Francesco Carini
Homo sum
2 Novembre Nov 2015 0146 02 novembre 2015

Classe anni '80: "sicitaliani" illusi e abbandonati

Greek Tragedy

di Francesco Carini

L'Italia senza la Sicilia non lascia nello spirito immagine alcuna. É in Sicilia che si trova la chiave del tutto. (Johann Wolfgang von Goethe)

Era l’inizio del 2000 quando si pensava ad un futuro globalizzato in cui tutto avrebbe funzionato alla perfezione. Seppur con il timore che le minoranze potessero essere schiacciate da un assetto geopolitico in cui le potenze avrebbero fatto il bello e il cattivo tempo, la certezza che ogni posto sarebbe stato raggiunto, permettendo la guarigione delle piaghe locali, era più di una speranza.

Arrivò l’11 settembre 2001 e fu allora che il mondo scoprì che non tutto era semplice e soprattutto che globalizzazione non significava dominio degli Stati Uniti d’America sul mondo intero. Con un atroce attentato in cui morirono migliaia di innocenti, si comprese comunque che l’Occidente non avrebbe comandato sull’intero globo e che l’esportazione della democrazia era un tentativo tanto irrazionale quanto anti-democratico. In tutto questo, l’Unione Europea cominciò a prendere sempre più coscienza della sua importanza e l’entrata dell’Euro sul mercato apparve come un Deus ex Machina in grado di riunire sotto il profilo economico nazioni che fino a 60 anni prima erano divise in schieramenti che si combattevano fra di loro e che finalmente potevano svilupparsi attraverso i fondi comunitari, senza dover più determinare la diaspora per le regioni o gli stati più ricchi.

Sono passati tredici anni da allora e l’Unione Europea si trova davanti ad una crisi senza precedenti, con una spaccatura netta fra paesi del Mediterraneo e della Mitteleuropa e con una perdita di valori dovuti ad una crisi di coscienza da parte della generazione che si è trovata a cavalcare quell’ondata di entusiasmo fra i 17 e i 22 anni, e che adesso, a cavallo dei 30/35 anni, si è scoperta come un popolo tradito e defraudato non più solo da sogni, bensì dalle certezze di una vita normale.

L’Italia è uno dei paesi che più si trova in tale situazione, anche se le regioni del Sud, in particolare la Sicilia, soffrono ancora di più. Notoriamente nei decenni passati, al termine della laurea, i giovani isolani facevano le valigie e partivano per il Nord ad insegnare ciò che avevano imparato nelle università, con l’aspirazione di tornare presto ad occupare una cattedra nella regione natia.

Con la speranza in Madre Europa, si credeva invece che fosse più facile entrare a lavorare stabilmente nella propria terra o al massimo emigrare per andare ad occupare posizioni apicali all’interno delle istituzioni di Bruxelles. Purtroppo è stata soltanto una bella illusione, una bolla di sapone svanita con gli ultimi governi e la recente riforma della scuola, ma anticipata negli anni precedenti da una politica clientelare che ha distrutto le certezze in un sistema meritocratico, di cui si vagheggiava ai tempi della scuola dell’obbligo.

Per i laureati che volevano lavorare, svolgendo qualche professione in grado di soddisfarli minimamente dopo gli anni passati sui libri, l’unica soluzione possibile erano i corsi di formazione finanziati dal Fondo Sociale Europeo, fosse nell’insegnamento o nell’ambito amministrativo. La frenesia portava i genitori dei neo dottori a consegnare brevi manu i CV alle segreterie di questi corsi, con la speranza che la meglio gioventù potesse iniziare la propria carriera all’interno di quelle che erano viste alla stregua dello starting point di un futuro vero, ormai lontano dalle partenze con le valigie di cartone per le città del Nord o la Germania.

Partono i primi corsi e si nota soventemente che come tutor ci sono persone non laureate e come docenti, gente che a volte non aveva un CV migliore degli esclusi… Parte la seconda tornata e ci sono non di rado le stesse facce oppure amici di coloro i quali avevano occupato i medesimi posti. Negli anni si succedono i vari corsi, ma il risultato è simile ad una situazione legata ad un sistema di conoscenza, con assunzioni retribuite con denaro pubblico, che partivano spesso dopo alcune elezioni, fossero amministrative, regionali o politiche. Negli anni (senza naturalmente generalizzare) si è assistito ad una gestione clientelare in cui parenti, futuri generi o amici venivano infilati in tali enti a lavorare; mentre i figli di persone che non hanno mai voluto intessere rapporti personali a livello politico, o vedevano nella stessa politica uno strumento serio di sviluppo generale, sono dovuti andare via o essere relegati ai margini, magari criticati da coloro i quali usufruivano del malsano e putrido meccanismo senza aver svolto alcuna selezione o dagli stessi carnefici di un sistema che spesso (non sempre) non ha premiato il merito, bensì la conoscenza.

La Meglio Gioventù è stata piegata ad una situazione prettamente siciliana in cui i detti: “Menu sai, megghiu è”, “Caliti iuncu ca passi a china” o “Cu è riccu di amici, è povero di guai” erano diventati i must. Coloro i quali avevano studiato e si erano laureati in tempi decenti o addirittura erano tornati in Trinacria per cambiare la situazione ed applicare ciò che avevano imparato fuori, sono stati costretti a: scendere a compromessi per reali condizioni di sussistenza, spinti ad un ruolo sociale sempre più periferico in puro stile mobbing o mossi nuovamente a riprendere le stesse valigie.

Gli autori di questo scempio sono colpevoli non soltanto di aver utilizzato denaro pubblico per scopi personali e per pagare la propria cerchia, bensì di omicidio. Sì, di omicidio! Omicidio per aver ucciso i sogni di migliaia di giovani che questa terra ce l’hanno tatuata addosso e che credevano nella premiazione dei loro sforzi. Invece no! Sono stati costretti ad un “esilio” forzato o a doversi rimangiare le dolci parole e le splendide idee di amore per quella che Paolo Borsellino aveva definito: «La nostra terra bellissima e disgraziata».

Burt Lancaster, interpretando ne Il Gattopardo lo splendido ruolo del Principe Don Fabrizio di Salina, disse al piemontese Chevalier: «Il sonno caro Chevalier, un lungo sonno… Questo è ciò che i siciliani vogliono ed essi odieranno sempre tutti coloro che vorranno svegliarli, sia pur per portar loro i più meravigliosi doni. E detto tra noi, io dubito sinceramente che il Nuovo Regno abbia molti regali per noi nel suo bagaglio. Da noi, ogni manifestazione, anche la più violenta, è un’aspirazione all’oblio. La nostra sensualità è desiderio d’oblio. Le schioppettate e le coltellate: desiderio di morte. La nostra pigrizia, la voluttuosità dei nostri sorbetti: desiderio di immobilità, cioè, ancora di morte».

E quando il piemontese replicò dicendo di conoscere siciliani più che operosi nella sua Torino, il nobile rispose: «Non nego che alcuni siciliani trasportati fuori dall’isola riescano a svegliarsi, ma devono partire molto giovani, a vent’anni già è troppo tardi, la crosta si è già formata».

Vedendo come si è ridotta una delle più importanti culle della civiltà mondiale, non si può dare torto allo splendido personaggio sopracitato. Il suo tentativo di spingere i giovani migliori a fuggire da questa terra non è comunque solo un suo consiglio. Un altro personaggio simile, ma stavolta non nobile, è l’Alfredo diNuovo Cinema Paradiso di Tornatore. L’uomo, divenuto cieco, in modo molto duro disse al giovane Totò in partenza per Roma: «Non tornare più. Non ci pensare mai a noi, non ti voltare, non scrivere, non ti fare fottere dalla nostalgia, dimenticaci tutti. Se non resisti e torni indietro, non venirmi a trovare. Non ti faccio entrare a casa mia. U capisti? [...] Qualunque cosa fai, amala, come amavi la cabina del Paradiso quann’eri picciriddu».

É come se ci fosse un leitmotiv continuo che spinge i giovani nati senza appoggi importanti a fuggire da una terra che, nel caso in cui non si scenda a compromessi, rischia di stritolare qualsiasi aspirazione personale o velleità di miglioramento generale. A tal punto, si può proprio considerare che un tumore in metastasi divori le parti sane e vivaci di un tessuto, lasciando vivere, anche se male, chi non ha mai avuto speranze o cinicamente le ha perse o nascoste molto bene.

L’esilio forzato è tipico delle dittature o degli stati occupati. Ma, sulla carta, i giovani siciliani non si trovano in alcuno dei due casi, a meno che non si vogliano considerare tali il maledetto stato mentale che ha portato a considerare normale una situazione che non lo è ed ha condotto ad un cannibalismo nei confronti di chi vorrebbe aiutare ed ha i mezzi intellettuali per permettere una nuova crescita a partire dall’abbattimento dei valori marci su cui si è basata la politica economica e sociale della nostra terra.

Un siciliano vero ha diritto a vivere nel posto in cui è nato, se lo vuole, perché soffrirà per sempre di quel sentimento tipico nostalgico dei popoli latini chiamato in portoghese saudade. È un delitto dover scappare senza poter più tornare, perché privilegi privi di alcuna logica devono rendere immobile l’uplevelling sociale di ragazzi che aspirano a migliorare la disperata situazione della propria terra. É immorale ed incomprensibile, a prescindere dai casi e dai settori locali, come lo è il serpeggiare di questa situazione nelle viscere dell’intero Stivale, tant'è che si potrebbe parlare di caso "sicitaliano".

Continuando di questo passo e favorendo la diaspora delle migliori menti, si correrà il rischio di diventare una “discarica a cielo aperto” di idee malsane e mediocrità, dove troveranno spazio solo manovalanza e giovani-vecchi, cioè le braccia di coloro i quali hanno determinato il decadere di uno fra i più bei posti del mondo, favorito da clima e posizione, ma distrutto dalla mentalità e da status quo che non hanno diritto a sussistere.

Io credo che in Sicilia siano un pochino esasperati quelli che sono i caratteri degli italiani in generale. Io oserei dire che la Sicilia è Italia due volte insomma, e tutti gli italiani sono siciliani e i siciliani lo sono di più, semplicemente. La Sicilia, non so, mi attrae per molte ragioni, forse perché è una terra veramente tragica e anche comica, ma soprattutto tragica […]. (Pietro Germi).

(Fonte: Francesco Carini, Nuovosoldo).

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