Francesco Cancellato
Roger
12 Settembre Set 2015 1201 12 settembre 2015

Grandi Vinci e Pennetta, ma basta metafore sportive sullo stato dell’Italia, vi prego

«Bisogna sempre stare attenti a maneggiare lo sport come metafora». Aveva ragione Aldo Cazzullo. Era lo scorso 31 agosto, il giorno dopo la fine dei mondiali d'atletica. Peccato che due righe dopo, aveva iniziato a smentirsi, affermando che «le migliori stagioni dello sport italiano sono coincise con momenti di rinascita o di ripartenza collettivi, come l’Olimpiade di Roma ‘60 e in parte i Mondiali di calcio dell’ 82». E soprattutto che «mai come stavolta lo stato comatoso dell’atletica sembra rispecchiare l’umore di un Paese depresso, abulico, arrivato quasi al disprezzo di se stesso».

Oggi è il 12 settembre. E in tredici giorni il Paese depresso, abulico e che si disprezza ha celebrato, nell'ordine, le vittorie del basket italiano agli europei contro la Spagna di Pau Gasol e la Germania di Dirk Nowitzki, le imprese del giovane ciclista Fabio Aru alla Vuelta spagnola e, soprattutto, la finale tutta italiana del torneo di tennsi di Flashing Meadows tra Flavia Pennetta e Roberta Vinci, con quest'ultima che ha liquidato Serena Williams, la più forte tennista del mondo. 

Altro giro, altra narrazione: «Dopo esserci andata col funerale dei Casamonica, l’Italia ritorna sulle prime pagine di tutto il mondo con un racconto positivo e allergico ai cliché», scrive Massimo Gramellini sul suo Buongiorno di stamattina. E vai - a proposito di allergie ai cliché - di «donne del sud», di «armonia che prevale sulla potenza», di specchi del Paese che stavolta riflettono luce, positività, speranza. O, per dirla letterale, un «Altrove dove poi ci ha portati un po’ tutti, con i piedi saldamente appoggiati alle nuvole». 

Ricapitoliamo. Sono bastate tre vittorie sportive per farci passare - a suon di metafore sportive - dal baratro al boom. Se esistesse uno specchio che riflette gli specchi del Paese, probabilmente si sarebbe già rotto da un pezzo. 

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