Cosimo Pacciani
La City dei Tartari
28 Luglio Lug 2015 1257 28 luglio 2015

L'impero burlone (Dylan negli anni Ottanta)

Il punto da cui si salpa non e’ mai il punto in cui si approda alla fine di un viaggio, anche quando si pensa di tornare da dove siamo partiti. Quel che cambia, fra questi due momenti, e’ la differenza delle certezze e dei dubbi, affiancata alla lacerante evidenza del tempo che passa e che lascia solchi e rughe che rendono ogni ritorno un approdo su una terra nuova. Con una magnitudine che varia dal risibile al gigantesco. O ‘gigantic’, come cantavano i Pixies.  

Se il viaggio e’ serio, le giornate spensierate in cui pensavamo di poter cambiare tutto e quei momenti nei quali il domani sembra ancora un posto pieno di opportunita’ si stemperano e si riducono, per lasciare spazio ad un senso di percorso, di giornate che possono anche sembrare noiose, inutili, ma che sono passi necessari di avvicinamento ad un rinnovamento ed un cambiamento nel quale non sentirsi necessariamente gli sgarzollini.

Arrivano i quaranta anni, e si manifestano capelli bianchi assieme a preoccupazioni non attorno al se, ma attorno al non-se stessi. Figli, nipoti, giovani generazioni arrivano, si impongono con una lucidita’ che non ci ricordiamo di aver avuto nei nostri venti e trenta anni. I figli ti chiedono indipendenza ma intendono rispetto, o ti fanno domande cercando conferme, anche di dubbi che ognuno di noi ha, da adolescente fino alla pensione ed oltre.

In quest’estate italiana, caldissima ed afosa, questi segni di una maturita’ umana sono apparsi, proprio nel punto del percorso attraverso l’impero burlone o burlesque degli anni ’10 del terzo millennio dove ci si sente al massimo della forza e dell’energia: il decennio dei quaranta anni. Tutto e’ cominciato da un ascolto accidentale del Dylan di Series of Dreams, una delle out-takes di quell capolavoro sardonico ed elegiac che e’ Oh Mercy. Allora, e’ stato naturale rivolgersi al Dylan degli anni Ottanta ed ai suoi dischi che in quel periodo lo traghettarono attraverso gli anni del riflusso edonista reaganiano e del Thatcherismo energumenoide, verso il Clintonismo ammorbidente.

Dylan degli anni Ottanta, quelli dei suoi quaranta anni, aveva trovato improvvisamente una voce sua, personale, lontano dalle visioni mistiche e bibliche degli anni Settanta, lontanissimo, forse, da quella di ribelle dell’industria musicale degli anni Sessanta. Il Dylan degli anni Ottanta e’ quello di una generazione che, come in una forma di Big Chill in musica, riscopre i suoi limiti, le sue fisime, anche del rapporto con se stessi, con la propria mortalita’ e con la disillusione verso la rivoluzione non avvenuta, verso la conversione a divinita’ silenzione nella vita ma bravissime a manifestarsi attraverso migliaia di profeti, diventata delusione. Dylan negli anni Ottanta si rende conto che la grande promessa di un mondo migliore si era arenata, lungo la traiettoria di marcia. E lo disse, in un’intervista del 1986, dopo un anno di eventi come il Live Aid, Farm Aid, ed ogni possibile concerto benefico a cui partecipo’ in quegli anni con particolare solerzia: ‘Le persone non possono salvarsi da sole’. Nessuno si salva gratis, da solo, senza un aiuto, senza le condizioni di un rinnovamento che, perbacco, le trascenda, estenda la loro ragione sociale e di vita oltre gli anni magri e insicuri della vita di ciascuno.

Il Dylan di Infidels, di Empire Burlesque, di Knocked Out Loaded, di Into the Groove, di Oh Mercy, il Dylan che va al Letterman e suona una versione acida e new waver di Jokerman. Il Dylan che le chitarre vanno fatte suonare sporche, fra il blues metropolitano e vagiti rock. It’s a political world, canta in Oh Mercy, quella disillusione con un mondo che alla fine riscopre e premia sempre i soliti, quelli che mangiavano alle spalle degli altri nei decenni precedenti.

