Nicole Di Ilio
The ®esistance
13 Novembre Nov 2015 1247 13 novembre 2015

La doppia faccia dell’Iran: il grande Satana si maschera da amico e stringere la mano all’Europa

Hassan Rohani

Baghdad. Sono le 19:40 in Iraq quando la Forza Quds, l'unità speciale dei Pasdaran, corpo paramilitare islamico nato nel 1979, durante la repubblica proclamata dall’ayatollah Khomeini, per arginare il peso delle forze armate regolari, viste come potenziale forza di opposizione e per reprimere il dissenso interno, attacca Camp Liberty. Ottanta i razzi lanciati, giovedì 29 ottobre, sull'ex base militare americana che ospita in Iraq, da febbraio 2012, circa 2.200 membri del principale gruppo di opposizione iraniano, appartenenti all'Organizzazione dei Mojahedin del Popolo dell'Iran (PMOI). Dieci minuti di terrore, ventitré le vittime del bombardamento.

Fondato nel 1965 da alcuni studenti dell’Università di Teheran a causa della Rivoluzione Iraniana, che aveva portato all’instaurazione di un regime teocratico basato sulla ferrea interpretazione dei precetti del Corano e l’applicazione della Shari’a (Legge di Dio), il movimento del PMOI si batte per sradicare il fondamentalismo imposto dal regime. Combatte per la libertà. Lotta per un Iran democratico. Lo Shah, poi Khomeini, capo spirituale e politico dal 1979 al 1989 e Khamenei, presidente dell'Iran dal 1981 al 1989, attuale Guida Suprema del Paese, hanno sempre visto nel PMOI un pericolo mortale per il regime. Ecco perché, prima che i Mojahedin siano in grado di produrre azioni militari di una certa rilevanza, la Savak, la polizia segreta dello Shah, arresta tutti i leader e la quasi totalità delle persone coinvolte. Fucila i capi e, in carcere, tortura per anni gli affiliati a causa della loro opposizione al regime. La loro “colpa”? Il reato di opinione. Quelli che sopravvivono a queste persecuzioni trovano rifugio in altre nazioni o continuano a vivere in Iran nella più completa clandestinità.

Dagli anni Ottanta, l'organizzazione trova la propria base operativa a Camp Ashraf, in Iraq, campo diventato nel tempo un presidio dei rifugiati iraniani dove svolgere un’intensa attività di opposizione politica e diplomatica verso il governo di Teheran. Ma, anche lì, i dissidenti in esilio sono stati oggetto di vessazioni da parte delle Guardie della Rivoluzione del regime di Teheran. Luglio 2009: le forze di sicurezza irachene fanno irruzione nel campo, uccidono nove persone, e torturando 36 residenti. Primo settembre 2013: 52 Mojahedin vengono massacrati da milizie sciite, sotto gli occhi distratti e conniventi della polizia governativa irachena che doveva proteggerli. Moltissimi sono stati torturati e uccisi nelle prigioni iraniane. In seguito, i residenti di Camp Ashraf vengono trasferiti a Camp Liberty, vicino l'aeroporto di Baghdad. Il campo, già obiettivo di lancio di missili nel dicembre 2013, continua ad essere nel mirino.

«È stato uno tsunami di distruzione e di morte». Per Maryam Rajavi, presidente eletto del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, l'attacco del 29 ottobre a Camp Liberty è la dimostrazione palese della brutalità del regime iraniano. Un regime teocratico, di stampo islamico sciita e impostato su uno stretto approccio fondamentalista, che ha portato avanti una politica ossessivamente oppressiva, tuttora sostenuta dall'attuale presidente Rouhani. «È un oltraggio morale che i residenti siano esposti a continue vessazioni. Il desiderio del regime dei Mullah in Iran, di attaccare Camp Liberty, non è mai stato in dubbio. Un attacco di questo tipo era prevedibile».

Difatti la Resistenza iraniana e i rappresentanti dei residenti, negli ultimi due mesi, hanno più volte messo in guardia gli Stati Uniti e le Nazioni Unite sulle intenzioni del regime iraniano di mettere in scena un altro massacro. Nel mese di settembre ventiquattro agenti dell'Intelligence del regime iraniano, sotto falsa identità, sono entrati a Camp Liberty con l'aiuto delle forze di sicurezza irachene e sotto la supervisione di Faleh Fayyaz, presidente del comitato incaricato della repressione dei residenti di Camp Liberty. Hanno minacciato i Mojahedin di un preminente attacco. «Una mossa che mette chiaramente in pericolo la sicurezza dei membri del PMOI. Tradisce macchinazioni da parte del regime iraniano e dei suoi agenti in Iraq, e spiana la strada per massacri futuri».Tant'è che i Mojahedin del Popolo, riconosciuti “persone protette” e ufficialmente sotto la tutela delle Nazioni Unite, sono da anni in attesa di trasferimento in Paesi terzi. Ma, nonostante la criticità della situazione, non sono mai state prese misure preventive.

Così, mentre l'Iran si siede per la prima volta al tavolo dei negoziati sulla Siria e l'accordo nucleare ripristinerà i rapporti commerciali tra Teheran e le potenze occidentali - complice la visita in Italia del presidente iraniano Hassan Rohani, a Roma il 14 e 15 novembre, che nella veste di grande amico dell’Europa, cerca di svincolarsi dal ruolo di Grande Satana del Medio Oriente - i Mojahedin del Popolo restano attoniti difronte alla realpolitik degli americani e degli europei, che ignorano i crimini dei mullah del regime. L'egoistico interesse economico, che si antepone al valore morale, intorpidisce la coscienza collettiva. Scavalca il dovere etico e si nasconde dietro una parvenza di onestà. Insomma, la finta miopia occidentale tiene a distanza la realtà delle decisioni complesse. Perché quando c'è di mezzo il “prendere una posizione” è molto più semplice far finta di non (saper) vedere. D'altronde, Rouhani, descritto come più moderato dei suoi predecessori, continua, invece, a portare avanti la feroce linea degli ayatollah integralisti islamici. C'è chi è accondiscendente e chi condanna. Ma dopo lo slalom tra parole e realtà, l'Occidente resta (nei fatti) remissivo. La responsabilità del giudizio diverrà mai affidabile?

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