Simone Sauza
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1 Settembre Set 2015 1643 01 settembre 2015

Europa e identità tedesca. Storia di una crisi

Nelle Considerazioni di un impolitico Thomas Mann scriveva che «in una fusione delle democrazie nazionali in una democrazia europea e mondiale non [sarebbe rimasto] più nulla della sostanza tedesca». Era il 1918. Mann temeva che il processo di occidentalizzazione della Germania sarebbe coinciso con la sua sgermanizzazione (Entdeutschung). Quest'ultimo è uno dei concetti chiave per comprendere la portata del problema dell'identità tedesca oggi. Per lo scrittore tedesco ciò significava l'abbandono della cultura (non solo politica) che diede l'impronta all'identità nazionale tedesca. Il riferimento è a quell'egemonia politico-culturale che ha informato l'idea del Reich tardo ottocentesco e del prussianesimo. Un'egemonia profondamente radicata in una mitologia nazionale che sostanziava la coscienza collettiva. Ma più in generale è l'abbandono di una serie di paradigmi concettuali che hanno connotato da sempre la via tedesca. Sonderweg, ovvero una via speciale, in contrapposizione all'Occidente, facendo della Prussia il paradigma stesso della Germania. Dopo le vittorie della Prussia nelle guerre del 1864, nella campagna contro l’Austria nel 1866 e nel conflitto con la Francia nel 1870–1871, infatti, si arrivò alla conclusione di un processo unitario, sancito dalla proclamazione dell'Impero Tedesco del 1871. Un processo che si fondò su una miscela di conservatorismo e liberalismo, abilmente incarnato dal cancelliere Otto von Bismarck. Potenza e coesione attraverso una comunità culturale che facesse da sostegno alla comunità politica. Questa via speciale era quindi incentrata sui concetti di Staat (Stato), Nation(Nazione) e Bund(legame). Lo Stato-Nazione dava quindi vita ad una Kulturnation, ovvero una Nazione come legame “sentimentale”. Un'eredità culturale ben rappresentata da una serie di movimenti che gli studiosi hanno riunito sotto la nozione diRivoluzione conservatrice, tra i cui esponenti vengono annoverati, oltre che allo stesso Mann, anche Oswald Spengler, Ernst Jünger, Arthur Möller van Den Bruck, Carl Schmitt, Ernst Niekisch, Ernst Von Salomon. Una certa storiografia ha poi voluto vedere in questo carattere conservatore, e in questo humus culturale, la culla del nazismo. Eppure solo pochissimi esponenti (Carl Schmitt tra tutti) aderirono al nazionalsocialismo. Alcuni furono persino perseguitati. Lo stesso Thomas Mann, nonostante la ricezione fortemente osteggiata delle Considerazioni di un impolitico, non fece mai conseguire dalle sue tesi l'adesione al nazismo, ma anzi si schierò a favore della democrazia di Weimar e combattè dal suo esilio americano il nazionalsocialismo, a cui negava radicalmente ogni rappresentanza dell'essenza tedesca. Ciononostante, anche durante la maturità, egli non rinnegò mai la sua visione dello spirito e della cultura tedesca, neppure nei suoi scritti anti-nazisti come Sulla Germania e i tedeschi, non sentendo alcuna sovrapposizione tra patriottismo conservatore e nazismo.

