Stefano Grazioli
Gorky Park
12 Agosto Ago 2015 0921 12 agosto 2015

Ucraina, i rischi dell'escalation

Nuovi e violenti scontri nel Donbass tra separatisti e governativi, anche l'Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) sotto il fuoco incrociato, il presidente ucraino Petro Poroshenko che ha convocato i vertici delle Forze armate per una riunione di emergenza: sono evidenti i segnali di una escalation nel sudest del paese e sale il timore che il conflitto si possa allargare oltre gli attuali labili confini.

Sei mesi dopo la sottoscrizione degli accordi di Minsk II, l'11 febbraio 2015, l'Ucraina sembra trovarsi di fronte a un bivio: i focolai mai spenti tra i capoluoghi delle due repubbliche indipendentiste di Donetsk e Lugansk rischiano di essere i prodromi di una nuova guerra aperta che potrebbe trascinare il paese nel baratro definitivo, tanto più che i tentativi della diplomazia internazionale di mettere un tappo alle pentola che bolle paiono finiti nel vuoto.La situazione si è fatta incandescente nelle ultime settimane lungo la linea del fronte che dal confine russo-ucraino nei distretti orientali arriva sino al Mare d'Azov e alla città portuale di Mariupol, nell'oblast di Donetsk, baluardo ucraino sulla direttrice che collega le zone occupate dai separatisti con la Crimea.

È proprio qui che Kiev ha sempre temuto uno sfondamento dei separatisti, con l'intento di unire il Donbass e la penisola annessa dalla Russia nel marzo 2014. Al centro degli ultimi scontri la città di Starohnativka, a una cinquantina di km a nordest di Mariupol, dove i ribelli avrebbero concentrato centinaia di miliziani e almeno un soldato ucraino è morto e una decina sono stati feriti. I filorussi da parte loro hanno accusato Kiev di puntare i mortai su Gorlovka e Telmanovo, dove un civile ieri sarebbe stato vittima dei bombardamenti. Da giorni l'Osce ha denunciato l'intensificarsi degli scontri nei dintorni di Donestk e Lugansk con armi pesanti, ritornate in azione su entrambi i fronti nonostante il ritiro imposto e mai veramente rispettato della road map di Minsk. La gravità della situazione sul campo si riflette sul ruolo della diplomazia internazionale alla ricerca di un compromesso verso la de-escalation.

L'ultimo incontro del gruppo trilaterale di contatto la scorsa settimana non ha sortito effetti, se non il solito ritornello delle accuse reciproche sul fatto che né Kiev né i filorussi sono interessati veramente alla pacificazione. Il fatto che il prossimo meeting sia stato fissato solo per la fine di agosto è l'indizio di come non si senta l'urgenza estrema di ricucire gli strappi. Il presidente Petro Poroshenko ha avvertito che il peggioramento nel Donbass mette in pericolo l'intero processo fissato con gli accordi di Minsk e ha riversato la colpa sia sui separatisti che sulla Russia, fino ad ora svogliata nel mettere al guinzaglio i ribelli.

Sia da Mosca che dalle repubbliche indipendentiste piovono le accuse su Kiev, che in fatto di decentramento non ha fatto sostanzialmente nulla e quel poco che è stato fatto, oltre alla legge sull'autonomia che in realtà deve essere ancora discussa e approvata alla Rada dove due partiti di governo hanno già annunciato il veto, non è stato effettuato nell'ambito di quel dialogo nazionale prescritto dall'intesa di Minsk. Il risultato è che l'equilibrio trovato con fatica sei mesi fa in Bielorussia può cedere da un momento all'altro se tutti gli attori in gioco non rinnoveranno la volontà di proseguire, seppure a zigzag, nel processo di pace.

Al momento comunque, nonostante la tensione sia salita, gli analisi ritengono poco probabile sia un'offensiva dei separatisti su Mariupol che dei governativi su Donetsk, metropoli difficili da conquistare solo con operazioni di terra. Dato che le forze in campo si equivalgono e nessuna è in grado di sopraffare in toto l'altra, è inevitabile che gli scontri avvengano e proseguano nei centri minori e periferici, senza modificazioni sostanziali dello status quo e lasciando così il conflitto semi-congelato.

(ASKANEWS)

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