Simone Paoli
Actarus
30 Agosto Ago 2015 1531 30 agosto 2015

Studia quel che ti pare, ma sbrigati!

Nelle settimane passate una serie di articoli a firma di Stefano Feltri sul Fatto Quotidiano hanno scatenato un vivace dibattito in merito al tipo di facoltà che i neodiplomati sono chiamati a scegliere in queste settimane. Semplificando drasticamente, se si scelgono facoltà/indirizzi non richiesti dal mercato (in particolare quelli umanistici) poi non lamentarti se fai fatica o non entri nel mondo del lavoro. Meglio dunque indirizzarsi su materie scientifiche ragazzi.

Immediata la levata di scudi dei difensori delle materie Umanistiche, nell’eterna (e a mio avviso del tutto inutile) guerra con quelle Scientifiche, scegliete voi chi sono i guelfi e chi i ghibellini. Anche perché in gioco non vi è la superiorità di questo o quel tipo di studio, ma la scelta utilitaristica da compiere alla luce di un futuro possibile impiego.

Qui la polemica si fa più sottile, ovvero l’Università deve preparare al mondo del lavoro o fornire/arrichire il bagaglio personale che ci accompagnerà nelle battaglie quotidiane nel periglioso mondo del lavoro? Corollari immediati sono i rapporti degli Atenei con le aziende, e la “purezza” di un certo mondo nei confronti dell’esterno.

I nostri baldi dibattitori usualmente analizzano poi alla questione economica. Ogni studente Universitario è per lo Stato un investimento, sia in termini economici, sia in termini umani. Logica vorrebbe quindi che questo investimento fosse massimizzato e non sprecato, da tutti i punti di vista. Personalmente partirei da qui per alcune personali considerazioni.

Da molto tempo infatti lo Stato (cioè noi) spreca un sacco di capitali. Un errore che mi sento di rilevare nella logica di Feltri è limitare la riflessione all’Università, parte finale di un percorso formativo che inizia molto prima. I talenti vanno individuati e indirizzati prima, cosa che nella scuola Italiana oggi accade troppo raramente e quasi sempre per iniziative e sensibilità di singoli docenti, non certo in forma strutturale.

A questo aggiungo i danni che la cultura del “Pezzo di carta ad ogni costo” ha prodotto nelle ultime generazioni. Università nate come funghi, migliaia di corsi di laurea e specializzazioni, con il solo scopo di far avere a tutti un titolo qualsivoglia.

Altro aspetto di questo vero e proprio accanimento terapeutico, e per me questione numero uno, il tempo medio di Laurea. Secondo i rapporti Alma Laurea oggi viaggiamo attorno a 26,5 anni, con punte in alcune facoltà oltre i 28. Significa che rispetto ai 3+2 anni teoricamente necessari, si resta all’università dai 7 ai 9 anni in media (il che impica che per molti siamo ben oltre i 10…). Tutto questo sarebbe giustificabile (forse?) solo con una durissima selezione, con valutazioni particolarmente selettive. Ed invece accade esattamente il contrario. Risultato: laureati meno preparati, più vecchi e con un mercato del lavoro asfittico.

Come se ne esce, invitando tutti a studiare Ingegneria? Certo che no.

Per me la soluzione, ancorché non semplice, sta nel cambiare (quasi) tutto. Innanzi tutto bisogna tornare a far comprendere che non tutti sono fatti per studiare all’Università. Porto ad esempio l’Alto Adige. Quando mi ci sono trasferito, sono rimasto sorpreso dal poco numero di persone che frequentavano l’Università o che si fossero laureate. Col tempo poi ho apprezzato l’alto numero e qualità di Istituti Tecnici, Professionali, per il Turismo, ed il fatto che i ragazzi preferissero imparare un mestiere e iniziare a lavorare presto. All’Università, spesso fuori regione o ad Innsbruck andavano solo quelli veramente motivati e portati, il tutto senza che i primi fossero considerati minus habens. Per me, proveniente dal Veneto, questo era del tutto sorprendente: il “pezzo di carta” lì era un must e chi si fermava all’Istituto Tecnico una sorta di relitto sociale. Atteggiamento devastante, eppure diffusissimo, come ho avuto modo di capire in seguito, diffuso su tutto il territorio nazionale, perché per molti viatico all’agognato posto fisso statale. Quindi ridiamo il giusto valore a tutti i livelli di studio. Pretendiamo che le valutazioni degli insegnanti siano giuste, e torniamo ad alzare le asticelle. Per arrivare a mandare all’Università meno persone, ma che perdano meno tempo. Nessun test di ingresso, niente numero chiuso, ma esami veri e blocchi agli anni successivi. E se non fai tot esami entro due anni stop, mi spiace ma non fa per te.

Vorrei meno Universifici e più Università. Ci sono oltre 80 Atenei in Italia, ne basterebbero meno della metà e forse sono buono. Ambienti in grado di colloquiare col mondo del lavoro e le aziende, ma che non si facciano plasmare da queste. E che formino elementi validi, con una preparazione di partenza adeguata. Anche perché tanto poi la formazione, se uno davvero vuole non solo iniziare, ma soprattutto continuare a lavorare, e migliorare nel lavoro (ma non solo) non deve finire mai.

E magari con una laurea in legge e studi di filosofia finisci a dirigere la fabbrica-sogno di tutti gli ingegneri.

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