L'avvento del nazismo, oltre che come dramma storico, ha creato infatti una spaccatura epocale nella storia culturale tedesca, impedendo un'elaborazione naturale dell'identità nazionale al passo con la modernità. In altre parole, la storia nazionale venne letta univocamente come periodo di incubazione del nazismo, mentre l'accento sul popolo (Volk) e sul Typisch Deutsch che avevano caratterizzato l'anima tedesca divennero tabù. Così, nella Germania post-nazista e post-bellica avvenne un fenomeno di rimozione che si compì definitivamente con la caduta del muro di Berlino. L'occidentalizzazione, da fenomeno di modernizzazione e di adeguamento al contesto atlantico, divenne cancellazione forzata delle proprie radici culturali. Da una cultura della Memoria si passò ad una cultura della Colpa, abolendo qualsiasi accenno al patriottismo. Dallo Stato-Nazione/Stato di potenza (Machtstaat) si è passati al paradigma dello Stato come potenza civile (Zivilmacht). Il sospetto verso tutto ciò che avesse il sapore di nazionale/nazionalistico confluì in quello che è stato definito “patriottismo costituzionale”. Vale a dire la sostituzione di un'identità basata su elementi etnico-culturali (quali lingua e storia) con un'identità principalmente giuridico-costituzionale, che pone l'accento sullo stato di diritto, sull'indipendenza del potere giudiziario e, più in generale, su una natura civica dello Stato. Il contesto da cui questi nuovi indirizzi sono sorti è quello della Germania post-nazista che si appresta, a Ovest, a diventare una potenza economica, ma con la necessità di una legittimazione da parte degli alleati atlantici. Da qui, l'impronta fortemente europeista e occidentale che nel periodo post-bellico si è cercato di dare alla Germania dell'Ovest. Questa rottura con la propria storia fu portata avanti, più recentemente, in particolar modo dalla sinistra liberale rappresentata intellettualmente dal filosofo tedesco JürgenHabermas secondo cui «una convinta adesione ai principi costituzionali occidentali universalistici si è potuta formare nella nazione civile dei tedeschi soltanto dopo e attraverso Auschwitz». Analogamente, ad Est avvenne un altro tipo di rottura storica. Antifascismo e guerra a industriali e latifondisti in quanto associati all'ascesa di Hitler portò con sé anche la distruzione di una cultura nazionale e della fondamentale storia della propria borghesia. È vero che nel primo testo costituzionale della DDR si parla di “Stato socialista della nazione tedesca”, ma la dizione venne poi abbandonata nel 1974 in favore di “Stato socialista degli operai e dei contadini”, ponendosi in antitesi alla storia tedesca per agganciarsi alla missione comunista. Due universalismi di stampo diverso; civico-formale a Ovest, e socialista a est, entrambi in un rapporto problematico con la tradizione culturale tedesca, e latentemente immersi in un fenomeno di rimozione delle proprie radici. Processo di rimozione che, con l'unificazione a seguito della caduta del Muro, fagociterà anche l'esperienza storica della DDR. L'identità della Germania riunificata non sarà più intesa come fratellanza tra est e ovest in nome di una cultura comune, quanto come comune ripudio del totalitarismo nazista e comunista. Solo da un ventennio a questa parte, studiosi e ricercatori stanno cominciando a sottolineare le criticità di un rapporto conflittuale con la propria storia, evidenziato da fenomeni di costume come la cosiddetta Ostalgie la nostalgia per alcuni aspetti della vita durante la Repubblica Democratica Tedesca ‒ e la nascita di rivendicazioni di stampo nazionalistico, le quali non necessariamente coincidono con l'estrema destra neonazista, ma si riallacciano invece ad una cultura conservatrice cui abbiamo fatto riferimento inizialmente. Ne è un esempio il movimento populista Pegida/Pegada, composto da una piccola e media borghesia in conflitto con americanizzazione e islamizzazione della società tedesca.

Il punto è che un'identità civica come quella del patriottismo costituzionale rischia di essere un terreno fragile per costituire una comunità politica; rischia cioè di essere un sistema intellettualistico che non ha presa a livello profondo nella popolazione, la quale, per altro, spesso ignora il contenuto delle carte costituzionali. Un esempio efficace delle conseguenze di una fragilità identitaria è il problema dell'immigrazione. Il patriottismo costituzionale è un modello che va di pari passo con il multiculturalismo. Ciò significa politiche di immigrazione poco selettive e nessun impulso all'assimilazione del nucleo culturale di destinazione (quella che viene chiamata una Leitkultur, una cultura di base, così come vorrebbero i liberal-conservatori) da parte degli immigrati. Ma questo modello si è retto sul grande ruolo che il welfare ha giocato come raccordo tra l'epoca di Bismarck e il post-nazismo. Il benessere come vero e proprio elemento di coesione. Nel momento in cui il sistema di welfare è andato in crisi, i diversi gruppi sociali si sono trovati senza una solida identità a fare da collante, generando reciproci conflitti a causa di competizione sociale e povertà. Oggi la Germania sembra aver superato quel complesso di sorvegliato speciale che aveva vissuto dopo la Guerra, ma il nodo dell'identità nazionale, le sue ferite rimaste nell'inconscio collettivo, stanno deformando la propria consapevolezza di Stato. La sua potenza è trasferita sulla forza economica, in contrasto con gli altri paesi europei. Dall'europeismo collaborativo messo in atto con il processo di occidentalizzazione, si è passati ad un europeismo inteso come germanizzazione economica dell'Unione Europea, alterando di fatto la dialettica tra UE e paesi membri (si pensi agli incontri internazionali presenziati dalla Merkel bypassando le pur fragili cariche europee come l'Alto Rappresentante). La Germania oggi sconta questa duplice frattura: la mancata elaborazione delle proprie radici storiche e la conseguente deformazione della propria identità. Bisogna chiedersi allora, a quale identità fare riferimento? Come recuperare un carattere nazionale che riesca a fare i conti con Auschwitz senza sovra-stimare né svalutare il dramma, che riesca a fare i conti con l'inserimento all'interno di un contesto atlantico senza sentirsi né sorvegliato speciale né potenza egemone? O, in altre parole, per riprendere l'interrogativo che Gian Enrico Rusconi tra i massimi studiosi della storia della Germania del Novecento pone in un suo libro del 2009 (Berlino. La reinvenzione della Germania): come si reinventa la Germania? 

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