Daniele Marini
Palomar
13 Novembre Nov 2015 0904 13 novembre 2015

Il lavoro come percorso

Il lavoro fisso

Molte delle nostre certezze sono diventate più fragili in questi periodi di profonde trasformazioni. Il lavoro è sicuramente fra quelle più intaccate. Non che sia una novità: anche in altri periodi abbiamo vissuto momenti difficili sul mercato del lavoro. Basta andare con la memoria ai periodi della disoccupazione giovanile a metà degli anni ‘80 per trovare tassi ancora più elevati di quelli attuali. Tuttavia, in precedenza derivavano da crisi connesse a fasi di sviluppo: dopo un momento di assestamento, l’economia riprendeva a crescere come prima. Cosicché la disoccupazione rientrava nei suoi parametri fisiologici. Le imprese ricominciavano ad assumere e le persone potevano trovare un posto di lavoro: fisso. E per “fisso”, cioè stabile, sicuro, non si pensava solo al pubblico impiego. Un’occupazione in una grande fabbrica, in un’azienda chimica o dell’energia, piuttosto che in una banca si poteva considerare al pari di un’assicurazione sulla vita. Era quella certezza che consentiva di fare progetti relativamente duraturi per la propria vita.

Il posto mobile

Oggi, l’isola felice del posto fisso si è erosa e vede come abitanti solo i dipendenti pubblici. Per tutto il resto, il lavoro inteso come posto fisso e stabile nel tempo è un’isola che non c’è (più). Le trasformazioni dell’economia hanno reso tutto più flessibile e volatile, spingendo le imprese a rivisitare i loro modelli organizzativi: all’insegna della adattabilità e delle nuove tecnologie per aumentare produttività e competitività. E contenendo l’occupazione. Ma non c’è solo questo. Negli ultimi due decenni si sono realizzati ripetuti interventi nella regolazione di un mercato del lavoro divenuto ingessato, a favore di una sua ineludibile maggiore duttilità. Per contro, però, l’assenza di una rivisitazione del sistema degli ammortizzatori sociali e degli interventi volti a sostenere l’occupabilità dei lavoratori, scarica su famiglie e individui l’onere di un sostegno, della ricerca del lavoro o la ricollocazione di chi viene espulso. Il fatto che solo il 4% circa dei collocamenti lavorativi transiti dagli uffici dei Centri Pubblici per l’Impiego, la dice lunga sul peso che grava sulle famiglie. L’insieme di questi aspetti rende (anche) il lavoro più incerto e spiega perché quando si palesi un concorso pubblico, il numero dei partecipanti sia di gran lunga superiore rispetto alle disponibilità. (Mentre, per paradosso, ci sono imprese e settori che faticano a trovare persone disponibili.) Si potrebbe dire che, nonostante tutti i segnali vadano in senso opposto, la richiesta di un “posto fisso” sia ancora l’aspettativa fondamentale nei confronti del lavoro.

Il lavoro è percorso

Ma è proprio così? La ricerca sugli orientamenti verso il lavoro (Community Media Research – Intesa Sanpaolo) offre risultati controintuitivi, meno scontati rispetto alle rappresentazioni offerte dai mezzi di comunicazione. Potendo scegliere, due terzi degli italiani preferirebbero un lavoro che offra possibilità di crescita professionale e di reddito, anche se flessibile (69,8%), mentre il restante terzo (30,2%) pur di avere un posto fisso rinuncerebbe alle possibilità di carriera. Dunque, per la maggioranza della popolazione il lavoro è immaginato più come un “percorso”, che un “posto”. Si tratta di un cambiamento culturale rilevante rispetto alle epoche precedenti e mette in luce come, a parità di condizioni, la dimensione della gratificazione personale e dell’investimento soggettivo sul lavoro abbiano assunto un ruolo centrale nelle preferenze delle persone. Non è un caso che un simile orientamento sia sostenuto maggiormente dalle generazioni più giovani e dagli studenti, dai maschi, chi ha una mansione e un titolo di studio elevato, da chi vive nel Nord Est. Fin qui le aspettative, i desiderata, che indicano una metamorfosi nelle culture del lavoro, di cui spesso non si tiene conto nel discorso pubblico e nelle relazioni sindacali. Tuttavia, queste propensioni si scontrano con una realtà del mercato del lavoro che, nonostante i primi segnali positivi provenienti dalla riforma del Jobs Act del Governo Renzi, appare ancora problematico.

Il lavoro atteso: all'estero

Nella popolazione prevale ancora un sentiment di preoccupazione e disorientamento. Se da un lato, si vede nel lavoro in proprio quello che più di altri permette alle persone di valorizzare le proprie capacità (80,9%); dall’altro lato è palpabile la preoccupazione per il futuro: l’84,6% ritiene sia giusto trasferirsi all’estero per fare il lavoro desiderato, il 74,1% prevede che i giovani di oggi occuperanno in futuro una posizione sociale peggiore rispetto a quella dei loro genitori, il 68,5% pensa che i giovani desiderosi di fare carriera abbiano come unica speranza quella di trasferirsi all’estero. C’è una distonia fra la propensione diffusa presso larga parte della popolazione a un lavoro che si snoda lungo un percorso di carriera in grado di realizzare una crescita professionale e remunerativa, da un lato. E, dall’altro, un’immagine del paese che non è ancora in grado di offrire reali opportunità, soprattutto per le giovani generazioni. Così, si sogna un lavoro professionalmente gratificante, anche se è difficile trovare in questa Italia il lavoro dei propri sogni.

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