Giulia Valsecchi
Cineteatrora
29 Ottobre Ott 2015 1049 29 ottobre 2015

L'equilibrio tutto umano dell'assurdo

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Lo stupore che si scompone e ricompone come un sistema di pensiero, che filtra dal passo greve della pietra sollevata come osservazione del mondo nel suo grembo ritorto. Al primo impatto, come per ogni esordio illuminante negli occhi dello spettatore, il lavoro di Dimitris Papaioannou – coreografo greco formatosi all’Accademia d’Atene, poi fondatore del gruppo Edafos Dance Theatre, fino all’acclamata direzione della cerimonia d’apertura e chiusura delle Olimpiadi d’Atene nel 2004 – incide sequenze di corpi che si intersecano l’uno nell’altro, passano attraverso volumi scolpiti o modellati in una scena dove l’essenziale è narrare il mito come archetipo onnipresente.

Con Still life, la tavola cromatica in cui ogni danzatore prende parte a una misura di chiaroscuri e silenzi interrotti dallo sgretolarsi delle superfici, Papaioannou non affronta soltanto la permanenza dolente, materica e simbolica del mito di Sisifo – condannato a spingere dalle pendici alla cima di un monte un masso che, una volta raggiunto il vertice, gli crolla inesorabilmente addosso – ma ne rammenta l’oppressione fisica e dello spirito, pur nella levità talvolta grottesca dell’atto umano, vittima di una fatica imprevedibile di equilibri che il Novecento, con Albert Camus, ha raccolto nell’assurdo che torna su stesso senza meta.

L’atto primo – preceduto da un prologo di sguardi puntati da Papaioannou, già seduto in proscenio a rigirare tra le mani un sasso – mostra la pittura più lineare e insieme complessa nell’esecuzione coreografica dell’uno, che trascina dal fondo un volume squadrato prossimo a frantumarsi a ogni passo, e con una fessura triplice al centro da cui altri danzatori interverranno a chiamare e intrecciare i corpi l’uno nell’altro. Nella partitura degli arti che si invertono di posto e funzione per smanie d’entrata e uscita dal ventre di pietra che invoca la terra e il suo alito vitale, quasi a voler richiamare il disegno arcaico dei semidei, si introduce uno snodo di nature che muoiono e rivivono nel chiarore delle polveri soffiate e sospese in un altro grembo di pellicola trasparente calata dall’alto.

Fanno eccezione nei chiaroscuri le femminilità rosate di due danzatrici, icone da ritratto ellenico di possibili ermafroditi senza connotazioni morbose, sul filo elevato della tradizione e insieme di strumenti amorosi soltanto suggeriti, perché subito purificati dal lirismo statuario delle posture dietro pannelli mossi per creare vento, che suggella la sequenza di uomini e donne accomunati dalla medesima fatalità del dannarsi a ripetizione.

Sisifo è pertanto il corpo che si riveste con altri abiti e dà il cambio a un altro nel reggere la pena fino a che ogni episodio di pietra, equilibrio, risalita e spalle nere segnate da ali di polvere bianca coinvolge l’intero gruppo emblema in un crescendo, dove la pulizia dell’atto che vede trasportare e cascare dall’uno per tutti una pietra dopo l’altra preserva e rievoca l’esattezza del filo tagliato dalle Parche, ma anche lo stupore del vuoto e l’urlo del corpo per arginare il vano.

Papaioannou, che già con Primal Matter ha inscritto nel corpo una poetica visuale e scenica di misure dell’umana assurdità e del mito che la governa, partecipa da indagatore e attore a sua volta a una trama tragica, dove ogni evento scultoreo e millimetrico di eccezionale e immediata fruibilità, mostra la civiltà intatta delle proprie radici e al contempo la innesta nel contemporaneo distopico in cui tutto esplode. Là ci si trova a distruggere, trovare un altro crinale nel caos, dopo aver infranto l’ordine del mondo e della sua natura morta – un’azione che i danzatori compiono rimuovendo lo scotch dai margini e dall’interno della scena – fino a che non resta che banchettare come gli dei, ma non prima di aver retto sul proprio capo e a turni il peso della tavola imbandita.

Ecco perché, nel ricordo recente di un’esposizione di Tacita Dean dal titolo omonimo, quel passo coreutico del mescolarsi, cadere, rialzarsi, aprirsi ai venti, tendere una mano, sollevare il braccio dell’epos, attraversa i ricorsi del destino con composizioni affidate alla temporalità sfuggente e reiterata. Il principio epico, già anti-eroico e teatrale, del replicare come memoria del conflitto nell’archetipo umano che invischia i propri simili pare infine tradurre l’idea del giogo senza fine nella dimensione dell’aria e della polvere che l’attrezzo meramente terreno di una pala – la stessa che, più piccola, poco prima serve a muovere i passi, tanto quanto la scala magrittiana usata come stampella – spinge verso l’alto, snudando il cerchio di una luna mai abbastanza vicina e visibile.

Così, nell’offuscamento del respiro che prova a liberarsi di punte e rovine di massi, c’è anche la sottile e inconfondibile presenza di immagini nitide assorbita da Papaioannou nello scambio passato con Bob Wilson. Vi si ritrova la medesima coerenza estetica, che parte dal masso, allegoria dell’umano vinto, e vi ritorna, pur se fortificata e forse superata da quel portato immenso di grecità che, se vivificato da più struggenti e meno algidi accenni di drammaturgie nel lungo silenzio – rotto solo dai microfoni avvicinati al rumore della scena sfilacciata – raggiungerebbe sì la perfezione.

CRT Milano – 28-29 ottobre 2015

STILL LIFE

di Dimitris Papaioannou

con Prokopis Agathokleous, Drossos Skotis, Costas Chrysafidis, Christos Strinopoulos, Kalliopi Simou, Pavlina Andriopoulou & Dimitris Papaioannou

ideazione, regia, costumi, disegno luci Dimitris Papaioannou

suono Giwrgos Poulios

disegno scene Dimitris Theodoropoulos & Sofia Dona

adattamento scene per le tournée Thanassis Demiris

ideazione sculture e scene Nectarios Dionysatos

disegno costumi in collaborazione con Vassilia Rozana

produzione e assistente direzione Tina Papanikolaou

assistente direzione e direzione prove Pavlina Andriopoulou

tour manager Julian Mommert

direzione tecnica e production manager Georgios Bambanaras

direzione luci Menelaos Orfanos

design suono Konstantinos Michopoulos

direzione palcoscenico Dinos Nikolaou

assistente scene Marina Leventaki

assistente sculture Ioanna Plessa

assistente programmazione luci Evina Vassilopoulou

assistente suono Nikos Kolias

tecnici di palcoscenico Gerasimos Soulis & Manos Vitsaxakis

creazione e produzione Onassis Cultural Centre—Athens

produzione tournée 2WORKS

con il sostegno di Onassis Cultural Centre—Athens

e l’assistenza di Elisabetta di Mambro di Change Performing Arts

https://vimeo.com/141038460

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