Alessandra di Canossa
Doppio (s)malto
27 Ottobre Ott 2015 2006 27 ottobre 2015

Renzi tassa i castelli e le ville, pensando di vivere a Disney World

40668 Matteo Renzi
Matteo Renzi pensa di vivere a Disney World

Ah, che belli, i castelli delle favole… Sono belli, grandi, con alte torri dove rinchiudere i cattivi, stuoli di servitù che puliscono le argenterie, tende e arredi opulenti. C’è anche il principe azzurro che aspetta la fanciulla sul cavallo bianco pronto per fare una cavalcata per le sterminate campagne al grido: tutto questo un giorno sarà tuo!

Ve li immaginate così i castelli vero? SBAGLIATO!

Chi crede che la maggior parte dei castelli e le ville che vede in giro per l’Italia funzionino davvero così, è un parente stretto dei fratelli Grimm. Cioè molto vicino al mondo delle fiabe.

Vi racconto una storia:

In Italia, su 62.500.000 abitazioni, esistono 30.000 immobili storici vincolati: per capirsi, stiamo parlando proprio di quei bei castelli e di quelle belle ville che nell’immaginario di tutti sono abitati da Aurora e dal principe Azzurro.

Il principe Azzurro riceve dai suoi genitori il castello in eredità. Azzurro sposa Aurora, va a vivere nel castello, e si accorge che il suddetto castello è in realtà un colabrodo: crepe dappertutto, finestre rotte, riscaldamento inesistente, elettricità chissà dov’è, manco lo straccio di un’aria condizionata o di una piscina dove riposare dopo il lungo lavoro. Che brutta sorpresa!

Al governo del regno c’è Don Renzi, noto rottamatore della vetusta e antiquata monarchia assoluta. Al grido del governatore “la cultura salverà l’Italia”, il principe azzurro si fida di lui, lo aiuta, lo vota, lo sostiene. Il governatore promette al principe: “Vedrai: toglieremo le tasse sulle case per tutti, ti aiuteremo a rimettere in piedi quelle quattro mura che ti sei ritrovato in eredità. Vedrai: sono pronti pronti 100 milioni a fondo perduto per aiutarti: basterà solo che tu apra il castello ai sudditi ogni tanto… niente di faticoso.”
Il principe gli crede, rimette in moto la piccola economia intorno al castello, quello che viene volgarmente chiamato “indotto”, fa tutti i lavori necessari, apre al pubblico la tenuta, e in più lotta con tutte le Sovrintendenze di questo mondo e quell’altro perché non gli fanno fare niente: tutto il castello è vincolato (in parole povere è bloccato). “Sa – gli dicono dal governatore – lei ha un bene importante, di altissimo valore storico-culturale, non può cambiare nulla né fuori né dentro”.

Sicuro di fare il bene per sé, per la storia che rappresenta, per i suoi avi, ma soprattutto per le generazioni future, Azzurro obbedisce, si adegua, fa tutto ciò che c’è da fare, paga tutto e poi aspetta quel contributo di 100 milioni che il governatore Renzi aveva promesso. Speranza vana: il regno blocca i fondi e il principe rimane fregato!

Oltre a ciò, il governatore decide che il bel castello dove vive il principe non rappresenta più la cultura come bene di tutti, la spina dorsale della nazione in quanto bene storico e artistico, non va più protetto, ma viene accatastato e messo allo stesso livello di una villa privata con piscina riscaldata e sauna a Courmayeur, con annesse e connesse tasse da pagare. E il principe rimane fregato di nuovo!

Così facendo, infatti, il governatore incorre in uno sbaglio grossolano: confondere ciò che ha valore storico-culturale con ciò che ha un valore economico.

La morale della favola? Azzurro ha lavorato, ha mantenuto, ha ridato vita alla cultura dell’intero paese, ma non ce l’ha fatta… il governatore l’ha torchiato di troppi obblighi e troppe tasse. Un giorno ha suonato alla sua porta un certo Monsieur Monacò, giovane rampante amministratore di una società finanziaria con sede in un piccolo paese al confine del regno. Nessuno sapeva bene come questo Mr. Monacò avesse creato la sua ricchezza, ma fu l’unico a presentarsi alla (s)vendita del castello cui Azzurro fu obbligato.

Questa è la realtà, il castello di Cenerentola esiste solo a Disney World, e la lettera qui in calce dell’Associazione Ville Venete è l’ennesima alzata di scudi rivolta a un Governo sordo e iniquo, consci che sicuramente la cultura non salverà l’Italia come dice Renzi, se l’Italia non salverà la cultura a sua volta!

