Antonio Murzio
Cronache murziane
7 Novembre Nov 2015 1242 07 novembre 2015

Giovanna, il fiore dell'impegno dal letame del femminicidio

Giovanna Ferrari

Giovanna non aveva mai pensato di scrivere un libro. A lei, i libri, piaceva leggerli. Come aveva fatto per tanti anni con i suoi bambini, quelli delle scuole elementari dove era stata maestra. Arrivata alla pensione, pensava di continuare a fare la stessa cosa con i nipotini.

Ma il 12 febbraio 2009 successe qualcosa che le avrebbe cambiato la vita per sempre: il corpo di sua figlia Giulia Galiotto, scomparsa la sera prima, fu ritrovato senza vita. Giovanna non credette per un solo attimo al suicidio. E infatti alle 20 di quel 12 febbraio, un giovedì, Marco Manzini, marito di Giulia, confessò: era stato lui a uccidere la moglie. Erano cresciuti insieme, Giulia e Marco. Avevano frequentato la stessa comitiva da ragazzi, a vederli erano la classica coppia perfetta: entrambi con un lavoro, una bella casa in un piccolo centro del Modenese, Pineto. Solo i figli non arrivavano, ma erano entrambi giovani abbastanza da poter ancora aspettare l'arrivo del primo bebè.

Giovanna Ferrari avrebbe avuto tutto il diritto di piangere il suo dolore - quello più grande che un genitore può provare, sopravvivere a un figlio – in privato. Non aveva mai scritto un libro, Giovanna. Tre anni dopo decise di farlo. Per raccontare la storia di sua figlia. Lo intitolò “Per non dargliela vinta”. Non solo al carnefice di sua figlia ma a tutti quelli che si macchiano di uno dei delitti più turpi: dare la morte a una persona che fino a quando non diventa vittima della tua furia omicida, ha sempre pensato che fossi proprio tu quello che avrebbe dovuto proteggerla.

Da allora Giovanna gira l'Italia in lungo e in largo per parlare della sua storia. Presentare il libro è solo una occasione per affrontare la piaga del femminicidio, del quale, dice, “sarebbe opportuno parlare non solo in occasione del 25 novembre, ma tutto l'anno”.

Nonostante parli di sua figlia, riesce a ricostruire i fatti quasi con piglio da cronista. E' il suo modo di elaborare il lutto e l'aiuta a convivere col dolore. Perché le modalità dell'omicidio di Giulia Galiotto sono a dir poco raccapriccianti.

Erano 16 di giovedì 12 febbraio 2009 quando i carabinieri rintracciarono Marco Manzini al pronto soccorso dell’ospedale di Sassuolo, dove era andato a farsi medicare al braccio sinistro che lui stesso si era fratturato nella colluttazione con la moglie. Solo quattro ore dopo, intorno alle 20, l’uomo crollò: “Ieri sera c’è stata una discussione tra me e mia moglie, abbiamo cominciato a litigare furiosamente. In un attacco d’ira ho raccolto un grosso sasso e ho colpito violentemente Giulia alla testa. Lei è caduta a terra, io ho continuato a colpirla fino a quando non ha smesso di respirare”.

Infilato il corpo della moglie in un sacco dell’immondizia, Manzini lo carica nel bagagliaio della Seat Ibiza della donna. Prima di salire in auto si cambia gli abiti insanguinati e pulisce il pavimento del garage. Poi si libera del cadavere di Giulia gettandolo nel fiume Secchia, da un manufatto in cemento alto una decina di metri, in modo da far pensare a un suicidio. Lasciato cadere nel vuoto quel corpo senza vita, Marco nge nuovamente l’auto, raccoglie il masso con il quale ha colpito la moglie e lo getta nelle acque del Secchia.

“Ho fatto tutto questo in uno stato di concitazione”, sarà la sua versione per accreditare l’orrendo crimine commesso come un delitto d’impeto. Una versione smentita, però, dalla lucidità con la quale in due diversi cassonetti l’omicida si sbarazza del sacchetto con gli indumenti insanguinati e di strofinaccio e secchio con i quali ha pulito il pavimento del garage. Non solo. Poco dopo si dirige verso Sassuolo e porta a lavare l’auto di Giulia, per farla ritrovare in prossimità del luogo dove ha gettato il corpo. Lasciata l’auto, torna a piedi fino a casa dove entra scavalcando il muro sul retro per evitare di essere visto. Una volta in casa si toglie i vestiti insanguinati, li infila in un sacchetto di cellophane e li ripone nel bagagliaio della sua Punto. Inizia a costruirsi un alibi. Compone più volte il numero del telefonino di Giulia. Alle 23,10 contatta telefonicamente casa dei suoceri e dopo aver chiesto se la moglie fosse da loro, ottenuta una risposta negativa, dice: “Ho trovato sul letto un biglietto di Giulia, sono molto preoccupato”.

“Ancora oggi quell’uomo che avevamo accolto nella nostra casa come un figlio, a distanza di quattro anni dal giorno che ha ucciso la donna che lo amava, continua a sostenere che si è trattato di un raptus e non di un omicidio premeditato”, dice Giovanna.

