Francesco Carini
Homo sum
5 Ottobre Ott 2015 1141 05 ottobre 2015

Accoltellate le speranze di una generazione, Venditti appare come un profeta

«Compagno di scuola, compagno di niente

ti sei salvato dal fumo delle barricate?

Compagno di scuola, compagno per niente

ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?»

A prescindere dagli schieramenti politici, questo è l’interrogativo che sorge guardando quanto stia facendo il governo Renzi. I versi di Compagno di scuola di Antonello Venditti si accostano perfettamente alla generazione del PD che sta stravolgendo l’Italia, abbassando la testa davanti ai colpi di machete inflitti al diritto allo studio (DSU) e, per alcuni versi, a quello alla salute.

Nel question time del 30 settembre che ha contrapposto Matteo Renzi a Giorgia Meloni, la vera “compagna” sembrava proprio la leader di Fratelli d’Italia. Come ha sostenuto la parlamentare romana, l’inserimento delle pensioni d’invalidità nel calcolo ISEE è quanto di più inumano potesse compiere il governo. Ma ciò non basta a giustificare lo sdegno degli studenti e delle loro famiglie, perché il premier ha inoltre sostenuto che le soglie di accesso ai benefici dipendono dai singoli enti (comuni, università ecc…), che utilizzano la stessa certificazione come parametro per la concessione di posti alloggio o di altri aiuti economici. Il problema è che, nel caso del DSU, ciò non risulta assolutamente vero, dal momento che esiste un massimale stabilito dal MIUR in base all’art. 11 del DPCM 390/2001: “A partire dall'anno accademico 2002/03, i limiti massimi dell'Indicatore della situazione economica equivalente e dell'Indicatore della situazione patrimoniale equivalente sono aggiornati annualmente con decreto del Ministro emanato entro il 28 febbraio”.

Pertanto, lo stesso ministero dovrebbe agire per ovviare a quanto prodotto dalla riforma del nuovo ISEE: 30% di idonei in meno, nonostante le loro condizioni economiche non siano fondamentalmente variate rispetto all’anno precedente; non contando che dal 2009 al 2015 le risorse destinate al DSU sono scese di 134 milioni, passando da 246 a 112.

Questi non sono solo tagli alle spese, costituiscono bensì pugnalate per le speranze di un’intera generazione costretta a non poter studiare per colpe non proprie e che, nel caso di nucleo con componente disabile a carico, sosterrà costi immensi, in alcuni casi anche in virtù dei tagli alla sanità su determinate prestazioni, vedendosi polverizzata magari quella pensione che adesso è addirittura calcolata come reddito nel nuovo ISEE…

Continuando così, il rischio di una spaccatura fra le classi sociali è quanto di più vicino possa esserci. Lo studioso figlio di operaio rischierà seriamente di non poter realizzare il sogno di diventare medico o avvocato, al contrario del rampollo di una famiglia facoltosa, che non avrà problemi a sborsare fior di quattrini. Le generazioni laureatesi grazie alle borse di studio hanno potuto assaporare in pieno la soave sinfonia costituita dall’art. 34 della costituzione:

«I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso»; ma questi “versi” rischiano di restare una vecchia poesia, e non più le parole di una Costituzione nata dalle macerie di un paese.

Dove sono finiti il senso civico e il pudore? Come si può restare indifferenti davanti al rischio di acuire il baratro che separa le classi sociali? Il welfare non è soltanto una parola, bensì un insieme di servizi che permette ad una nazione di definirsi tale, non con un popolo diviso in status quo che devono restare immutabili. Il diritto allo studio è il mezzo più importante che permette di realizzare un sogno anche all’interno del proprio paese, evitando di dover fare necessariamente le valigie e partire per l’estero come cinquanta anni fa. Ma ciò sembra proprio non interessare Palazzo Chigi.

Si spera di cuore che in futuro ci siano politici in grado di ridare delle risposte, però intanto il quadro reale della situazione lo dipinge sempre Venditti, stavolta con il testo di Sora Rosa:

«Me ne vojo annà da sto paese marcio,

Che cià li bbuchi ar posto der cervello,

che ‘vvò magnà dull'ossa de chi soffre,

che pensa solo ar posto che po' perde».

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook