Cosimo Pacciani
La City dei Tartari
26 Settembre Set 2015 0030 25 settembre 2015

Le scarpe grandi

Sotto alla finestra del mio ufficio, ci sono delle panchine, luogo di ritrovo di giovani cinesi che bevono e ridono o di ragazzi hip hop della banlieue verde e privilegiata del Lussemburgo. Si siedono, parlano e li vedo, fino alle prime ore della notte, fra un centro commerciale e una foresta che si incunea nel ventre d’Europa, fra Belgio e Germania.

Ogni tanto, dopo averle viste per mesi, sotto ogni tempo e clima, ho preso l’abitudine di andare a sedermici, con il caffè e alcuni fogli da leggere, nelle giornate di sole e calore che pensavo più rare in questi altipiani mitteleuropei. Un giorno di inizio settembre, mentre sono intento alla lettura di un macromemo pieno di numeri e tabelle e di idee che diventano pensiero lungo corredato di azioni brevi, un amico si è seduto accanto a me, in quel preciso istante del tramonto quando tutto diventa arancione. Ancora le foglie non gialle, ma già sole e le nuvole con tonalità rosa e arancio. Il mio amico si accomoda anche lui con un caffè e un sorriso zen. Mi chiede di parlare, cosa inedita, date le sue origini teutoniche. Un altro luogo comune che questa residenza lussemburghese ha demolito. I tedeschi sono loquaci, spiritosi, hanno spesso una profondita’ di giudizio che deriva dalla loro origine protestante e hegeliana. E quel tocco di ironia romantica e goliardica dei loro mille carnevali.

Con gli occhi sorridenti, esordisce: ‘Da qualche settimana, vado nel pomeriggio vicino a casa mia in Germania, a dare una mano a un centro di accoglienza di profughi e senza tetto. In questo periodo sono arrivate tantissime persone, siriani, eritrei, e con i ragazzi del centro, abbiamo cominciato a raccogliere abiti, scarpe, qualsiasi cosa possa essere utile a queste persone. Siamo precisi, sappiamo bene cosa vogliamo e quindi, invece di farci recapitare sacchi e sacchi di panni, abbiamo preparato una lista con tutto il necessario per gli ospiti, con le taglie di cui abbiamo bisogno. Non riusciamo a trovare tutto, ma ce la caviamo bene. Ecco, oggi, sono andato, e, mentre smistavo gli abiti, in questo capannone pulito e tenuto come una reggia, si avvicina una donna siriana, con un bambino, forse di quattro o sei anni. Impossibile dirlo. So solo che la madre ci fa capire con il traduttore accanto che vuole delle scarpe per il bambino, il quale intanto corre e salta fra pile di abiti, maglioni e ride, sereno, parlando un mix di arabo, inglese, e tedesco.

Le chiediamo che misura abbia il bambino e lei ci dice, 22, ma le vorrei del 24. Un collega le chiede se abbia un altro figlio e lei ribatte, sempre tradotta parola per parola da un signore siriano che abita in Germania da tempo che ‘No, ho solo questo figlio, per fortuna. Perché così siamo riusciti a permetterci la fuga. Ma ora so che può crescere, voglio che abbia spazio nelle scarpe per sentire che può, che ha una speranza di diventare grande, ora’. L’amico mi guarda, con i lucciconi. ‘Diventare grande, ora. Ho pensato ai volantini alla stazione di Vienna, ‘you are safe’. Ora sei al sicuro, puoi crescere. Scusa, devo andare. Ma dovevo raccontarlo a qualcuno’.

Si alza, mi dà una pacca sulle spalle, vede il memo pieno di numeri e mi dice ridendo ‘speriamo che anche quello che leggi possa permettere la crescita!’. Un attimo ed è oltre il giardino, all’imboccatura di un viale alberato, nel tramonto glorioso di un settembre di linee e di frontiere da riaprire di nuovo.

Le scarpe grandi del bambino siriano, magari dell’età delle mie figlie a Londra, che sgambetta, corre e per il quale le calzature diventano alate come quelle di Mercurio, pesanti come quelle di un robot, o quelle di un calciatore famoso. Le scarpe grandi che a volte ci compravano le nostre madri, negli anni Settanta, durante l’austerity, quella vera, del petrolio, dei tassi alle stelle, della lira debole e dei golpe falliti, le scarpe che un pollice in più di spazio andava bene e dei pantaloni di velluto a cui veniva rifatto l’orlo che faceva capire la crescita, quella linea di usura al livello della caviglia che ci diceva che qualcosa stava accadendo nel nostro corpo, ci stavamo stirando in altezza.

Le scarpe di una misura o due più grandi, perché così siamo coperti per un po’, ora che siamo al sicuro, avrà pensato la madre, ora che non dobbiamo più pensare a scappare pensando a correre, allontanarsi, nascondersi. La dignità dell’esule, del rifugiato, per il quale ogni passo sposta non solo il corpo ma tutta la casa, tutta la vita. L’esule vive in un constante presente, dove tutto si aggiorna, una specie di mark-to-market della vita, senza forecast, senza capacità di capire cosa possa essere il futuro. Tutto fungibile, funzionale a spostarsi, e pure di corsa. Uno zainetto, un giocattolo, mi raccomando, avrà detto la madre al bambino, nel momento della fuga, una delle tante fra milioni di fughe di Egitto e di Macedonia.

Ora so che sono da qualche parte nella foresta europea qui attorno, accuditi, trattati bene e considerati ospiti graditi. Non avranno magari la bellezza dell’Asia Minore, senza deserti, spiagge, senza i muezzin che invitano alla preghiera e senza i mercati pieni di colori, di odori, tessuti. Un mondo che non può, al momento, ritornare a pensare in termini di tranquillità e di prosperità ma che deve fare i conti con un presente di dolore e morte. E di assenze. Ma ora questo bambino che il mio collega ha visto giocare con abiti puliti e ripiegati perfettamente può crescere dentro le scarpe, può riappropriarsi della speranza di stare, dopo esser stato sciolto dal dubbio di poter esistere.

Il bambino lo immagino che possa tornare a casa, in Siria, magari con una laurea in tasca e tre, quattro lingue per destreggiarsi nel mondo e lo dipingo nel momento in cui, spostando un po’ le macerie di casa, trova, miracolsamente, dentro una scatola, delle scarpe di cuoio di qualche nonno, ancora intonse, nuove e che per caso o miracolo, gli stiano alla perfezione. Il piede, a un certo punto della vita, smette di crescere, ma è quando si passa il testimone a una generazione nuova, a cui vogliamo poter rifare gli orli e dare scarpe in cui crescere dentro.

'Quello che vi avevo annunciato, forse me lo sono dimenticato. Ma se mi torna in mente, ve lo riannuncio. Voi, fate a modino' KJ Okker - Il Profeta Vago

SOUNDTRACK

Mali Music – Walking Shoes

https://www.youtube.com/watch?v=MwEczrs-aq4

Khebez Dawle – Beta’ammer

https://www.youtube.com/watch?v=y0YS0tAjCx0

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