Daniele Marini
Palomar
4 Agosto Ago 2015 0715 04 agosto 2015

Il lavoro oltre i tabù

Il lavoro è un terreno delicato sul quale, in particolare in Italia, si consumano spesso scontri ideologici, più che confronti fra idee. Una prova palese l’abbiamo avuta nelle discussioni sulla recente riforma del mercato del lavoro, il Jobs Act. È delicato perché è un fattore centrale nella costruzione dell’identità individuale e sociale delle persone. È un elemento costitutivo della dignità e dell’inclusione sociale. Non a caso è iscritto nel primo articolo della nostra Costituzione, rendendo il lavoro la colonna vertebrale della nostra convivenza civile, il fattore attorno al quale si edifica il nostro sistema di welfare. Per converso, a tale importanza non sempre corrisponde un adeguato sostegno da parte del sistema pubblico. Basti pensare al mal funzionamento degli ammortizzatori sociali, all’assenza di un sistema di formazione continua e di orientamento scolastico e professionale. Al fatto che la ricerca di un’occupazione è lasciata alle reti di relazione degli individui e delle famiglie: le stime indicano in una forbice fra il 2 e il 4% gli ingressi nel mondo del lavoro intermediati dai Centri per l’Impiego. Dunque, l’onere di una ricerca – ancor più pesante in questi anni di crisi – è caricata sulle famiglie. Ciò spiega l’elevata sensibilità che si manifesta sui temi che riguardano il lavoro e le modifiche delle regole che lo governano. Tuttavia, il discorso pubblico spesso è prigioniero di visione ideologiche, di considerazioni che non fanno i conti con le profonde trasformazioni in corso non solo nel sistema produttivo, ma anche nelle rappresentazioni e nei valori attribuiti al lavoro medesimo. Parafrasando il titolo di un (vecchio, ma ancora attuale) libro di Aris Accornero, si potrebbe sostenere che viviamo ancora il “Lavoro come ideologia” (Mulino, 1981). In altri termini, mancano analisi aggiornate di come stiano mutando i significati di valore attribuiti al lavoro. Su questi temi, Community Media Research (in collaborazione con Intesa Sanpaolo) ha avviato un percorso di ricerca interpellando la popolazione per comprendere come stia cambiando l’idea e il significato del lavoro. Abbiamo preso in considerazione non solo la conoscenza, ma la congruenza degli orientamenti degli italiani con le misure inserite nel Jobs Act. In primo luogo, la riforma sul mercato del lavoro è stata seguita, in modo più o meno approfondito, dal 70,8% degli italiani. Dunque, una riforma il cui impatto ha coinvolto larga parte della popolazione, in particolare la componente maschile e persino i più giovani che, fra tutti, sono quelli che in proporzione maggiore hanno seguito in modo approfondito il tema. Fra i lavoratori, il dibattito sulla riforma ha coinvolto più gli imprenditori (80,2%) e i tecnici (78,9%), meno gli operai (68,4%). Ma è soprattutto fra gli elettori di Centro (87,4%), Centrosinistra (81,0%) e Sinistra (78,4%) che il Jobs Act ha avuto il maggior seguito. Ovvero in quell’area culturale dove il tema del lavoro costituisce un aspetto identitario radicato.

In secondo luogo, le opinioni della popolazione si polarizzano quando si valuta chi sarebbe avvantaggiato dall’attuazione del Jobs Act. Da un lato, poco più di un terzo (37,3%) ritiene che sia egualmente vantaggiosa per le imprese e per i lavoratori. Dall’altro, una quota di poco inferiore (33,6%) pensa che avvantaggi soprattutto le aziende. Ciò che è certo è che pochi la percepiscono svantaggiosa per tutti (9,2%) e, ancor meno, favorevole solo per i lavoratori (3,0%). Quindi, una (leggera) maggioranza intravede benefici per entrambe le parti in causa. Come a dire che la riforma costituisce un buon punto di mediazione fra interessi diversi. Ma l’opinione pubblica, posta di fronte alla scelta se il Jobs Act sia positivo più per le imprese o per i lavoratori, sceglie le prime. Analizzando le condizioni professionali, fra gli imprenditori prevale chi vede vantaggi egualmente distribuiti (46,9%). Fra i dirigenti e i tecnici, invece, la bilancia dei benefici si equipara (38,4% per tutti; 37,6% per le imprese); mentre fra gli operai pende a favore delle imprese (38,2%) più che per tutti (32,0%). Ma sono le collocazioni politiche a dividere maggiormente. Una visione favorevole solo per le imprese accomuna prevalentemente gli elettori delle due ali estreme dello schieramento politico (Destra: 29,5%; Sinistra: 51,6%), così come anche una visione totalmente negativa del Jobs Act (Destra: 21,1%; Sinistra: 7,3%). Viceversa, i favorevoli a un’equa distribuzione di vantaggi sono gli elettori di Centro (61,6%) e di Centrosinistra (52,6%). Così, gli elettori di Destra/Centrodestra, che però meno di altri conoscono la riforma, prevedono ricadute negative per tutti o al più favorevoli solo alle imprese. Viceversa, nel campo della Sinistra/Centrosinistra il Jobs Act è divisivo, polarizza gli animi fra chi vede vantaggi per tutti (Centrosinistra) e chi solo per le imprese (Sinistra). Dunque, sono ancora le appartenenze politico-culturali a discriminare gli orientamenti sul lavoro.

Proprio per aggirare la vischiosità di un approccio ideologico o pregiudizievole, agli interpellati sono state poste alcune affermazioni che, nei fatti, traducono le misure del Jobs Act (quelle più controverse) senza però farne esplicita menzione. Con l’obiettivo di catturare se e in che misura vi fosse coerenza fra gli orientamenti della popolazione e le riforme approvate. In generale, mediamente oltre il 75% approva che si possa cambiare mansione pur di mantenere il lavoro (77,5%), che vi siano tutele crescenti con un’assunzione a tempo indeterminato (76,3%), che in caso di licenziamento sia meglio ricevere un indennizzo economico, piuttosto che essere reintegrati nello stesso posto di lavoro (77,5%). Cambio di mansione, tutele crescenti, superamento dell’articolo 18 non appaiono più un tabù. Sommando i punteggi ottenuti dalle diverse risposte è possibile creare una misura di sintesi degli orientamenti (impliciti) verso il Jobs Act, cui aderisce in linea di principio oltre l’80% degli italiani. Il gruppo prevalente è degli “Inclini al JAct” (51,4%) ovvero di chi approva quasi tutte le misure introdotte. Sono seguiti dagli “YES JAct” (29,4%) i quali le approvano in toto. All’opposto, il 17,1% valuta in modo prevalentemente negativo la riforma (Restii al JAct) e solo il 2,1% è totalmente contrario (NO JAct). Va sottolineato come fra quest’ultimi si trovino soprattutto i collocati politicamente a Sinistra (36,7%), ma nel contempo ben il 63,3% fra questi sia in generale d’accordo con le riforme approvate del Jobs Act.

Sui temi del lavoro grava ancora un’ingessatura culturale che impedisce una discussione pragmatica. Che affronti i problemi reali senza per questo negare il valore e la dignità del lavoro. Perché nel frattempo, il mondo della produzione è cambiato e con esso gli orientamenti dei lavoratori. Ma non altrettanto sembrano aver fatto le culture politiche. E il Jobs Act interpreta le tensioni al cambiamento ben più di quanto le discussioni pubbliche lascino intendere.

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