Dylan negli anni Ottanta aveva la mia stessa eta’ oggi, nella forma mentis simile di un quarantenne disilluso e pronto a tornare dentro le sue trincee di sicurezza, del lavoro matto ed indefesso, della famiglia, degli amici, di un mondo senza un Dio impegnato a salvarci, ma dove, con un senso di responsabilita’ prima sconosciuto, si decida di non assecondare il disfattismo, ma di rendere la disillusione ancora una volta azione, energia, contaminazione. La disillusione non e’ un qualcosa di negativo, ma e’ tenere gli occhi aperti, un’educazione all’essere contrarian ma con razocinio, come un’offerta di alternative possibili al mainstream, alle veline ed agli organi di stampa, ai social media dei poteri deboli, ma rinforzati dall’assenza di societa’ nel declino della civilta’ italica. Tutto appare, tutto e’ un vernissage continuo ed un fare networking, ma nessuno guarda piu’ l’oggetto: il tu. Il tu che dovremmo ripeterci ogni giorno migliaia di volte. Il tu che sono gli altri, quelle masse di persone che attraversano la mia e vostra vita ogni giorno e che erodono risorse, pazienza, rubano idee, mescolano concetti e prese di posizione, che in un mondo senza societa’, tutto diventa lanciare, spostare il problema pochi metri avanti.

Allora, viva la disillusione, nei confronti del se’, ma non degli altri giovani, imberbi ma volenterosi. Se la mia generazione dovesse morire domani, collettivamente ed improvvisamente, come in una novella di Calvino, dovrebbero seppellirci in una fossa comune, scrivendo sopra: ‘Ricordateci disillusi, ma in lotta fino all’ultimo contro la disfatta. O contro lo sbiardirsi dei tatuaggi che ci siamo fatti’. La disfatta che accade nel corpo, quella del corpus del Sistema, del paese, dell’Europa, delle attese razionali, del futuro inteso come spazio che non mi appartiene ma che apparterra’ ad altri. La disfatta degli intrallazzi, delle incompetenze, dell’arrampicata sociale, ma senza un motivo ultimo, la disfatta dei giorni da alieni nel nostro stesso pianeta. La disfatta delle parole senza fulcro, senza nocciolo duro, che siamo tutti post-ideologici. Come Dylan, nelle notti che non scendono mai completamente, e, quando lo fanno, ci fanno risvegliare al pensiero atroce che conviene comunque continuare a cantare, a scrivere canzoni, a lavorare duro, che alla fine, da qualche parte del tempo, un tu che ci ringrazi ci sara’. Anche se in maniera postuma. Siamo appena stati incoronati principi del mondo, noi quarantenni, e gia’ ci rendiamo conto che e’ una corona di cartone e spine, da portare per gli altri. Come Dylan negli anni Ottanta.

https://www.youtube.com/watch?v=nP85Uc6H79U

http://www.vevo.com/watch/bob-dylan/when-the-night-comes-falling-from-the-sky/USSM20100451

“False-hearted judges dying in the webs that they spin

Only a matter of time ’til night comes steppin’ in”

‘Hanno scoperto un pianeta gemello della Terra, ai limiti della galassia. 1400 anni luce. Forse e’ il pianeta del Coriolano di Shakespeare, del monologo che finisce urlato/urlante del protagonista declamante ‘There is a world, elsewhere!’. Forse quello di Finardi o quello degli Hoodoo Gurus. Io, caro Orazio, sono cresciuto a pane, vino, zucchero e sogni utopici da tardo medievalista e questa idea che da qualche parte ci sia un mondo gemello, o perlomeno non corrotto da salsedine e fallacia genetica della morale umana, mi conforta. There is a world, elsewhere. C’e’ un mondo, da qualche altra parte, un pianeta di serie di sogni non interrotti, di notti fresche e wi-fi gratis. La luce che vedono da li’ dalla Terra e’ quella del 600 dopo Cristo, un’Europa coperta di foreste, rovine di imperi e il silenzio mediatico. There is a world, elsewhere. Ma, caro Orazio, gia’ lo abbiamo qui, un pianeta fatto di alieni e di mondi possibili e futuri migliori: sono i nostri figli e nipoti, sono i giovani che arrivano stremati attraverso mari incerti su terre straniere. Non ho bisogno di pensare ad una Terra gemella, se posso e potrei, ancora oggi, fare qualcosa per renderla un posto piu’ abitabile ed ammirabile dallo spazio. E liberata dalla mia spaurita morale occidentale.’ KJ Okker ‘Niente alternative, siamo gia’ abbastanza confusi

https://www.youtube.com/watch?v=VSqETgMr7O8

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook