Loris Guzzetti
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2 Novembre Nov 2015 1017 02 novembre 2015

La brutta caduta di Marino

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Prima, quando la politica era una cosa seria, il governante veniva eletto dal popolo, per il popolo. Prima, quando la volontà popolare si esprimeva in modo trasparente, chiunque occupava incarichi di governo svolgeva la propria attività attraverso una legittimata rappresentanza politica. Prima, quando il rispetto per le Istituzioni e per le procedure democratiche erano considerate quasi come un dogma, la sfiducia e quindi la fine di un ruolo amministrativo era sancita nei luoghi opportuni, dotati di una autorità elettoralmente riconosciuta. Ma questo accadeva prima, appunto.

Le modalità che hanno accompagnato, nei giorni scorsi, le dimissioni di Ignazio Marino dalla carica di Primo cittadino della Capitale, hanno infatti preso una direzione completamente opposta, decisamente lontana dai principi di responsabilità, trasparenza e correttezza che dovrebbero essere alla base di un sistema democratico. Dopo una riunione durata circa sette ore, non in Consiglio comunale, bensì nella semplice sede di partito, in Via Nazareno - luogo non propriamente dotato di quella legittimità popolare di cui sopra - i consiglieri comunali del Partito Democratico hanno deciso di togliere, di fatto, la propria fiducia al Sindaco Marino, rassegnando in via definitiva le proprie dimissioni e contribuendo direttamente alla caduta dell’intera giunta romana.

Senza volere entrare nel merito della bontà (reale o presunta) della loro scelta, ci si può interrogare circa l’opportunità politica di procedere attraverso una decisione presa, si fa per dire, “a tavolino” nella segreteria di partito (non molto diverso da un tavolino da bar), anziché nella prestigiosa sede istituzionale del Consiglio comunale. Assumendo come certa l’idea che fare politica inevitabilmente comporta interfacciarsi con la volontà del demos, cioè del popolo, sarebbe stato più corretto che una simile decisione fosse espressa personalmente, ufficialmente e soprattutto in maniera trasparente nell’istituzione che più di ogni altra corrispondeva ad una simile finalità.

È nel Consiglio comunale, infatti, che ha sede la rappresentanza politica legittimata direttamente dal corpo elettorale. È qui che vige in piena regola il principio della responsabilità politica, oltre che delle trasparenza ed onestà nei confronti degli elettori. È qui, insomma, che risiede l’anima della democrazia.
Le procedure tecniche seguite dai consiglieri romani saranno anche giuste e accettabili dal punto di vista regolamentare, ma occorre chiedersi se questo brutto modus operandi fosse davvero necessario. Anche perché, in certi casi, sarebbe meglio che la politica andasse oltre il cavillo tecnico e che i governanti facciano valere la propria legittimità, o più semplicemente, la loro riconoscenza verso quelli che hanno affidato loro un mandato preciso, di cui non sono padroni tout court, bensì titolari provvisori.

Prima, le decisioni importanti, cioè quelle chiamanti in causa il bene dell’intera comunità, si discutevano e prendevano nell’Agorà, in pubblica piazza. Ora, invece, attorno a un tavolo di partito, con chi sa chi e con chi sa quali argomentazioni.

Beh ma prima c’era proprio tutt’altra Politica.

Loris Guzzetti

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