Di seguito la lettera aperta inviata dall'Associazione Ville Venete al Presidente del Consiglio On. Matteo Renzi:

Caro Presidente Renzi,

le anticipazioni sulla “Legge di stabilità 2016” hanno suscitato una vera alzata di scudi in merito al riconoscimento delle esenzioni Imu e Tasi per la “prima casa” anche a palazzi, castelli e ville vincolate. Per mantenre obiettività di giudizio, urge liberare il campo da equivoci.

Il primo equivoco è confondere i castelli e le ville vincolate con gli immobili di lusso. Castelli e ville sono vincolati perché di interesse collettivo, un immobile di lusso interessa solo il suo proprietario. Castelli e ville vincolati rivestono un valore storico-culturale, il lusso ha principalmente valore economico. Corre una bella differenza tra una villa moderna all’Argentario o in Costa Smeralda e una dimora vincolata del 1500 isolata nella campagna toscana o marchigiana; così pure un grattacielo in classe energetica AAA a Milano non è un palazzo storico del 1300. E via esemplificando.

Eppure moderno e antico, cultura ed economia sono indifferenti per il Catasto: una Villa Veneta (patrimonio Unesco dell’umanità perché progettata da Palladio o affrescata dai Tiepolo) viene accatastata come A8, come una villa privata con piscina riscaldata e sauna a Courmayeur.

Per tutelare e valorizzare il patrimonio storico e artistico è dunque prioritario distinguere tali beni fin dall’accatastamento. Né ha senso equiparare gli immobili vincolati alle prime case. Gli immobili vincolati devono avere un regime speciale in ragione del loro interesse culturale, a prescindere dalla loro destinazione a dimora, per il turismo, a museo o come sede aziendale.

Da qui nasce la proposta, recepita dal MIBACT (Franceschini, Beni Culturali), di creare un gruppo catastale ad hoc per gli immobili vincolati. Il che avverrebbe a costo “zero”: basterebbe anteporre il prefisso “V” (come “vincolato”) alla loro attuale classificazione. Le dimore vincolate, classificate oggi in modo indistinto dalle case di lusso nelle categorie A1, A8, A9 saranno identificate nel Gruppo “V” come VA1, VA8, VA9. Il censimento catastale è la base per una politica sistematica degli immobili storici, che contemperi la tutela di questi beni, la loro valorizzazione economica e la loro tassazione.

Altro equivoco è che siano degni di tutela solo i beni storici in proprietà pubblica e non anche quelli in proprietà privata. L’Artbonus prevede la detrazione dalle imposte per i privati che diano erogazioni liberali a sostegno del patrimonio culturale pubblico. Viceversa, lo Stato ha “bloccato” il finanziamento di 100 milioni di euro spettante ai privati che hanno restaurato i propri immobili storici aperti alle visite. I proprietari si sono indebitati credendo nell’impegno dello Stato di rifondere una percentuale dei costi, mentre invece li abbandona e anzi li tartassa con imposte incostituzionali (per violazione degli artt. 9 e 3 Cost.). Il vincolo di interesse culturale, che prescinde dalla proprietà privata o pubblica, non è quindi uguale per tutti.

D'altra parte, per gli immobili vincolati non si chiedono “agevolazioni”, ma misure “compensative”. L’art. 9 Cost. tutela il patrimonio storico artistico della nazione. Poiché tuttavia nessuna spesa pubblica potrebbe sostenere un patrimonio così diffuso, lo Stato italiano delega i privati possessori a tutelare quei beni per suo conto. Questa delega dal Pubblico al privato è formalizzata nel “vincolo” disciplinato dal Codice dei Beni Culturali. In forza del vincolo, il privato è obbligato a conservare il bene per conto dello Stato, ma a proprie spese e sotto la propria responsabilità penale. “In cambio” di tali oneri, lo Stato riserva ai beni vincolati un trattamento impositivo meno gravoso. In ciò è l’aspetto compensativo. Questo avviene in minima parte, né il 50 per cento dell'IMU, “concesso” trasversalmente agli immobili privati vincolati, può essere considerato in alcun modo equo e utile allo Stato per tutelare gli immobili di pregio.

