Stefania D'Amore
Alta Fedeltà
27 Ottobre Ott 2015 2100 27 ottobre 2015

C'era una volta "La notte" di Michelangelo Antonioni

6 Grande

Prima di Paolo Sorrentino, Matteo Garrone e persino Nanni Moretti c'era lui, il Maestro. Descrivere in poche parole i film di Michelangelo Antonioni è difficile, se non irrispettoso. Eppure si tratta di uno dei pochi registi che ancora oggi, a tratti proprio di questi strani tempi con una maggiore forza, riesce a leggere e spiegarci con brutale intensità la nostra Italia, le sue contraddizioni spaventose ed affascinanti.

Un tuffo al cuore, uno straniante senso di smarrimento. Sarebbero probabilmente queste le parole che utilizzerei per raccontare Antonioni ad un neofita. Una filmografia immensa, in primis per qualità, e che fa l’amore con la materia grigia dello spettatore. Come iniziare questo tango, allora? “La notte” è, forse, uno dei film più controversi e seducenti del regista. L’opera zero per lasciarsi catturare dal discorso lungo un’intera filmografia del regista.

Addizione e sottrazione, sono queste le basi con le quali il regista gioca e ci parla per tutto il film. A partire dalla luce e dalla sua assenza, elemento grazie al quale Antonioni definisce gli spazi geografici e mentali dei protagonisti, attraverso tagli chirurgici ma pregni di spiritualità (come non volare con il pensiero a Louis Kahn?). Quasi fosse un saltimbanco, è su questo filo sottile che Antonioni si muove per raccontarci il boom economico dell’Italia del tempo attraverso i passi e i discorsi di una coppia in crisi, andando così a creare un ossimoro fortemente antitetico capace di creare da subito in noi un disagio, quasi un senso di insoddisfazione.

Non ci sono stimoli ma solo l’alternanza di noia, alienazione, apatia ed indifferenza di moraviana memoria. I luoghi, in linea con la poetica del regista, raccontano l’anima: la Milano che vediamo è quella industriale degli anni ’60, una città di Moloch di cemento alti e dalle linee razionali e ripetitive. I paesaggi ci parlano utilizzando una lingua claustrofobica.

In (quasi) forte contrapposizione le parole di Giovanni Pontano , intrepretato da Marcello Mastroianni, uno scrittore di successo privato dalla vita dei suoi obiettivi ma alla ricerca, non ancora definitivamente rassegnato al galleggiare passivo. Dall’inizio del film, vediamo attraverso la lente d’ingrandimento le crepe di un matrimonio che ormai non ha più nulla da dirsi e che porta i protagonisti a vagare per le strade di Milano, lontani sia quando fisicamente vicini sia quando dalle parti opposte della città.

Cuore del film la notte del party che si tiene nella villa di un industriale brianzolo dove viene sciolta una nuova contrapposizione tra mondo della ricchezza intellettuale e mondo della realtà materiale, una sorta di sogno ad occhi aperti di ciò che di lì a pochi anni sarebbe divenuta sbiadita realtà. Da una parte c’è chi il futuro lo aspetta, dall’altra chi lo organizza (proprio come l’industriale proprietario della villa) e che offre al nostro protagonista la possibilità di ruolo ma solo in quanto funzionale all’industria stessa. Ed è qui, quindi, che l’intellettuale viene privato di uno status sociale (al contrario del protagonista de “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino).

Nel finale, infatti, Giovanni e Lidia si avviano silenziosi percorrendo l’immenso parco della villa quasi a chiudere il girovagare incerto durato tutta la pellicola. I due non si guardano quasi mai, il regista li inquadra spesso di fronte, con un primo piano che comprende entrambi. “Non ti ho dato niente. È strano come soltanto oggi mi rendo conto di quanto ciò che si dà agli altri finisca con il giovare a se stessi”, ammette Giovanni. La conclusione sarà di quelle agrodolci e che non lasciano scampo. I due si abbandoreanno alla scelta più semplice, mettendo a tacere un'evidente crisi più che confessare una vicendevole debolezza.

Marito e moglie, come gli altri, emergeranno così in quanto "non protagonisti": sfuggono (d)alla propria coscienza ed il contatto con le altre persone non attenua la loro sardonica amarezza, il cinismo, la barriera che ergono tra loro ed il mondo. Tutti i personaggi del film appaiono immersi, quindi, in una sorta di silenzioso dialogo con se stessi che impedisce loro di interagire effettivamente con gli altri e di aver bisogno degli altri.

Prima di Paolo Sorrentino, Matteo Garrone e persino Nanni Moretti c'è lui, è proprio vero, il Maestro.

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