Ernesto Gallo e Giovanni Biava
Giovine Europa now
1 Settembre Set 2015 1116 01 settembre 2015

La chiusura delle frontiere europee

Grazie a Elisa Grandi, antropologa (vedi note a fine articolo), che torna a scrivere di immigrazione in un momento 'caldissimo', soprattutto per l'Europa.

Mentre in Austria viene scoperto un tir carico di morti che cercavano di attraversare “i confini del benessere” e al largo della Libia naufraga ancora un’imbarcazione carica di migranti, l’Europa fissa una riunione straordinaria dei ministri degli Interni e della Giustizia sul tema dell’immigrazione per il 14 settembre a Bruxelles con l’obiettivo di uscire dalla paralisi decisionale che affligge la comunità europea.

Durante l’incontro verranno presentati i dati sulle migrazioni dell’agenzia europea Frontex  e dell’EASO (European Asylum Support Office), poi si dovranno concordare le misure con le quali l’UE prevede di affrontare la sfida migratoria, in particolare l’agenda prevede temi quali politiche di rientro, cooperazione internazionale, investigazione sul tema del traffico umano e misure per fronteggiarlo.

Mentre anche il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha deciso di indire una riunione straordinaria il 30 settembre sul medesimo tema, si susseguono le dichiarazioni e le indiscrezioni dei vari leader europei: Renzi invita a rivedere il diritto d’asilo europeo e a sottoscrivere una politica unica comunitaria e revisionando l’ormai contestatissimo trattato di Dublino, la Merkel risponde assicurando la disponibilità alla collaborazione e invitando i concittadini all’apertura e alla flessibilità. Altre voci invece guardano dalla parte opposta, cioè a una revisione del trattato di Schengen, quindi non una politica comunitaria, ma un ritorno ai poteri nazionali per il controllo dei confini.

Proprio quest’anno si celebrano i 30 anni del famoso trattato, ma soprattutto si “festeggiano” i 20 anni dell’abolizione dei controlli di frontiera interni. Dimitris Avramopoulos, commissario per la Migrazione, Affari interni e Cittadinanza dell’UE dichiara: “Dobbiamo preservare e rinforzare questo comune traguardo. La creazione dell’aerea Schengen è una dei grandi obiettivi raggiunti dall’EU, ed è irreversibile”.

Eppure a giugno di quest’anno la breve chiusura del confine franco-italiano tra Mentone e Ventimiglia sembra suggerire proprio il contrario.

Il trattato non è stato sospeso, la corte suprema francese ha dichiarato che i controlli sulla frontiera italiana erano legali e non violavano l’accordo. Le fonti italiane confermano sottolineando tuttavia l’introduzione di controlli supplementari non previsti dal trattato. Il ministro dell’interno Alfano ha però aggiunto che lo scenario di quei giorni è un "antipasto di quello che succederebbe se saltasse il diritto della libera circolazione”.

Dopo la Francia, anche la Svizzera e l’Austria intensificano i controlli alle frontiere, e sempre all’inizio dell’estate arriva la notizia che l'Ungheria progetta di alzare un muro di quattro metri per fermare l'invasione dalla Serbia. Proprio alcuni giorni fa le autorità ungheresi hanno annunciato di aver completato la prima parte della recinzione. Il Regno Unito ha approvato la costruzione di una barriera di due miglia, dalle parti di Calais, per bloccare l'avanzata degli immigrati dalla Francia. La  Danimarca ha reintrodotto controlli alle frontiere.

L’obiettivo del trattato di Schengen è l’abolizione dei controlli sistematici delle persone alle frontiere interne e un rafforzamento dei controlli alle frontiere esterne dell’area Schengen. Tuttavia le frontiere esterne sono permeabili, anzi più si tenta di innalzare i muri più la porosità e l’inarrestabilità del flusso diventano evidenti.  Si fa chiara e autoevidente l’inefficienza e inefficacia dell’attuale politica migratoria comunitaria.

La reputazione dell’Europa e i valori che afferma quali libertà e rispetto dei diritti umani sono sotto accusa: da Gennaio sono morti almeno 2500 migranti.

L’Italia e gli altri paesi del sud Europa – in prima linea con i flussi in entrata – hanno chiesto la solidarietà degli altri stati europei già da tempo, ma solamente ora che i morti e le tragedie iniziano ad avvicinarsi al cuore dell’UE, si sente la pressione dell’opinione pubblica.

