Elias Gerovasi
#Cooperazione Internazionale
1 Ottobre Ott 2015 0712 01 ottobre 2015

Le mani delle corporations sulle Nazioni Unite

Recentemente quattro paesi africani hanno deciso di destinare una parte delle entrate dal petrolio, oro e altre risorse naturali a un programma di finanziamento innovativo per combattere la fame e la malnutrizione infantile. Mali, Repubblica Democratica del Congo, Guinea e Niger contribuiranno ogni anno con una parte delle vendite di oro, petrolio, fosfati e uranio delle loro aziende statali a un fondo gestito dall’agenzia Onu per l’infanzia Unicef. I paesi dovranno pagare 10 centesimi per ogni barile di petrolio e 60 centesimi per ogni grammo d’oro al fondo per comprare integratori alimentari ad un prezzo ridotto dalle case farmaceutiche. Lo schema di finanziamento, chiamato UNITLIFE, prevede di generare 100 milioni di dollari l’anno a partire dal 2017 e di coinvolgere presto altri paesi dell’Africa sub-sahariana.Nigeria e Angola sarebbero già pronte a firmare l’accordo. UNITLIFE nasce dal successo di un programma simile, UNITAID, gestito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che prevede il finanziamento a lungo termine per il trattamento dell’HIV/AIDS, la malaria e la tubercolosi nei paesi in via di sviluppo. La maggior parte dei 300 milioni di finanziamento di UNITAID provengono da un prelievo di 1 euro sui biglietti aerei da parte dei paesi partecipanti.

Secondo Philippe Douste-Blazy (UN under-secretary general for innovative finance for development), UNITLIFE è un sistema di finanziamento innovativo, una valida alternativa ai fondi sovrani dei paesi ricchi. La prossima sfida riguarda l’educazione per la quale alle Nazioni Unite sono già a lavoro per istituire un programma in linea con UNITLIFE e UNITAID.

Siamo davanti a un’anteprima di quello che viene definito “nuovo finanziamento dello sviluppo globale”, quel mix di risorse pubbliche e private che dovrebbe far scomparire definitivamente l’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS). Inutile dire che gli osservatori ed operatori del settore si dividono tra critiche feroci e apprezzamenti incondizionati.

Le critiche più ricorrenti riguardano la tendenza in atto che vede le Nazioni Unite sempre più finanziate dalle corporation multinazionali che eserciterebbero una crescente influenza sull’organizzazione internazionale.
Un’attenta analisi di questo fenomeno è contenuta in un recente studio condotto da Global Policy Forum che denuncia l’ingresso delle Nazioni Unite in una nuova era di “multilateralismo selettivo” caratterizzata dall’incapacità di prendere decisioni politiche a livello intergovernativo e il crescente ricorso a soluzioni corporate-led (guidate dalle multinazionali) per risolvere i problemi globali.

Il cambiamento dei modelli di finanziamento delle Nazioni Unite e dei suoi fondi, programmi e agenzie specializzate rispecchiano queste tendenze allarmanti. Le caratteristiche principali sono il crescente divario tra la scala dei problemi globali e la capacità delle Nazioni Unite di mobilitare risorse finanziarie per risolverli; la crescente quota di contributi speciali e finanziamenti vincolati nelle finanze delle Nazioni Unite; un maggiore affidamento al settore delle imprese e l’outsourcing di finanziamenti e di decisioni politiche verso le cosiddette partnership globali.

Il finanziamento di tutte le attività del sistema Nazioni Unite costa circa 40 miliardi di dollari l’anno. La cifra potrebbe sembrare notevole, in realtà è inferiore al budget della città di New York, è meno di un quarto del bilancio dell’UE, e solo il 2,3 % delle spese militari del mondo.

Secondo Barbara Adams, co-autrice dello studio, “gli Stati membri non sono riusciti a fornire finanziamenti affidabili al sistema delle Nazioni Unite ad un livello sufficiente per consentirle di adempiere al suo mandato. Sembra che molti Stati membri, in particolare i grandi donatori, perseguono un duplice approccio in cui chiedono una maggiore coerenza nelle attività delle Nazioni Unite, e allo stesso tempo aumentano l’utilizzo dei fondi vincolati, che favoriscono la frammentazione”. La possibilità di scegliere cosa finanziare come si fosse davanti a un catalogo, ha aperto lo spazio al settore delle imprese multinazionali che sono sempre più influenti al palazzo di vetro.

Questa influenza sembrerebbe confermata anche da strumenti come UNITLIFE. In generale non ci sarebbe niente di male a pensare che un governo destini una parte delle entrate derivanti da oro o petrolio per migliorare la nutrizione infantile. Diverso è se lo fa sottoscrivendo un contratto con un’organizzazione internazionale (Unicef) presso cui transitano fondi destinati all’acquisto esclusivo di integratori alimentari presso determinate industrie farmaceutiche.

Posto che la fornitura di complementi nutrizionali possa essere definita una valida soluzione al problema della malnutrizione (che fine ha fatto la sicurezza alimentare?), qui parliamo di un meccanismo di sovvenzione statale alle imprese multinazionali che mina alla base anche gli sforzi di riformare i sistemi fiscali e la tassazione nei paesi partner. In questo caso le aziende che producono gli integratori avranno un enorme quota di mercato vincolata e sovvenzionata da fondi pubblici. Perché non iniettare quei 100 milioni di dollari all’anno nei mercati agricoli locali dei 4 paesi, per comprare derrate alimentari, farine, cereali?

Questi nuovi meccanismi finanziari da chi sono politicamente decisi e guidati? A quali interessi rispondono?

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