Antonio Murzio
Cronache murziane
8 Novembre Nov 2015 1026 08 novembre 2015

Capitan Ciccio, il pescatore che danzò col Satiro

Satirodanzante

Se chiedevi a capitan Ciccio in che giorno le reti del suo peschereccio issarono a bordo la statua, lui ti rispondeva: “Il giorno di Lucio Dalla, il 4 marzo”. Ma nella sua canzone Dalla poteva riferire solo dicerie sul “bell’uomo che veniva dal mare”. Francesco Adragna, per tutti “Capitan Ciccio”, invece, il 4 marzo del 1998 il suo “bell’uomo”, nelle fattezze bronzee di un Satiro danzante del IV secolo a.C., se l’era trovato faccia a faccia. Un incontro che solo a distanza di sette anni, potette dirsi fortunato per l'allora cinquantenne pescatore mazarese.

Insieme agli otto uomini del suo equipaggio, finalmente capitan Ciccio stava per ricevere dalla Regione Sicilia una ricompensa. Agli autori del ritrovamento spettavano tra i quattro e i cinque milioni di euro, in base al valore attribuito da un perito alla statua, che fu ripescata a sessanta miglia al largo di Mazara in acque internazionali. Per la divisione del premio, fu deciso, i marinai avrebbero rispettato il codice del “pescato”: all’armatore del “Capitan Ciccio”, Toni Scilla, sarebbe andato il cinquanta per cento; ad Adragna, in qualità di capitano, la metà dell’altro cinquanta per cento; il resto del premio diviso tra i membri dell’equipaggio in proporzione al “grado” (nostromo, macchinista, ecc.).

Quando lo incontrai, mandato in Sicilia dal settimanale Oggi per intervistarlo sulla ricompensa, erano passati sette anni dal ritrovamento. La vita di capitan Ciccio Adragna, che solcava i mari da quando aveva quindici anni, non era cambiata. E probabilmente non lo è ancora. Non ho avuto modo di sentirlo di recente per sapere se il premio è stato mai incassato, ma la storia merita di essere raccontata, perché i musei italiani sono pieni di opere restituite dal mare e quasi mai si conosce chi sono le persone che le hanno ritrovate.

Capitan Ciccio lo intercettai che era intento a intrecciare le reti. Dopo il ritrovamento del Satiro si era messo in proprio, con un sua società e un suo peschereccio, battezzato “Prassìtele”, in onore di uno scultore greco dello stesso periodo del Satiro. Nel porto nuovo, dove il suo motopesca era attraccato, qualche vecchio collega ne pronunciava il nome sbagliando l’accento. Lui, che a scuola c’è andato solo fino alla terza media, subito lo correggeva. Se gli chiedevi, intanto, cosa avrebbe fatto con un milione e duecentocinquantamila euro– a tanto ammontava all’incirca la sua parte di ricompensa – serafico minimizzava: “Una crociera con mia moglie. Una settimana sul Mediterraneo, per festeggiare i venticinque anni di matrimonio”. Altra priorità, le figlie da sistemare. “Ho tre ragazze, di 23, 20 e 18 anni: le prima è parrucchiera, la seconda fa l’estetista, la più piccola intende continuare gli studi”, mi disse. Il suo racconto venne interrotto dalla chiamata sul cellulare proprio di una delle figlie. “Mi ha chiesto di portare per pranzo un chilo di vongole– riportò divertito dopo aver chiuso il telefono -, ma dico io: con quattro femmine in casa sempre ‘sto fesso si deve preoccupare di comprare il pesce?”

Sbagliava, però, chi pensava che il suo buonumore fosse dovuto alla notizia della maxi ricompensa. Capitan Ciccio, raccontavano a Mazara, è uno che sin da ragazzino, ai tempi in cui faceva il mozzo di bordo, è sempre stato gioviale e disponibile con tutti. E proprio a lui, che nella pacifica marineria da pesca aveva trascorso l’intera esistenza, era toccato combattere a terra una lunga battaglia legale. Lui e gli altri pescatori da una parte, la Regione Sicilia dall’altra. Per l’ente, che inizialmente negava addirittura il diritto alla ricompensa, il valore della statua si sarebbe dovuto fissare ad un miliardo e settecento milioni delle vecchie lire, molto meno dei circa dieci miliardi stimati poi. Nel corso di quegli anni non erano mancati per Adragna alcuni momenti difficili: “Sono stato anche indagato”, raccontò. “Dopo il ripescaggio del Satiro, mi si volevano attribuire intenzioni che non ho mai avuto, come quella di vendere la statua a collezionisti privati. Per fortuna– citò in dialetto un proverbio siciliano – “aria pulita non ha paura che tuoni”: così io ho sempre avuto la coscienza a posto”.

“Quando l’equipaggio imbragò nelle reti il Satiro”– capitan Ciccio riviveva con enfasi quei momenti– “io ero alla radio, a scambiare chiacchiere con il comandante di un’altra imbarcazione. Mi precipitai fuori dalla cabina, richiamato dalle grida dei miei uomini. Ricordo la statua, piena di fango, che pian piano riemergeva dalle acque. Il Satiro veniva su, sembrava mi guardasse. Un anno prima, nel 1997, avevamo recuperato solo la gamba, finalmente ritrovavamo il resto. Avvertire via radio la Capitaneria di Porto fu la prima cosa che feci”. A Mazara, in seguito, al Satiro è stato dedicato un museo. Oggi é possibile anche per i non vedenti apprezzare l’opera, grazie ad un apposito percorso dotato di pannelli in alfabeto Braille. Una copia in dimensioni reali del bronzo può essere usufruita col tatto. Una scelta molto apprezzata da Capitan Ciccio, diventato l’eroe di questa cittadina dell’estremo lembo occidentale della Sicilia. Un eroe a volte dimenticato: “Quando il Satiro fu esposto a Montecitorio, nel suo discorso inaugurale il presidente Ciampi ringraziò tutti tranne noi pescatori. Allora presi carta e penna, gli scrissi una lettera e la spedii al Quirinale. So che è arrivata a destinazione perché mi sono informato tramite le Poste. Mai ricevuto una risposta, però. Niente, nemmeno un rigo. Sono infuriato per questo: si può dire?”, mi chiese.

Ad Adragna e al suo equipaggio si deve anche il ritrovamento di un altro reperto bronzeo, una zampa d’elefante, conservata nel Museo del Satiro. Ma non era nelle intenzioni di capitan Ciccio dedicarsi a tempo pieno alla ricerca di tesori sottomarini. “I fondali del Canale di Sicilia sono un vero forziere e spesso nelle reti usate per la pesca a strascico, insieme a gamberi, seppie, triglie e merluzzi, tiriamo su pezzi di anfore”, spiegò, “e questo per noi pescatori è normale”. Poi mi sorrise e chiosò: “Ma di qui a scrivere, come qualcuno ha fatto, che sarei pronto a nuove avventure ce ne passa. E chi sono, capitan Findus?”.

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