Va anche rilevato che tutte le politiche legate agli incentivi fiscali mirano a promuovere settori che sono strategici per l'economia. Ebbene, le ville, i castelli e i palazzi storici italiani sono una risorsa economica rilevante per il territorio. Il bene deve autofinanziarsi, “lavorando” con visite, eventi e turismo, attività immobiliare o impresa agro-alimentare, industriale e di servizi. E un immobile storico “aperto” fa lavorare un’intera comunità: sostiene ristoranti, alberghi e negozi, impegna imprese edili, restauratori, botanici,

giardinieri. Questo vale soprattutto per i castelli e le ville di campagna, che costituiscono un riferimento per zone altrimenti isolate. La tassazione indiscriminata sta asfissiando questa economica locale e nuoce al bene in sé, ma anche alle famiglie di operai, artigiani, professionisti, imprenditori che lavorano in e per gli immobili storici. Affinché castelli e ville servano davvero alle comunità locali non si chiedono contributi che lo Stato non riesce a dare, ma che le imposte patrimoniali non infieriscano e che i costi di manutenzione (regolarmente autorizzati) siano deducibili.

Patrimonio storico e reddito personale sono entità distinte. Si tassi dunque il proprietario per la sua capacità contributiva personale, ma non si tassi il valore patrimoniale dell’immobile storico. Significherebbe tassare in capo a una sola persona il valore delle cultura, che è di tutti. È fuorviante trattare un palazzo che è in piedi da cinquecento anni, in rapporto alle condizioni economiche di chi si trova a possederlo per qualche anno. Non solo. La deduzione fiscale del 100% dei costi certificati di manutenzione ordinaria e straordinaria degli immobili vincolati, come accade in Francia, consentirebbe ai proprietari di investire risorse che alimenterebbero il turismo, le imprese di restauro e il settore agro-alimentare. E l’indotto ripagherebbe l’Erario con gli interessi. La valorizzazione turistica di ville, castelli e palazzi statisticamente si basa su di un rapporto uno a quattro: 1 euro che entra in una villa che fa attività turistica corrisponde a 4 euro che incassa il territorio con l'indotto. I soli Castelli della Loira producono entrate annue imponibili per un miliardo di euro con 7,5 milioni di visitatori. Nel nostro Paese fiorirebbe un turismo culturale tale da porsi tra le prime voci del PIL nazionale, con un enorme incremento della manodopera giovanile.

Gli immobili storici vincolati si calcola siano circa 30.000, mentre le abitazioni in Italia sono 62,5 milioni (il Sole 24 ore). Le dimore storiche vincolate rappresentano dunque una percentuale marginale del patrimonio immobiliare del Paese; ma rappresentano l’identità culturale del Paese, un bene immateriale enorme non prezzabile e non replicabile. Ebbene, queste case antiche, nella stragrande maggioranza, hanno oggi un valore commerciale risibile.

Sono perlopiù lontane dai centri, hanno enormi costi di gestione e manutenzione - riscaldamento, parchi, murature, oscuri, tetti, etc.; sono difficilmente affittabili in quanto scomode e troppo grandi; causa il vincolo monumentale, non sono trasformabili e non sono adattabili nemmeno per le fonti rinnovabili di energia; sono gravate da tasse nazionali e locali esagerate perché rapportate alle dimensioni e non al reale utilizzo. Queste case sono elefanti bianchi, immobili senza mercato. Un Castello sulle colline padovane, ex reggia asburgica, con affreschi di incredibile valore culturale, circondato da 26 ettari di querce e castagni secolari, ha visto andare deserte sette aste. Molti lo visitano, nessuno lo vuole.

Se il regime di vincolo imposto dallo Stato ai Beni Culturali non potrà essere onorato dai detentori di ville e castelli questi verranno abbandonati e periranno. E il Paese avrà perduto per sempre una risorsa unica e straordinaria.

Caro Presidente, non le chiediamo di cambiare idea; al contrario, le chiediamo di mantenere ferme le Sue convinzioni. Il 31 luglio 2015, alla conferenza internazionale sulla cultura presso Expo, Lei stesso ha dichiarato che “il primo valore non è il business ma la cultura”. La cultura “è certamente un fattore di sviluppo economico”, ma soprattutto è “la carta d'identità di un Paese”. Ha parlato del piano italiano che “nei prossimi anni permetterà di combattere la disoccupazione giovanile”, con nuovi impieghi nella cultura. Anche castelli e ville, se resteranno “in piedi” e aperti al pubblico, possono dare lavoro ai giovani. Sono Sue parole: “La cultura salverà l’Italia”. Ma l’Italia salvi la cultura, tramite una tassazione equa.

Alberto Passi

Presidente Associazione Ville Venete

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