“Giulia fu uccisa dal marito nel garage dell’abitazione dei genitori di lui. Mia figlia era laureata in psicologia ma aveva trovato un impiego in banca mentre lui, Marco lavorava come progettista di circuiti elettrici in un’azienda. Avevano cominciato a frequentarsi sin da ragazzini, poi l’amicizia si era trasformata in amore e nel 2005 si erano sposati. Giulia aveva un carattere molto solare, era una ragazza molto aperta e lui, dopo che l’ha uccisa, ha continuato a sostenere che aveva il sospetto che lo tradisse. Niente di più falso. A tradirla invece era lui. Durante le indagini si scoprì faceva lui che aveva registrato sulla rubrica del suo cellulare il numero dell’amante alla voce “Volpe” e proprio a lei mandò un messaggio poco prima di essere arrestato: “Ho ucciso mia moglie, la mia vita è finita, scusami””.

“Durante il processo ha cercato in tutti i modi di far passare l’omicidio come un momento di pochi minuti in cui ha perso la ragione”, continua Giovanna, “e i periti hanno parlato di “discontrollo episodico”, una cosa che ci ha rattristato ancora più delle sue bugie”.

A testimonianza del fatto che Marco Manzini volesse la morte della moglie c’è un biglietto scritto da Giulia che l’uomo consegna subito agli inquirenti – in cui la la giovane donna minaccia il suicidio.

“Quel biglietto, però, mia figlia l’aveva scritto quattro anni prima, sei o sette mesi prima del matrimonio con Marco, quando aveva avuto qualche dubbio se sposarlo o meno”.

“Nell’ultimo periodo di vita di mia figlia il loro matrimonio vacillava per il fatto che Giulia avrebbe desiderato avere un bambino, desiderio che il marito non condivideva. Mia figlia adorava i bambini. Il suo ritratto che ho scelto per la copertina del mio libro è stato ritagliato da una fotografia in cui lui era con i due bambini dell’altra mia figlia Elena, di quattro anni più giovane di Giulia”.
Proprio la testimonianza di Elena sarà determinante per incastrare Marco Manzini a meno di quarantotto ore dall’omicidio della moglie.

“Elena aveva assistito alla telefonata ricevuta da Giulia sul cellulare. Marco le dava appuntamento nel garage di casa dei suoi genitori, che si trova in un paesino, San Michele dei Mucchietti. Le diceva di raggiungerlo senza farsi vedere perché aveva da darle una cosa. Giulia pensò che forse voleva consegnarle il regalo di Natale che quell’anno avevano deciso di comune accordo di scambiarsi in ritardo per aspettare i saldi. Invece…”.

“Durante tutte le udienze del processo Marco si comportava come se fosse lui la vittima, ha continuato a raccontare una verità tutta sua e se ne vantava. Ma non riusciva a sostenere il nostro sguardo, il mio, quello di mio marito e di mia figlia Elena. Ha sostenuto di aver agito in preda alla gelosia in un momento di follia, la solita scusa che utilizzano gli stalker e i manipolatori. Sì, perché Marco ha reso impossibile la vita a Giulia, la sua, prima dell’omicidio, è stata la forma di violenza più subdola, quella psicologica, tipica di una persona che la perizia psichiatrica ha definito “anaffettiva”, incapace cioè di provare sentimenti. Ma ancora più dolorosa è stata la violenza che Giulia ha dovuto subire da morta, durante il processo. Lui ha cercato in tutti i modi di denigrarla, di offenderne la memoria”.
“Se la violenza di Marco su Giulia fosse stata fisica, se l’avesse picchiata, sarebbe stato più semplice intervenire. Ma mia figlia lo amava e pensava che nonostante la crisi che stavano vivendo tutto si sarebbe potuto aggiustare. Lui nell’ultimo periodo la rifiutava anche sessualmente, la faceva sentire una nullità. Aveva cominciato a ignorarla non solo come donna, ma anche come persona. Giulia era rimasta a vivere con lui, solo una sera, ventiquattro giorni prima della sua morte, si era fermata a dormire da noi”.

Il libro è nato dalla rabbia e dalla disperazione: ho dovuto accettare un’atrocità commessa da un ragazzo che avevamo accolto in casa nostra come un figlio. Non vogliamo che altri genitori soffrano il dolore atroce della perdita di una figlia e che una qualsiasi donna, martoriata nel corpo, possa esserlo anche nel ritratto che di lei emerge in un’aula di tribunale”.

“I meccanismi di chi uccide la propria compagna”, conclude Giovanna, “sono sempre identici. Per questo alle donne dico che la prima cosa da evitare è presentarsi a un ultimo incontro per un chiarimento. Molto spesso, purtroppo, quell’appuntamento è con la morte”.

L'otto marzo scorso Giovanna era stata invitata a presentare il suo libro da un'associazione di Cervia, che aveva indetto un concorso, “Scrivile”. Si trattava di dedicare una poesia o prosa a una donna. “Ho scritto anche io una poesia dedicata a Giulia. In un punto ho scritto: “Continui a far sbocciare fiori belli anche dal fango che ti ha ricoperta”.

Per dirla con i versi di De André, dal letame di un femminicidio è nato il fiore dell'impegno di Giovanna.

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