantwell e Christopher C. Rogers, i due ideatori, conducevano vite diverse, lontane dalla scrittura creativa destinata allo small-screen. Per il primo, un bigio lavoro come esperto di marketing per la Disney a ricamare strategie di promozione mentre con compunzione rimirava il team creativo festante che, incastrati gli arzigogoli narrativi sulla pagina bianca, aveva concluso l'incarico con le saccocce già divaricate ad accogliere i frutti danarosi. Per l'altro, accumuli quinquennali di ansie e delusioni fra i banchi universitari a raccattare consigli dei docenti sul modo di imbastire la sceneggiatura che bilancia qualità narrative e appeal commerciale, con le speranze infiacchite circa un approdo lavorativo.

Poi, alla fine, per i due - strangolati dalle aspettative azzoppate - si è presentata la salvifica intuizione: consci delle reciproche abilità affabulatorie, hanno realizzato che non occorreva la raccomandazione di chi ai piani alti di una casa di produzione praticasse maneggi all'italica maniera; bastavano carta, penna e un buon agente letterario che distribuisse spec-script a chi di dovere (sceneggiature stilate senza un ordine produttivo, ma a mo' di esempio creativo da parte degli aspiranti). E "Halt and Catch Fire", il plico di fogli che avrebbe dovuto starsene obliato a soffocare sotto robusti strati di polvere su una scrivania, solo per illuminare le capacità autoriali dei due, ascende alla realizzazione seriale in casa AMC, già dimora di "The Killing", "The Walking Dead" e "Mad Men".

"Halt and Catch Fire" è di quei prodotti che scorrono fluidi fino all'epilogo episodico. Non incespica nel mid-point con un'intuizione che abbacini solo i protagonisti ma non i telespettatori assorbiti da una coreografia di sbadigli. E' la scioltezza di attanti esplorati, in fase di costruzione della bibbia, fin nelle idiosincrasie puerili che poi hanno assunto le forme di vezzi e atteggiamenti bislacchi. Personaggi che si muovono su sfondi spesso monocromatici, e talvolta, sebbene vividi e accesi, comunque virati sui grigiori della fotografia d'epoca, come in "The Americans". Poco contano le tessiture narrative: trasposta in un'altra dimensione lavorativa, cinti da ben altri clangori, il risultato sarebbe stato comunque eccelso. E' dunque la geometria dei rapporti che ancora una volta eleva una serie di anima character-driven dalle aridità del mercato televisivo per rilucere dei successi critici. E solo di quelli, perché il pubblico latita.

Magri ascolti che sebbene non abbiano inficiato le prospettive di rinnovo al secondo ciclo, quest'anno per la rete cavo potrebbero determinare un "Halt".

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