Davide, Alessandro e Andrea
Failcaffè
19 Ottobre Ott 2015 1239 19 ottobre 2015

La civiltà dei consumi ai tempi dei social network: Pasolini

La riflessione più lucida riguardo la civiltà dei consumi nata dopo la seconda guerra mondiale appartiene a Pasolini. Anche le parole di questo articolo, in un certo senso, fanno parte del gioco. Cadono dall'alto, diffidatene.​

di Giuseppe Calamo

La riflessione più lucida sulla civiltà dei consumi nata dopo la seconda guerra mondiale appartiene a Pasolini. Su Youtube c'è un bel video in cui lo spiega e qui, un link al suo articolo del 1973 sul Corriere. Scoprii il link ed il video nel 2007, facevo una ricerca sul fascismo su internet. Pasolini riteneva che fascismo e consumismo avessero alcuni lati in comune. Le sue parole - che vi invito a leggere prima di scorrere questa breve riflessione - mi sembrarono profetiche.
Pasolini è morto nel 1975, non ha visto Internet e non ha visto quel che possiamo definire come la conseguenza naturale dell'invenzione e della diffusione sociale del web: Facebook (e i social network minori).

Le due rivoluzioni su cui si basa la civiltà dei consumi (delle infrastrutture e del sistema di telecomunicazioni) di cui Pasolini ha saputo riconoscere gli esordi, oggi hanno trovato, per così dire, un compimento. Esse non si realizzano più attraverso strumenti distinti, ma per lo stesso mezzo: Internet. È Internet il nuovo centro del sistema di informazioni e di comunicazioni. È Internet che annichila la distanza tra le periferie e il centro. Internet è lo stesso centro da cui promana ogni comunicazione: non solo la comunicazione degli "altri", ma anche la comunicazione dei nostri pensieri. Sovvertendo le regole della comunicazione naturale, affidiamo quel che intendiamo dire a lui affinché lo ripeta agli altri.

Al modello fascista, secondo Pasolini, si aderiva per la maggior parte "a parole". Quel che cambiò fu qualche bandiera sulla torre del municipio, una gran diffusione di tessere del partito. Vi fu un fascismo, per così dire "nero", che si manifestò nelle grandi città. Ed è il fascismo che raccontano i libri di scuola: quello delle squadre, delle purghe, del confino degli intellettuali, delle violenze. E vi fu un fascismo, per così dire "bianco", che è quello che ci raccontano le nonne, che fu certamente il più diffuso e che è sparito quasi senza lasciare traccia.
Del modello consumista invece, si diveniva schiavi senza, peraltro, mai poterlo eguagliare del tutto. "Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d'animo collettivi", scriveva Pasolini. Guardandosi intorno, è facile ritenere che il male che Pasolini aveva individuato non ha fatto altro che aggravarsi.

Secondo l'illuminata prospettiva pasoliniana, la televisione è uno strumento autoritario e repressivo, perché "le parole che cadono dal video, cadono dall'alto" e "parlare dal video" è sempre "parlare ex cathedra", qualsiasi cosa venga detta. La fonte generatrice del modello consumista doveva certamente individuarsi in una pluralità di contributi: quel modello era imposto, ribadito ed esaltato da ogni trasmissione, canzonetta, spot pubblicitario, film, che iniziarono ad elaborare più menti ispirate da quella che Pasolini definisce la cultura dell'edonismo.

La civiltà dei consumi, oggi, è ben viva, e così la cultura dell'edonismo, che è "di carattere tecnologico e strettamente pragmatico" e da cui deriva "una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali" di chi ne fruisce. Fermo il bacino di utenza di "sottoproletari imborghesiti" e di "borghesi sottoproletarizzati" (e cioè noi tutti), questa cultura dell'edonismo ha cambiato il proprio "centro" e, di conseguenza, la sua "fonte di produzione": i social network.

Il nuovo "centro" siamo noi. Nei social, i consumatori coincidono con i produttori. Soddisfiamo la nostra domanda con la nostra offerta.

La cultura dell'edonismo è solleticata dal nuovo modo di comunicare che offrono i social network. Non più da uomo a uomo, da A a B, a C o a D per effetto di una comunicazione diretta. Ma da A a B e a tutti gli altri, per il medium del social network.
Questo medium, è bene sottolinearlo, non è un diaframma posto sul medesimo livello dei comunicanti. Si colloca, bensì, al di sopra di essi, precisamente nella posizione che, secondo Pasolini, occupava la televisione. La parola così comunicata giunge al destinatario dopo essere ascesa verso l'unico luogo da cui può promanare autorevole, definitiva, perentoria, eterna e certa.

Come per la televisione, la comunicazione attraverso il social è un fatto solenne, che cade dall'alto, autoritario e destinato a rimanere in eterno in una coscienza collettiva. Ha il potere della parola "riferita" all'alto e "restituita" verso il basso. Aiuta a mascherare la vergogna della solitudine, dell'insicurezza, delle oramai intollerabili lentezze comunicative, delle esitazioni. Dà l'illusione di curare le nevrosi collettive che in realtà il meccanismo continua a creare. Occulta la nostra imperfezione umana.

Quel che è peggio: nell'attuale civiltà dei consumi non esiste più un modello autoritativamente calato dall'alto corrispondente al Giovane Uomo o alla Giovane Donna cui Pasolini si riferiva. Ciò che conta non è più essere "come qualcun altro", ma ottenere una visibilità sufficientemente più elevata dalla massa. La ricerca di un contenuto è percepita come inutile e ridondante a fronte della conferma ricevuta sulla base del criterio quantitativo. In questo modo orrendo, la civiltà dei consumi ostenta la sua democraticità come il miglior valore che promuove.

E' in queste forme, apparentemente libertarie, che continua ad operare la repressione della civiltà dei consumi. Oltre a coloro che ne divengono schiavi, vivendo di irrealizzabili desideri e nell'emulazione di presunti casi di successo, vi sono coloro che lottano affinché ogni loro pretesa possa essere riconosciuta come diritto dagli ordinamenti statali. Convinti di lottare nel giusto. Di fare la rivoluzione.

Era troppo presto, forse, perché Pasolini potesse vedere che la civiltà dei consumi si nutre di diritti umani ed è tutta volta a slegarli da ogni limitazione. E' così che si sviluppa la nuova repressione. Qualcuno ha parlato, in tal senso, di "dittatura dei diritti umani". Il mio diritto non patisce alcun limite. Ciascuno ha il diritto di fare quel che vuole. Chissà come andrà a finire.

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