Luca Gatti
SkypeEuropa
2 Agosto Ago 2015 1303 02 agosto 2015

La finta guerra di Ankara contro l'Isis rischia di rafforzarlo

C'è da preoccuparsi per l'improvviso risveglio della Turchia, che con ripetuti raid aerei nelle ultime due settimane ha causato la morte di circa 260 guerriglieri curdi, intenti in questi mesi a guerreggiare contro i combattenti dello Stato Islamico.

Pericoloso e tardivo questo risveglio, troppo in fretta appoggiato da Nato, Usa ed Europa. In apparenza tutto nasce dall'attentato in cui hanno perso la vita proprio 32 giovani curdi-socialisti di una cittadina turca al confine con la Siria. I giovani stavano organizzando aiuti medici per la città martoriata di Kobane, in Siria, dove la resistenza curda ha tenuto testa in una eroica battaglia alle truppe del Califfo riuscendo pochi mesi fa a liberare l'intera zona e a contrattaccare lungo tutto il confine turco siriano conquistando e liberando numerose città.

Se pensiamo alle conseguenze, i raid aerei contro postazioni Isis in Siria (davvero pochi!) e quelli contro le formazioni di guerriglieri curdi (molti) i conti non tornano. E non si capisce il motivo per cui si è interrotto il trattato di pace con il Partito rivoluzionario del kurdistan (quello di Ocalan), proprio dopo un attentato così brutale che ha spinto tutta la nazione ad indignarsi contro lo Stato Islamico. Forse questo atteggiamento ha tre differenti motivi scatenanti, che andrebbero meglio considerati da Usa e Europa. Premesso, tra l'altro, che l'aiuto di cui hanno goduto i combattenti dello Stato Islamico in Turchia è stato per mesi sotto gli occhi dell'opinione pubblica internazionale, tanto da far innervosire gli Stati Uniti più di una volta, oltre che i curdi siriani, intenti a combattere sul campo i tagliagole.

Il primo motivo è che negli ultimi mesi le vittorie riportate dai peshmerga curdi nei rispettivi territori, in Siria e in Iraq, hanno dato vita ad aree ormai sempre più autonome e indipendenti, sotto legittimi autogoverni di liberazione che sempre più si avvicinano al sogno di uno stato kurdo federato, indipendente dai vecchi stati disegnati dalle potenze europee durante il colonialismo. Cosa che preoccupa non poco Ankara, vista la grande fetta dell'Anatolia dove la maggioranza degli abitanti sono curdi (basti ricordare che degli 80 milioni di cittadini turchi circa 12 milioni e mezzo sono curdi spesso collocati nella parte est del paese).

Il secondo motivo, e non di poco conto, è l'accordo sul nucleare siglato proprio due settimane fa tra Iran e i "5+1" (Usa, Francia, GranBretagna, Russia, Cina e Germania) che sta riabilitando uno dei paesi più importanti, forse il più importante della regione. Dalla rivoluzione di Komeini del '79 è la prima volta che la ponteza persiana si riaffaccia sullo scenario geopolitico in modo esplicito e soprattutto in veste dialogante, non antagonista e antiamericana. E ciò rompe un equilibrio, che per decenni ha fatto felici paesi come Arabia Saudita, Turchia e lo stesso Israele, ben contente del ghetto nel quale la potenza persiana si era auto cacciata.

Dunque, da un lato i milioni di curdi che sul campo stanno combattendo lo Stato Islamico, rivendicando, con tutte le ragioni di questo mondo, la loro voglia di indipendenza e dall'altro il riemergere della potenza persiana (77 milioni di abitanti, risorse naturali come petrolio e gas inestimabili, una giovanissima popolazione fortemente occidentalizzata e soprattutto il professare una religione, quella sciita, che non collima affatto con quella arabo sunnita).

È da questi fattori che prendono il via gli attacchi aerei dei giorni scorsi, di facciata contro l'ISIS, nella realtà contro le formazioni guerrigliere curde, giudicate una minaccia dallo stato turco.

C'è infine il terzo motivo, la questione interna. Le ultime elezioni hanno sancito la nascita di un blocco curdo-liberal-socialista che ha raggiunto il 10% che è entrato in parlamento impedendo al partito del presidente di avere la maggioranza. Se non si troverà un'alternativa, cosa facile, saranno indette a breve nuove elezioni, con la speranza di Erdogan e compagni che l'immagine liberal del nuovo partito curdo risenta degli attacchi e dei contrattacchi legati ai bombardamenti di questi giorni, ottenendo così la maggioranza necessaria a restare ancora in sella al potere.

Usa, Europa e Nato dovrebbero fare attenzione alle scelte turche, anche perché sul campo c'è sempre un nemico oscuro che si chiama Stato Islamico, spesso foraggiato da imprecisati emiri e simpatizzanti turchi e che ad oggi ha trovato forti e orgogliose formazioni curde ad opporsi.

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