I 28 Paesi sono chiamati a rispondere a una moltitudine di persone che bussano ai “confini del benessere”.

I cittadini che vi abitano invece sentono questo benessere sempre più eroso e minacciato. Sembra che gli europei abbiano sviluppato una sorta di “familismo amorale”  cioè un habitus culturale incentrato nel prendersi cura esclusivamente del proprio nucleo (lo Stato, ma a volte addirittura la propria regione) e del suo benessere di breve periodo. Un’impostazione mentale miope che crede fermamente nella teoria del bene limitato: il benessere è una cifra determinata da dividere tra le persone che vivono in un dato paese, dimenticandosi invece che il benessere è un processo e lo sviluppo socio-economico può anche aumentare inserendo nuove risorse, cioè nuove persone che collaborano al processo.

Gli stati, a parole desiderosi di regole comuni, nella realtà sono frammentati e divisi, ognuno è ossessionato del proprio ordine interno, rinunciando di fatto a trovare soluzioni comunitarie e solidali più efficaci.

Il 31 Agosto il ministro britannico degli Interni Theresa May -la Gran Bretagna non aderisce agli accordi di Schengen - ha proposto la revisione di uno dei pilastri della comunità europea – la libera circolazione – al fine di consentire la permanenza nel Regno Unito solo a chi possiede un lavoro e lasciando fuori dalla porta i migranti in cerca di lavoro che provengono da altri paesi europei. Il Regno Unito insomma è alle prese con le prove generali per il Brexit.

L’Italia anche in questo caso è direttamente interessata, perché oltre a dover gestire un forte flusso immigratorio, ha un consistete flusso in uscita: si pensi che sono 57.000 i giovani italiani emigrati in Gran Bretagna solo nell’ultimo anno.

Ecco ancora una volta all’interno dell’Europa il conflitto di interessi per la gestione dei confini e della libertà e non-libertà di circolazione.

Tuttavia si deve ricordare, citando il segretario generale delle Nazioni Unite:

L’alto numero di rifugiati e migranti sono un sintomo di problemi profondi: conflitti senza fine, gravi violazioni dei diritti umani, tangibili fallimenti dei governi e dure repressioni. La guerra in Siria, per esempio, si sta manifestando lungo le rotte che portano al cuore d’Europa.

“Oltre a farsi carico delle proprie responsabilità, la comunità internazionale deve anche dimostrare una grande determinazione nel risolvere i conflitti e gli altri problemi che non lasciano alle persone altra scelta che fuggire. Se si fallisce, i numeri degli sfollati – oltre 40 mila al giorno – può solo aumentare”.

L’Europa non solo si è per ora dimostrata incapace di accordarsi sulla politica migratoria da adottare, ma ancora più remota sembra la capacità dell’unione di scegliere una politica estera comune: l’unica vera possibilità per gestire il fenomeno migratorio. L’UE inoltre non dovrebbe compiere l’errore di ragionare solamente sul diritto d’asilo, ma avere il coraggio necessario anche di nuove leggi per i migranti economici.

Tuttavia questo scenario sembra lontano a venire. I cittadini di vari stati europei e di conseguenza i loro governi, focalizzando sulla difesa del proprio nucleo (il singolo stato), si trovano a dover rinunciare anche alla propria libertà di movimento. Aumentare infatti le barriere e i controlli interni all’unione per frenare i movimenti delle persone non-UE avrebbe inevitabili svantaggi sugli stessi cittadini europei: siamo pronti a barattare una finta sicurezza con il diritto comunitario alla libera circolazione?

L’UE si trova oggi alla prova del nove dei propri valori: rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello Stato di diritto e dei diritti umani. La questione migratoria è la vera cartina di tornasole per diagnosticare lo stato di salute dell’Unione.

Elisa Grandi, antropologa culturale, nel gennaio 2011 prende parte al Proyecto Snait, iniziativa di sviluppo dal basso focalizzata sui diritti dei bambini presso la Parroquia San Pablo di Agustín Ferrari di Buenos Aires. Questa e altre esperienze sono materia della sua tesi di laurea, “Antropologi in campo”, che analizza la crisi odierna della disciplina antropologica e propone l’approccio dialogico come una delle risposte possibili, avviando una riflessione su come applicare le chiavi di lettura antropologiche al di fuori dal contesto accademico.

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